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Catalina Tomás Gallard

Le parole della mia vita sono dieci.

1. Isola

Maiorca, nell’arcipelago spagnolo delle Baleari. Sono nata sotto il segno del toro, solida e ferma come l’animale, il primo maggio del 1531, a Valdemossa, un comune a nord-ovest dell’isola, nella Sierra de Tramontana. Un cerchietto di terra fatto di pietra e ulivi. Ancora più in alto della mia testa, oltre colline di querce, ulivi e mandorli, dicono ci sia il mare, un’acqua immensa che ha il colore del cielo. In certe sere mi sembra di sentirne l’odore. Seguo con gli occhi la bellissima linea del campanile verde della Cartuja fino alla cima e scendo giù dal lato opposto, immagino…

2. Orfana

Di padre a quattro anni e di madre a dieci. Penultima di sette fratelli. Neanche il privilegio di essere l’ultima.

3. Ulivo

Come orfana, vengo presa in custodia dagli zii materni di Son Gallard, Joan e Maria. In cambio del mantenimento, gli zii mi mandano a pascolare il bestiame, andiamo in chiesa solo di domenica. Costruisco la chiesa dove mi trovo. Mi trovo sotto i rami di un ulivo contorto e grande come un padre. Costruisco un altare di pietre piccole, quelle che riesco a trasportare. M’inginocchio. Dicono che al Signore basti il cuore.

Mentre guardo le bestie, i loro occhi pieni di saggezza e di pazienza, conto le avemaria del rosario sulle foglie di un ramoscello d’ulivo. Cammino a piedi nudi tra cardi e rovi. Dicono che la sofferenza aiuta a comprendere.

Ho sempre avuto bisogno di un altro mondo. Senza io.

La purezza del cuore, che m’interessa, diventa presto un bisogno di purezza del corpo. Non sento desiderio di un amore umano. Non sento desiderio verso un altro corpo. La purezza, per me, collima con la solitudine. Lascio solo il mio corpo.

4. Padre

Un giorno incontro un uomo, padre Antonio Castañeda, un ex soldato dell’esercito di Carlo v che, scampato per miracolo a un naufragio, ha scelto di vivere da eremita nel collegio di Miramar. Ha venticinque anni più di me. Ci incontriamo durante una sua visita alla fattoria e subito la sua anima legge nella mia anima: insieme a lui decifro il mio desiderio, decido che il mio desiderio diventerà il mio destino, dunque, con il suo appoggio, trovo il coraggio di dire agli zii che voglio entrare in monastero.

Gli zii si oppongono, per ragioni economiche: non sono che una pastorella ignorante e a loro sono utile così, non hanno intenzione di investire denaro per farmi studiare. Inoltre, non hanno una dote da offrire al convento per me.

Il padre della mia anima non mi abbandona, pensa a tutto lui: mi mette a servizio a Palma di Maiorca, presso gli Zaforteza, una famiglia nobile. Imparo a leggere e scrivere e posso finalmente attingere da sola alla bellezza e bontà delle Scritture. Mi impongo di nutrirmi di soli pane e acqua e adopero una pelle di porcospino come cilicio. Sono convinta che la mortificazione del corpo apra scenari invisibili. Aspetto. Aspetto di capire e di vedere.

Come è ovvio, mi ammalo.

Padre Antonio è sempre al mio fianco, la sua fiducia mi sostiene, riesce a convincere le canonichesse regolari di Sant’Agostino a prendermi come corista nel monastero di Santa Magdalena de Palma, anche senza dote. Dice che sono comunque un buon investimento, che sono fervente e sincera. È il 1553. Ho 22 anni.

5. Noviziato

Il mio noviziato è straordinariamente lungo, due anni e sette mesi.

Dicono che sono pallidissima, le privazioni alle quali mi sottopongo depauperano il mio corpo fisico. Credono che io abbia la tubercolosi. Ma io sono sanissima. Io, dentro, mi sento fortissima. Comincio a comprendere. Tutto questo dolore non è per niente. Sono determinata a continuare. Mastico il pepe per farmi salire un po’ di sangue alle guance, così la smettono di preoccuparsi.

Prego e prego, lotto contro tentazioni, dubbi, contraddizioni e contrasti. Il demonio mi mette a dura prova. Lui è astuto, intelligente, mi conosce, sa dove colpire.

Ma la mia volontà è più ferma della sua. Toro contro caprone. Sono più feroce e più grande.

6. Voti

E finalmente, a ventiquattro anni, prendo i voti. Indosso una veste smessa da una consorella e non voglio regali. Il regalo più grande è finalmente essere tua sposa, Gesù. Essere pur indegnamente degna di te. Umile, serva, tutte quelle cose e quelle consuetudini. Ma ho lottato forte, per meritarmi questa vestina usata.

È il 24 agosto 1555. La data della mia vera nascita.

7. Estasi

Ed ecco, infine, quello che volevo. Essere morta in vita. Essere altrove.

8. Fama

Obbedisco anche quando sono in estasi. Monsignor Giovanbattista Campeggio, vescovo di Maiorca, viene a chiedermi consiglio. E poi il suo successore, Diego de Arnedo. Sono una semplice suora. Sono un’autodidatta. Non un granché di donna. Non sono che un tuo tramite, l’infimo altoparlante della voce di Dio. Obbedisco sempre. Vado alla grata anche se non voglio. Non volevo la fama, volevo Dio. Cos’è mai la fama presso gli uomini, per chi vuole colui che è tutto?

Ma gli uomini hanno bisogno delle sue parole, che lui ha la bontà di spendere attraverso questo mio corpo inutile, utile solo a essere portatore dell’acqua benedetta della sua voce. Poiché lui parla nel silenzio — e ci vuole silenzio, per ascoltarlo.

Noi consorelle, qui, abbiamo il privilegio del silenzio, il lusso del silenzio. Non c’è quasi più il corpo. C’è l’infinito dell’amore. Punto.

9. Miracoli

Sommando tempo a silenzio, divento mio malgrado miracolosa. Non voglio che si sappia, ma si viene a sapere: le estasi durano tanto che non posso più nasconderle. Giorni interi, poi giorni e giorni. Vedo gli angeli e faccio profezie. Quando combatto contro la legione infernale riporto ferite. I santi mi guariscono. Potrebbero non farlo.

Guardo il mondo, Gesù, e non vedo il mondo, vedo te ovunque. Come un’innamorata separata dallo sposo si circonda dell’immagine di lui, getta la faccia negli abiti di lui, per respirare ancora il suo profumo, così perdutamente getto la faccia in me, cerco il profumo dell’infinito amore, cerco dentro di me quello che non finisce: nel buio profondo, nel silenzio assoluto, nel nulla a capofitto che è in un essere umano. Che m’importa del mondo.

Desidero che tutte le creature abbiano fiducia nelle proprie risorse, desidero che affidino la propria salvezza alle proprie stesse mani.

Perché so, io lo so, che tu sai farti piccolo come le nostre mani.

10. Finalmente

Muoio. Me ne vado da questa prigione.

di Maria Grazia Calandrone

L’autrice

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, drammaturga, autrice e conduttrice Rai, scrive per il «Corriere della Sera» ed è regista de «I volontari», documentario sull’accoglienza ai migranti per «Corriere tv». Tiene laboratori di poesia in scuole, carceri. Tra gli ultimi libri: Serie fossile (Crocetti, 2015; premi Marazza e Tassoni, rosa Viareggio), Gli Scomparsi. Storie da “Chi l’ha visto?” (Pordenonelegge, 2016; premio Dessì), Il bene morale (Crocetti, 2017) e Per voce sola, raccolta di monologhi teatrali, disegni e fotografie, con cd di Sonia Bergamasco ed EstTrio (ChiPiùNeArt, 2016). Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi paesi (www.mariagraziacalandrone.it).

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