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Castigo e delitto

· Daniel Defoe e le origini del romanzo poliziesco ·

Era stato egli stesso in prigione per debiti e per due volte sottoposto alla pubblica gogna. Un'esperienza forte, quasi traumatica ma che risultò poi essere per lo scrittore britannico Daniel Defoe (1660 – 1731) quanto mai produttiva sul piano letterario, quando decise di cimentarsi in racconti scritti con il dichiarato proposito di ricostruire nel dettaglio il panorama della malavita nella Londra del XVIII secolo.

Ora cinque racconti — due inediti e tre ormai introvabili in Italia — vergati tra il 1724 e il 1729, sono raccolti nel libro I peggiori criminali del nostro tempo (Firenze, Edizioni Clichy, 2015, pagine 223, euro 10).
Si tratta di un appuntamento da non mancare anzitutto per i lettori appassionati del romanzo poliziesco. Perché a ben guardare, al di là delle intenzioni e preoccupazioni etiche dell'autore di denunciare i torbidi aspetti di un mondo disonesto e pericoloso, l'autore di Robinson Crusoe e Moll Flanders mostra di possedere le qualità per tenere a battesimo un genere che avrebbe conosciuto il suo apogeo grazie a Conan Doyle e alla sua immarcescibile creazione, Sherlock Holmes.

Infatti, attraverso un ritmo narrativo incalzante, sul filo della suspence, e anche con qualche colpo di scena, lo scrittore sa guidare il lettore tra i meandri della “straordinaria vita” di John Sheppard: un'esistenza caratterizzata da molteplici rapine e da altrettante fughe. Non meno emozionante poi è il resoconto delle gesta inique di Jonathan Wild il quale, a differenza del “collega” Sheppard che non si macchiò mai di delitti, arrivò anche a uccidere. Puritano convinto, Defoe si dice, senza fumosi giri di parole, sconcertato da quante «cose turpi» ci siano su questa terra. In una delle introduzioni alla raccolta dei numeri della sua rivista «The Review», così scriveva: «Conosco troppo il mondo per aspettarmi qualcosa di buono; ho imparato a stimarlo poco e a preoccuparmi del male». Per poi aggiungere: «Ho imparato più filosofia dalla scuola dell'afflizione che dall'accademia e più religione che dal pulpito». E nell'arco di un anno e mezzo Defoe sperimentò «la differenza» tra l'udienza di un re e i sotterranei della prigione di Newgate. Ecco allora che la vicenda del criminale Wild, agli occhi dello scrittore, non si limita a una circoscritta, per quanto tumultuosa, «caccia al malvivente»: si estende fino a rappresentare un problema sociale e persino politico, che rischia di minare le fondamenta stesse del tessuto civile britannico. Come poi rileva nell'introduzione Fabrizio Bagatti, che ha curato la traduzione e l'edizione del libro, Defoe introduce un nuovo modo di trattare simili tematiche. All'epoca esistevano già i resoconti di crimini e delitti, ma troppo spesso risultavano inquinati da sciatte approssimazioni nonché «gonfiati» da facili sensazionalismi. Lo scrittore invece, che apostrofava tali resoconti quali «luride e volgari ballate», dà prova di un'accuratezza certosina: si rese subito conto, del resto, che la realtà fattuale degli avvenimenti era ancora più ricca di ogni invenzione. E quindi traghettò la prosa inglese dalla «cronica» di stampo medievale ai lidi del romanzo moderno. Un'operazione di ampio respiro condotta sempre alla luce di un impeccabile principio etico: educare la pubblica opinione di fronte a eventi che fossero specchio del male e delle nefandezze di cui è capace l'uomo. E l'ammaestramento morale che Defoe cerca di trasmettere ai contemporanei non è mai untuoso. A fare da baluardo contro ogni lesivo scadimento retorico si erge infatti un tormenato sentimento di giustizia che in lui sempre urgeva.

di Gabriele Nicolò 

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06 dicembre 2019

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