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Cassandra lacerata

· In ricordo di Christa Wolf ·

«Ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l’hanno fissata. Questa fortezza, una volta inespugnabile, cumulo di pietre ora, fu l’ultima cosa che vide». Sono le prime parole (nella traduzione italiana di Anita Raja) di Cassandra , forse il più noto tra i romanzi di Christa Wolf, uscito nel 1983. Un romanzo duro e aspro in cui la scrittrice — nata il 18 marzo 1929 a Landsberg an der Warthe (nell’attuale Polonia), cresciuta sotto il nazismo e diventata adulta nella Germania Est — si confrontava con una delle più complesse, tormentate e affascianti figure della mitologia greca.

L’ispirazione le venne (come lei stessa ha poi raccontato) durante un viaggio in Grecia. «Ho visto Micene, ho vissuto con tutti i sensi il passaggio che era stato quello di Cassandra. Mi ha interessato cogliere il punto cruciale, alla nascita della nostra cultura, in cui è cominciata quell’alienazione che adesso ci porta vicini all’autodistruzione». Perché nella sfortunata figlia di Ecuba e di Priamo, nella fiera sacerdotessa di Apollo, Christa Wolf vedeva «una figura molto significativa per il nostro tempo».

Il romanzo si apre con la giovane donna che attende, nella fortezza di Micene davanti alla porta dei leoni, che il suo destino si compia. Agamennone l’ha condotta con sé dalla fumante Troia, e chiaramente la veggente — che tutta la città è corsa incuriosita a vedere — conosce ciò che l’aspetta. Proprio perché lo sa, la storia va a ritroso e il tramonto di Micene che le si staglia dinnanzi è l’occasione per ripercorrere i dieci anni che hanno portato all’irreparabile tramonto della sua terra, e della sua famiglia.

La voce di Cassandra è dura, aspra, profondamente tragica: la donna rifiuta progressivamente una comunità che rinuncia a vedere (e a vivere) il vero e che sceglie di vedere (e di vivere) la finzione. E così, divenuta il regno di ciechi vedenti, Troia è destinata a morire.

Erano già usciti volumi come Riflessioni su Christa T. (1968) o Trama d’infanzia (1976), quando Cassandra fu pubblicato, dividendo gli animi. Tanti, infatti, non compresero né, tanto meno, amarono la durezza di un mito narrato da un impietoso e sofferente sguardo femminile. Eppure all’epoca Christa Wolf — morta martedì 1° dicembre a Berlino all’età di ottantadue anni — era già considerata tra le maggiori scrittrici tedesche del dopoguerra. Il successo, infatti, lo aveva raggiunto due decadi prima, nel 1963, con Il cielo diviso .

Uscito all’indomani della costruzione del muro di Berlino, il romanzo — attraversato dalla divisione di una coppia prima, e della Germania intera poi — ne divenne il tetro emblema. Ispirato da un periodo di lavoro che Christa Wolf prestò in una fabbrica di vagoni ferroviari, Il cielo diviso (di cui si ebbe anche una versione cinematografica l’anno seguente) fece vincere alla sua autrice il prestigioso premio Heinrich Mann. Attraverso le voci di Rita e Manfred, la voce della scrittrice faceva scontrare due modelli di vita alternativi, divisi.

Perché la lacerazione nelle sue multiformi vesti è, forse, uno dei tratti più significativi della produzione che di colei che «Der Spiegel» ha salutato non solo come una delle scrittrici tedesche più famose, ma come «la più importante cronista della Ddr e della spartizione tedesca».

Spiata per decenni dalla Stasi (con cui aveva collaborato dal 1959 al 1962, quando era studentessa universitaria), Christa Wolf rimane forse una delle figure più emblematiche della storia della Germania del secondo Novecento, volto prima di una nazione divisa — vissuta e raccontata al di là della cortina — e poi di un Paese alle prese con una complessa riunificazione.

Sono infatti complessi e profondamente tormentati i personaggi di Christa Wolf (che all’università di Jena si laureò in germanistica con una tesi su un altro grande scrittore tedesco, Hans Fallada). E non importa se siano personaggi del passato lontano, di oggi o dell’altro ieri. Non importa se le loro figure permettono alla scrittrice di denunciare il disagio e il tormento del singolo nella società omologante, in quella nazista, nei regimi comunisti o nel mito. «Punire colui che nomina il fatto, piuttosto che colui che lo compie: in ciò siamo tutti uguali (...). La differenza sta nel saperlo oppure no», dice Cassandra. Perché la vera sfida di chi sa ma non è creduta, è continuare a sapere senza credere che sia tutto, irreparabilmente, inutile.

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19 settembre 2019

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