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Case per il benessere di anziani e giovani

· Progetto architettonico in Giappone ·

«The Reversible Destiny Lofts» (Mitaka, Tokyo)

«The Reversible Destiny Lofts» a Mitaka (Tokyo) è un progetto che può apparire perfino bizzarro ma forse può diventare la soluzione a molti dei problemi concreti che affliggono le società moderne, l’isolamento dei giovani e la salute dei più anziani.

Realizzati attraverso l’applicazione della filosofia dell’“architettura procedurale” sviluppata da Arakawa e Madeline Gins, i piccoli appartamenti che sorgono all’interno dell’area metropolitana di Tokyo mirano a stimolare i sensi di chi li abita.

L’ambizioso compito, concepito in una sinergia di reciproci stimoli dall’eccentrica coppia di artisti/architetti che amavano ripetere «la morte dovrebbe essere resa illegale» (l’obituario ricorda che vennero contraddetti rispettivamente nel 2010 e nel 2014), non è affidato a supplementari attrezzature di fitness, ma è una vocazione intrinseca dell’abitazione stessa. I due coniugi (lui giapponese, lei americana) dedicarono gran parte della propria esistenza a integrare l’idea di “destino reversibile” — la morte illegale appunto — in un’unica teoria architettonica e quindi fin dentro i metodi di costruzione contemporanei.

E a prova del fatto che non sia una casa come tutte le altre, al di là dell’eccentrica idea strutturale che giustappone unità geometriche elementari (quadrato e cerchio), all’ingresso ci viene consegnato un manuale, ovvero le istruzioni per la corretta fruizione dello spazio.

Già perché in questo locale il pavimento non è piano, pare quasi un terreno roccioso e con “buche” dappertutto. E se all’inizio la stravaganza risulta solo d’ostruzione all’andatura, basta poco perché si cominci ad apprezzare l’effetto di gradevole massaggio. Secondo il manuale è la casa che ci indica dove mettere i piedi e come usare il nostro corpo, e questo vale anche per il nostro vestiario.

Il soffitto, proprio come un cloud, ovvero la protesi di memoria dei nostri telefonini, si trasmuta nel prolungamento delle nostre mani: decine di uncini sono disposti per sostenere il peso di vestiti e bagagli (non ci sono né cassetti né armadi in questa casa), e il nostro guardaroba pioverà letteralmente dal “cielo”.

In questa casa non ci sono porte, neppure nella stanza più privata, il bagno. «Se ci abituassimo ad andare al bagno senza nasconderci dietro una porta sarebbe favoloso», butta lì forse provocatoriamente Matsuda, il manager che gestisce gli appartamenti e che mi guida nell’esplorazione. Ma si capisce che è tremendamente serio quando mi ricorda del terremoto di Kobe del 1995 dove le donne per evitare la vergogna di espletare i propri bisogni in pubblico (la Kobe post-terremoto era una città di rovine, bagni pubblici inclusi) procrastinavano le improcrastinabili necessità fisiologiche e molte vennero ricoverate d’urgenza.

Ecco che se in casa non ci sono stanze in cui chiudersi, questo luogo può diventare il “vaccino” anti-hikikomori.

L’hikikomori, al contrario della percezione comune, non è tanto quella patologia che scaturisce da una psiche debole persa tra manga e videogiochi, ma è una tendenza viziosa all’autoisolamento alimentata dalla tipologia di dimore nelle quali si vive. È l’ambiente stesso che hikikomoru (rende appunto dei reclusi).

Il kanji della parola è quello del verbo tirare, tirare dentro, come se la casa fosse un mulinello senza fondo che risucchia. Qui avviene l’esatto contrario, a cominciare dalla propria cameretta, ovvero lo spazio per eccellenza dell’hikikomori, che di colpo sparisce. Ecco che non ci si può più isolare.

«Certo, se tornassi indietro nel tempo non riuscirei a vivere da adolescente con i miei genitori senza una stanza privata», ammette Matsuda san. È proprio questo la disruptive innovation che l’abitazione si propone di operare, quell’effetto di disagio programmato — l’intimità sottratta alla vita — che o ci si abitua o sarai costretto a scappare di casa.

Eppure, nessun architetto può augurarsi che le proprie creazioni diventino dimore dalle quali fuggire, ecco perché questo luogo è anche pensato per la riabilitazione fisica degli anziani, e con soluzioni che sembrano uscite da un campo addestramento per ninja: c’è la stanza fatta a sfera dove la voce risuona ovattata come in un digiritu e se provi a fare due passi vengono le vertigini. Noi ci accucciamo.

«Si viene qui per testare la nostra tolleranza alla scomodità» mi dice a mo’ di sfida il mio interlocutore. «Lo scopo è che i residenti abbiano la possibilità di scoprire tutto il potenziale del proprio corpo», è questo il senso profondo del sacrificio di resistenza.

Arakawa, l’ideatore di questi spazi, partì con l’idea di creare una dimora che potesse apportare non solo benessere personale ma perfino longevità. Non ci sono studi che confermino se effettivamente vivere qui giovi alla salute, ma come alcuni residenti mi confermano, aiuta certamente a tenere allenate le articolazioni.

da Tokyo Cristian Martini Grimaldi

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22 settembre 2019

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