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​Casa Leopardi

· ​Tra Gubbio e Recanati ·

Chi a Gubbio chiede indicazioni per palazzo Toschi Mosca ottiene, in risposta, espressioni perplesse. Se invece domanda la via per l’Astenotrofio che vi ha sede, viene indirizzato subito e con premura all’istituzione talmente sentita da città e diocesi da essere scelta come tappa d’ingresso dai vescovi. La residenza fu donata alla città nel 1877 da Vittoria Mosca sposata Toschi, poetessa di gran cuore e di non facile esistenza, cugina di Giacomo Leopardi. Di questo e d’altro parla Anna Maria Trepaoli con la collaborazione di Anna Radicchi nel volume Gubbio, i Leopardi, Recanati, un legame da riscoprire (Perugia, Fabrizio Fabbri Editore, 2016, pagine 272, euro 25). Con ricco apparato archivistico e bibliografico — notevoli gli studi del passionista recanatese Mario Verducci — e le foto di Mario Arcelli, il saggio va oltre la ricerca di legami locali. Emerge una rete di rapporti tra epoche, aree, culture, sostenuta da una robusta indagine tra registrazioni istituzionali e carteggi privati consultati grazie alla tradizionale ospitalità di casa Leopardi agli studiosi.

Una generosità culturale che in Monaldo trovò il suo culmine. Centrale più di quanto narri l’abusata leggenda, «umanista brillante, eccellente uomo politico, primo educatore del figlio Giacomo», Monaldo Leopardi — come riassume oggi il pronipote Vanni — dimostrò, esercitando ruoli di governo nella sua Recanati in un periodo storico travagliato, «che si può essere buoni amministratori non per il proprio interesse, ma per il bene della cosa pubblica. E con lo stesso intento, nel 1812, ha aperto al pubblico la Biblioteca di famiglia: la grande opera a cui si è dedicato per tutta la vita e per cui primariamente andrebbe ricordato».
Fu autore di vaglia, benché eclissato dalla fama del primogenito. Nel 1837 scrisse per Antonio Ranieri, che dopo la prematura morte dell’amico Giacomo voleva saperne di più, un Memoriale che rimane documento importante. Così a maggior ragione l’Autobiografia di Monaldo, storia familiare e sociale in cui spiccano figure di donna, a partire da sua madre Virginia Mosca, che nel 1775 aveva sposato a Loreto Giacomo Leopardi senior. Un fratello di Virginia, Francesco Maria, sarebbe stato il nonno di Vittoria.
Virginia Mosca apparteneva a una famiglia di origini lombarde trasferitasi a Pesaro; nel 1649 da Elena Mosca era nato il futuro Clemente XI, amante del bello e delle arti. Analoga fama avrà più tardi Vittoria. A Pesaro, al palazzo dei Mosca famosi per ospitalità, transitarono personaggi quali Rossini e Stendhal. Dal canto suo Virginia, la madre di Monaldo, con il suo comportamento «testimonierà la sua indole riservata, il suo rigore morale e la sua religiosità», nonché «il suo temperamento dolce e conciliante».
Monaldo nasce il 16 agosto 1776 e riceve la prima educazione da un gesuita, come il figlio. Un legame storico: quella chiesa era stata riedificata verso metà Cinquecento dalla famiglia Leopardi, che vi chiamò i gesuiti, avendo dotato di beni in Recanati un loro collegio. Lo annota Monaldo nell’Autobiografia. È inoltre interessante, benché complesso, il rapporto fra la formazione dei Leopardi e la pedagogia gesuitica basata sulla drammaturgia.
Con questo retaggio e questa educazione, completata da autodidatta, il padre di Giacomo sviluppa uno spirito critico e aperto, punto di riferimento per i concittadini tanto per integrità quanto per atteggiamenti. Ne è prova la posizione obiettiva e il desiderio di verifica (pur da uomo di grande fede) nei riguardi dei prodigi riferiti a immagini mariane nell’imminenza dell’invasione francese, nonché verso l’eclissi di sole del 1804. Del resto un antenato, nel 1296, era stato tra gli inviati in Dalmazia e in Palestina a verificare la miracolosa partenza della Santa Casa, da cui il legame tra i Leopardi e Loreto.
«Pur riconoscendosi un antilluminista non si illuse di poter conservare il mondo qual era per l’eternità, ma credette nella speranza e nell’opportunità di perseguire il bene anche grazie a inevitabili cambiamenti». Attento alle necessità della popolazione che si trovò ad amministrare, cercò di promuovere attività di lavoro sia maschile sia femminile. Tra le molte opere di Monaldo in ambito religioso, storico, letterario, filosofico, sono famosi i Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, che, esprimendo ideali politici opposti a quelli di Giacomo, fecero arrabbiare quest’ultimo quando vennero attribuiti a lui per errore. Del resto, tra satira politica e scherzi letterari che padre e figlio si scambiavano, i carteggi dipanano un legame tenace e affettuosissimo proprio perché dialettico.
Illuminando ora l’una ora l’altra fonte, il libro apre le “segrete stanze” dove la sera i piccoli Leopardi salivano a giocare dalla nonna Virginia, «che abitava dei graziosi mezzanini» sopra l’appartamento del figlio Monaldo. Vedova precoce e fedele di Giacomo senior, Virginia si vede dedicare da Giacomo le prime prove di scrittura e di poesia, con incursioni nel burlesco che testimoniano confidenza e complicità e gettano luce meno convenzionale nell’animo del poeta. I cui «versi spigliati», in quel 1810, non avevano risparmiato nemmeno il maestro gesuita, Sebastiano Sanchini: «Dunque andiamo, studiamo contenti, precettore immortale, e giocoso, che sollevi le cure, e gli stenti, dello studio, ch’è un po’ faticoso».
Come tra Giacomo e nonna Virginia, un rapporto di profonda stima e affetto legò Monaldo alla nonna Francesca, madre di Virginia, la quale, in vedovanza, trascorse a Recanati giorni felici: lo scrive nell’ottobre 1794 al nipote, di cui elogia il cuore. Non sono complimenti di prammatica, tanto che a un nuovo invito rispose con brio goldoniano: «Io sicuro sono stata da voi contentissima e con sommo piacere; dunque unite ciò al vostro buon cuore: si chiama tentare!». Si lasciò tentare in effetti a tal punto la nobildonna che, dopo aver fatto in tempo a conoscere Giacomo, scelse casa Leopardi per l’ultimo viaggio, all’improvviso nell’aprile 1801, «nella camera di cantone, verso il giardino, all’ultimo piano».
Monaldo vigilò sulla sepoltura nella parrocchiale di Santa Maria di Monte Morello come da lei prescritto e, quale esecutore testamentario per volontà e incondizionata stima della nonna, sulla corretta amministrazione della sua eredità, andando incontro a non pochi dispiaceri provocati da Costanzo, nipote di Francesca e suo erede naturale in linea di primogenitura.
Sarà ancora una donna a conciliare gli animi. Lucrezia Boschi, vedova di Costanzo, il 10 giugno 1839 si rallegra con Monaldo per le nozze del figlio più giovane, Pierfrancesco (Giacomo si è spento ormai da due anni), e scrive che la sposa è fortunata a entrare «in una casa d’Angeli, come sono tutti loro, dal primo fino all’ultimo». Sono provati dal dolore come le cugine Mosca, Bianca e Vittoria, orfane di Benedetto (fratello minore di Costanzo) e della madre (rapita «nell’età del fiore» come scrisse in versi Vittoria). Dalle parole di Lucrezia si evince una profonda empatia tra le due sorelle e i Leopardi. Nel 1856 Vittoria sposò Vincenzo Maria Toschi di Modena, più giovane di lei, e dalla loro unione nacque Benedetto, così chiamato in onore del nonno. Vincenzo si spense il 16 febbraio 1885; Vittoria, che lo aveva amato profondamente, morì l’8 settembre dello stesso anno. I nipoti e il figlio scomparvero prematuramente. Ma Vittoria aveva fatto in tempo a lasciare, oltre che la residenza eugubina a scopo filantropico, il palazzo di Pesaro, con le collezioni d’arte ivi conservate, perché vi fosse costituito un museo annesso a una scuola d’arte, ritenendo essenziale l’educazione dei giovani alla vera bellezza.

di Isabella Farinelli

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24 agosto 2019

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