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A casa di suor Lucy

· Rete di accoglienza e soccorso per le indiane vittime di violenza ·

Suor Lucy Kurien  e i ragazzi ospiti di Maher

«Lo scopo di Maher è quello di creare una società che non abbia bisogno di Maher»: questa frase del gesuita Francis D’Sa presenta perfettamente il lavoro che dal 1997 suor Lucy Kurien svolge in India a favore di donne e bambini maltrattati e in difficoltà. È da tempo ormai che la cronaca testimonia con regolarità le agghiaccianti condizioni in cui vivono le indiane: bruciate vive, sfregiate con l’acido, violentate a qualsiasi età e per questo molto spesso bandite dalle loro stesse famiglie. E ancora: abbandonate per strada (frequentemente con i loro figli) e lasciate morire di fame, seviziate o uccise dai mariti per il mancato versamento della dote, vendute bambine o adolescenti ai postriboli, ridotte in schiavitù, vittime di tratta, respinte perché appartenenti alla casta sbagliata. Nelle ultime settimane, si è saputo di una bimba di otto mesi stuprata da un parente e di una moglie addormentata con l’inganno dal marito: al risveglio, la donna ha scoperto che un rene le era stato asportato per venderlo al mercato nero come contropartita per il mancato pagamento della dote. Si tratta, a rendere il quadro ancora più fosco, di crimini che molto spesso avvengono sotto gli occhi delle figlie e dei figli, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo.

Secondo Indu Prakash Singh, autore di molti libri sulla condizione delle donne nel paese asiatico, l’India moderna sembra avere due sistemi legali paralleli; uno maschile e uno femminile. I dati, prosegue lo studioso, sono difficilissimi da reperire, ma è opinione condivisa che gli omicidi per dote siano aumentati vertiginosamente negli ultimi anni, mentre si sa che a New Delhi una donna viene bruciata viva ogni 12 ore. Se il 90 per cento di questi episodi è registrato come incidente domestico e il 5 per cento come suicidio, solo il rimanente 5 per cento è classificato per ciò che è: un omicidio.

Alcune di queste donne e di questi bambini hanno avuto la fortuna di conoscere suor Lucy: incontriamo le loro storie leggendo il libro di Cynthia Brix e William Keepin, Women Healing Women: A Model of Hope for Oppressed Women Everywhere (Hohm Press, 2009) che presenta il prezioso lavoro svolto da questa battagliera religiosa cattolica, che ancora gira il mondo — qualche mese fa è stata in Italia — per testimoniare la sua impresa.

Incontriamo, ad esempio, la storia di una sposa bambina stuprata dal suocero che torna disperata alla famiglia d’origine. Per tutta risposta il suo stesso padre le chiede di suicidarsi: a fronte di uno scandalo così grande, nessuno avrebbe più voluto sposare le sorelle minori. La bambina si è salvata, ma in poche sono così fortunate: per ogni vicenda che arriva a Maher, infatti, migliaia ne restano fuori.

Nata nel 1956 nel piccolo villaggio di Kolayad nel Kerala, suor Lucy racconta di dovere tutto ai suoi genitori. «Ho ricevuto — racconta — un dono meraviglioso, che è stato il mio punto di riferimento nella vita: l’amore dei genitori». È questo dono che lei ha voluto a sua volta far sperimentare ad altri «perché l’amore vero è inclusivo, è attenzione, è dono di sé». La famiglia di Lucy appartiene ai bramini, la casta più alta, ma da subito i suoi genitori hanno insegnato ai figli a dividere ciò che avevano con i più poveri. A vent’anni Lucy entra nell’ordine delle Sisters of the Cross: la decisione «non fu semplice. Avevo già un lavoro a Mumbai e rinunciare alla libertà, anche economica, non fu facile». Il richiamo di Dio e dei poveri, però, finì per avere la meglio.

Così, da più di due decenni, con l’aiuto di altre donne cristiane, islamiche, indù e animiste coinvolte in tutti i livelli di responsabilità, suor Lucy gestisce Maher (che significa “Casa di mamma”), struttura che conta oggi oltre 90 sedi dove vivono donne e bambini di ogni casta e religione.

È il 2 febbraio 1997 quando — con una piccola cerimonia officiata da suor Lucy e padre Francis D’Sa, sacerdote gesuita docente di teologia e filosofia comparata — Maher apre i battenti: quel giorno stesso furono accolte due donne maltrattate. E se dapprincipio per gli abitanti del villaggio fu molto difficile accettare la vicinanza di una cristiana, per lo più donna, con il tempo le relazioni sono invece diventate ottime.

Aperta 24 ore su 24 ogni giorno dell’anno, questa comunità interreligiosa, che rifiuta la divisione in caste, offre alle donne che bussano alla sua porta non solo un rifugio, ma anche cure mediche, consulenza psicologica e consigli legali. Dove possibile, l’obiettivo ultimo è quello di rimettere in piedi queste donne maltrattate e ferite, riconducendole nel mondo. Maher, del resto, dedica una parte consistente del suo impegno anche al follow-up e al sostegno dopo che quelle che riescono, lasciano la struttura.

«Dare una casa, aiutare a ricomporre, dove possibile, i nuclei familiari, superare l’ignoranza, il pregiudizio di casta e di genere, nutrendo, lavando, educando, dando dignità a donne e bambini abbandonati, violati, feriti nella loro intima personalità», questa è stata ed è Maher, che rappresenta per i più deboli della società indiana un luogo sicuro perché costituisce l’insperata risposta a uno sconfinato bisogno di affetto, di cura e di attenzione.

Sono molte le attività che Maher realizza nel tentativo di restituire dignità e libertà alle ospiti, molte delle quali sono così ferite da non ricordare più la loro stessa storia: l’accoglienza e la cura di bambini di ogni fede, l’assistenza agli anziani, l’istruzione, l’educazione, l’apprendimento di un lavoro. Al centro di tutto, però, resta sempre «l’attenzione alla donna, alle sue qualità straordinarie, nella sua intima natura di madre».

Spazio importante lo ha la danza: il programma che Maher porta avanti per adulti e piccini è infatti un veicolo potente di guarigione. La danza come via terapeutica, come balsamo per sanare le relazioni. Nei loro spettacoli, donne e bambini mettono in scena molti degli orrori subiti, il che ha fatto storcere il naso a più di uno spettatore: coreografie bellissime, ma quanto orrore, quanta violenza! La risposta di suor Lucy è sempre la stessa: ciò che va in scena è solo la minima parte di ciò che hanno vissuto e che, danzando, riescono finalmente a elaborare.

La chiave del successo di Maher sta nell’essere una comunità di donne che si prendono cura di altre donne. Molte di quante vi lavorano, infatti, sono state a loro volta vittime, il che significa che si tratta di persone che hanno ben chiari bisogni, doveri e responsabilità.

Con la sua grande attenzione per i dettagli, Maher non è un’isola, ma lavora a stretto contatto con la comunità circostante. Nata infatti come rifugio per donne maltrattate, la comunità ha poi allargato il suo bacino di utenza arrivando ad affrontare anche urgenti problemi economici, temi ecologici, aiuti ai villaggi vicini, aiuto agli intoccabili. Alcune pagine molto interessanti del libro di Brix e Keepin sono dedicate proprio alla costruzione di un pozzo per uno sperduto villaggio.

Volendo riassumere al massimo la missione di Maher e di suor Lucy potremmo parlare di guarigione e riconciliazione. La particolarità del lavoro svolto, infatti, sta proprio nella capacità di fornire risposte pratiche e concrete alle enormi ingiustizie subite dalle indiane, divenendo fonte di speranza non solo per le donne e i bambini locali picchiati, violentati, umiliati, sfruttati e uccisi, ma per gli oppressi di tutto il mondo.

di Silvia Gusmano

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19 dicembre 2018

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