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A casa di Emma

· L’esperienza di una famiglia siriana ospitata in Italia grazie ai corridoi umanitari ·

«Se apri la tua casa e il tuo cuore alle persone ti può solo venire del bene. Prima potevo solo pensarlo o crederlo a livello utopico. Ora per me è una realtà tangibile». È riassunta in un messaggio semplice ma profondo l’esperienza che sta vivendo Emma Benedetti, 52 anni, di Pescantina, un paese in provincia di Verona. Da due anni e 3 mesi ospita a casa un’intera famiglia siriana, arrivata in Italia con i corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alla Federazione italiana delle Chiese evangeliche (Fcei).

Prima è arrivata Fatima, la mamma, con due bambine di 4 mesi e mezzo e 7 anni. Qualche mese dopo è arrivato Akram, il papà, che porta i segni visibili della guerra. Vivevano a Damasco, nella zona che accoglie 250.000 profughi palestinesi. Lui figlio di palestinesi, lei siriana. Una bomba ha distrutto completamente la loro casa. Durante l’esplosione Akram ha perso una gamba, ora cammina con una protesi. Tutte le persone che erano con lui sono morte, compreso un cugino.

Sono stati costretti a fuggire in Libano nel 2013 dove hanno vissuto per cinque anni in un garage umido e malsano. Ora sono in una casa veneta di 150 metri quadrati con giardino, tre stanze da letto, due bagni, un soggiorno e una cucina. Emma occupa una stanza e un bagno e loro le altre due. Tutti usano gli spazi comuni.

Sono arrivati a casa di Emma il 27 aprile del 2017. «Il parroco mi ha chiesto se potevo accogliere una famiglia dei corridoi umanitari — racconta — e ho detto di sì. Ho saputo i loro nomi solo dieci giorni prima». Una famiglia musulmana, che parlava solo arabo, con una donna single. «All’inizio erano un po’ preoccupati per la possibile reazione del papà nei miei confronti e viceversa. Invece, è andato tutto bene. I primi tre mesi parlavamo a gesti, aiutandoci con Google translate e tanti sorrisi».

Con Fatima, 27 anni, è scattata subito una relazione fortissima, un’intesa tutta al femminile. «Mia madre — prosegue — le dava consigli sull’allattamento, con me invece si confrontava sulla scuola della bambina più grande, subito inserita in prima elementare. La considero come la sorella che non ho mai avuto. Siamo molto intime, nonostante la diversità di cultura».

Cosa spinge una donna italiana, consulente per un’azienda informatica, indipendente, a prendere in casa una famiglia di rifugiati? «Quando ho ricevuto in eredità questa abitazione — spiega — avevo già deciso di condividerla, per non cadere nella piccole manie di chi vive da solo. Per un anno ho avuto un affittuario. E poi mi piaceva l’idea di ospitare qualcuno che veniva da una situazione difficile».

In paese non tutti erano della stessa idea: «Le persone intorno a me erano perplesse, mia madre era contraria. Solo mia cognata condivideva questa scelta. Io invece non avevo dubbi sulla buona riuscita della convivenza».

Così è stato. Con un incredibile dono in più per lei. «Quando sono arrivati — confida — ero single da tanti anni Ora non lo sono più. Nello stesso periodo mi sono innamorata e da allora ho una relazione stabile».

A livello pratico la famiglia viene sostenuta economicamente da una fondazione di Verona, con un sussidio mensile di 700/800 euro per il cibo e piccole spese, puntualmente rendicontate da Emma. La quale non riceve soldi per l’affitto ma solo per le bollette.

La convivenza scorre serenamente. La mattina si alzano tutti assieme, ma le giornate sono vissute in totale autonomia e libertà. Emma al lavoro, Fatima e Akfram coinvolti in corsi e attività, le bimbe alla materna e a scuola. A pranzo e cena cucinano cibo halal. Si fa una spesa settimanale e solo il sabato si pranza tutti insieme.

A distanza di due anni e tre mesi Fatima e le bambine parlano bene l’italiano, Akram un po’ meno. In soli 8 mesi hanno avuto il riconoscimento dello status di rifugiato, grazie a una corsia burocratica preferenziale sul sito della polizia, vista la stipula del protocollo per i corridoi umanitari con il ministero dell’interno, senza però nessun costo a carico dello Stato.

Lei porta il velo con orgoglio, è molto religiosa. La convivenza tra fedi funziona senza nessun problema. Come dice Fatima: «Dio vuole bene a tutti, protegge tutti».

La mamma di Emma, 81 anni, considera le bambine come delle nipotine. E loro la chiamano nonna. Due volte a settimana va a messa e al cimitero a pregare sulla tomba del marito. Le bambine la accompagnano, la aiutano a sistemare i fiori.

Emma non è sola in questa accoglienza così straordinaria: «Ho tante persone che mi aiutano. Chi per i documenti, chi per le emergenze con i bambini, anche la fondazione è molto presente. Non abbiamo dovuto comprare nulla: lettino, vestiti, pannolini, giocattoli, la bicicletta per Rama».

Se Akram porta i segni della guerra, il resto della famiglia è segnato da ferite invisibili. Fatima manifesta ancora delle paure. Rama è stata portata via da Damasco che aveva 3 anni. «Anche oggi è sempre di corsa, fugge continuamente».

In Italia hanno trovato tante persone accoglienti. Purtroppo, nel tempo, qualcosa è cambiato. «All’inizio — dice Emma — una parte della comunità era solidale, un’altra parte indifferente Ma nell’ultimo anno mia madre ha notato delle differenze: borbottamenti, commenti. Prima lo pensavano, ma non osavano dirlo. Ora si sentono legittimati». Il percorso di integrazione della famiglia, in ritardo di un anno e mezzo per via della protesi alla gamba di Akram, è in dirittura d’arrivo. A settembre Fatima e Akram saranno inseriti al lavoro. Akram come disabile in una cooperativa di tipo b che produce vestiti. Fatima nell’ambito di un progetto della regione Veneto rivolto alle fasce deboli. Inoltre, da qualche mese, mette a frutto la sua abilità culinaria in un’associazione che cucina pasti etnici a domicilio. L’obiettivo dell’autonomia economica e abitativa è vicino. Ci sarà per loro una nuova casa, una nuova vita. Ma le strade del cuore non si allontaneranno.

di Patrizia Caiffa

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17 settembre 2019

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