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Casa della misericordia

· L’incontro con i lebbrosi, fase decisiva della conversione del Poverello d’Assisi ·

Il rapporto tra frate Francesco e i lebbrosi è illustrato nelle fonti come un esercizio imprescindibile di penitenza, uno dei momenti per avviare concretamente il radicale cambiamento di vita — la sua conversione, come diranno gli agiografi — che si attuò in modo particolare attraverso la compassione per i poveri e i sofferenti, in particolare i lebbrosi.

José Canpanja, «San Francesco cura i lebbrosi» (santuario di Greccio, 1925)

È lo stesso Francesco a raccontare nel dettaglio il ruolo dei lebbrosi nel suo Testamento, testo in cui nella prima parte autobiografica ripercorre a grandi tappe la sua vita. «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo». Stando a quanto testimoniato dallo stesso Assisiate fu, quindi, la volontà divina a rivestire Francesco di quello «spirito di povertà» e di quell’«intimo sentimento di umiltà e di pietà profonda» che lo mise a servizio degli emarginati di allora, cioè i lebbrosi «perché in essi egli vide lo stesso Cristo umile e sofferente».

Le successive agiografie raccontano che un giorno, mentre cavalcava nei dintorni di Assisi, incontrò uno di quei malati che aveva sempre avuto in orrore: a differenza che in passato, stavolta scese da cavallo e, facendo violenza a se stesso, baciò la mano di quell’uomo — forse piagata dal morbo — e gli offrì una moneta. Di più, ne accettò anche il bacio di pace. È Tommaso da Celano a raccontarci l’episodio sia nella prima Vita che nel Memoriale, ripreso da Bonaventura nella Legenda maior; l’incontro con il lebbroso avvenne un giorno «mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande fastidio e ribrezzo (…) ma balzò da cavallo e corse a baciarlo». Risalito a cavallo non vide più il lebbroso. D’allora in avanti Francesco comprese che quell’uomo non era altro che Cristo stesso che egli aveva abbracciato e baciato tanto da spingerlo a trasformarsi in «compagno e amico dei lebbrosi» moltiplicando le visite agli «infecti» che «accrebbero la sua bontà».

Per gli agiografi quel bacio fu, ovviamente, un momento decisivo e quella prima vittoria gli infuse nuovo coraggio. Pochi giorni dopo, prese con sé una quantità considerevole di denaro e si recò al lebbrosario, dove fece l’elemosina ai malati, baciando la mano a ognuno di essi. Fino a quel momento, non soltanto non aveva mai voluto avere nessun contatto con i lebbrosi, ma — affermano sempre le agiografie — quando si trovava a passare nei pressi dei loro ricoveri si girava dall’altra parte, turandosi il naso. Certo, anche negli anni della sua spensierata giovinezza, il santo era stato mosso a pietà dalla sorte di quei poveri sventurati e aveva elargito loro elemosine, ma si era limitato a inviare qualcosa servendosi di altre persone. Adesso, invece, era lui a portarle e come affermato nella Regola non bollata soprattutto non mancò di esonerare i frati dal ricevere elemosine in denaro se queste fossero state necessarie ad assolvere «una evidente necessità dei lebbrosi».

di Giuseppe Cassio

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20 maggio 2019

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