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Una casa
sempre aperta

· Cittadino europeo 2018 ·

«È una conferma della bontà della strada intrapresa. Cercherò di sfruttare al massimo l’opportunità offertami da questo premio, sperando che parlare del bene faccia nascere altro bene. La nostra esperienza è solo la punta di un iceberg. E allora sento il dovere di essere il rappresentante di tutti coloro che stanno accogliendo migranti, dandosi da fare ogni giorno». Non nasconde la sua soddisfazione, ma neppure la consapevolezza di una responsabilità in più Antonio Silvio Calò, 57 anni, uno dei vincitori del prestigioso Premio del cittadino europeo 2018 assegnato dal parlamento di Bruxelles a persone o enti distintisi per la loro capacità di «rafforzare l’integrazione europea e il dialogo tra i popoli, mettendo in pratica i valori della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue». 

La famiglia Calò con i sei immigrati ospitati in casa

Nel 2015, nel pieno dell’emergenza sbarchi a Lampedusa, un’emergenza segnata anche da tragici naufragi, Calò si era recato in prefettura per comunicare la disponibilità della sua famiglia — la moglie Nicoletta e i quattro figli — a ospitare nella loro casa di Povegliano, una dozzina di chilometri da Treviso, un gruppetto di migranti, sei per l’esattezza, avviando un modello di accoglienza innovativo, che — tra non pochi sospetti e mugugni — coinvolge altre realtà del territorio, riscuotendo molto interesse. E che l’ideatore vorrebbe anche esportare. «Sto già portando avanti un progetto pilota — spiega, infatti — per replicare ovunque, non solo in Italia, il modello che viviamo nella nostra famiglia». Dietro una simile apertura emergono un retroterra culturale e una sensibilità sociale forti, peraltro in un pezzo d’Italia in cui gli slogan leghisti hanno trovato da subito terreno fertile. E appare come una significativa coincidenza che questo riconoscimento arrivi in giorni in cui in Italia e in Europa si è tornati a discutere con toni anche aspri del problema migratorio. «È un’occasione propizia per dire che il volto dell’accoglienza è un volto estremamente umano, che tutti noi viviamo — dice Calò, professore di filosofia in un liceo del trevigiano — perché tutti siamo stati accolti e tutti abbiamo accolto. Dunque una dimensione bella che va coniugata al positivo. Sono convinto che questo premio ci darà una forza morale enorme, una spinta ulteriore a essere testimoni e testimoni coraggiosi. Perché dobbiamo avere il coraggio di mostrare fino in fondo questo volto e di non avere paura di dire anche alla politica che si può fare, se si vuole. Scoprendo che sarà una ricchezza per entrambe le parti. L’impegno sarà sempre più determinato per far comprendere a tutti che questa è una grande opportunità».
«Farò di tutto perché anche a livello europeo si possa pensare in modo costruttivo a un inizio di soluzione del problema migratorio». La consegna del premio avverrà il 9 e 10 ottobre a Bruxelles e Calò — che lo scorso anno aveva già ricevuto una onorificenza dal presidente della repubblica, Sergio Mattarella — ci andrà con la moglie e con uno dei sei giovani che ha accolto. Per inciso, tutti e sei attualmente lavorano e sono pronti ad andare via quando riusciranno a raggiungere una condizione di autonomia. Quando ciò avverrà, altri prenderanno il loro posto. Casa Calò resta aperta.

Tra i cinquanta vincitori del Premio del cittadino europeo, giunto alla undicesima edizione, ci sono quest’anno anche altri tre italiani: don Virginio Colmegna, ex direttore di Caritas Lombardia, attivo sin dagli anni ottanta come fondatore di comunità di accoglienza nel campo della sofferenza psichica e dei minori, nonché per il reinserimento lavorativo dei detenuti; Paola Scagnelli, primario di radiologia dell’ospedale di Lodi, che durante le ferie presta il suo servizio di medico a Tabora, in Tanzania, presso una casa famiglia gestita dalle suore della provvidenza per l’infanzia abbandonata; e la Fondazione bresciana assistenza psicodisabili onlus (Bap), che attraverso il Centro abilitativo per minori Francesco Faroni, segue gratuitamente novanta minori autistici a partire dall’età di due anni.

di Gaetano Vallini

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