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Cartelloni pubblicitari ante litteram

· I Magi dell’antica Teanum Sidicinum ·

Nell’autunno del 1906, nella campagna circostante l’antica Teanum Sidicinum, laddove la via Latina attraverso la Campania settentrionale, un contadino mise in luce un mausoleo addossato a un’esedra funeraria, con una tavola marmorea mosaicata.

Il manufatto era situato all’interno di una forma, unitamente a un titolo iscritto, oggi scomparso, da cui si evince che il sepolcro era stato allestito dal senatore Quintus Geminius Felix per la moglie sessantenne Geminia Felicita, ricordata anche nella lacunosa iscrizione del mosaico.

Mosaico funerario (IV secolo, Museo archeologico di Teanum Sidicinum)

Successivamente, nella forma, fu ricavato un altro sepolcro, che si sovrappone parzialmente al mosaico, riferibile, secondo un’altra iscrizione, a Geminia Marciana, di soli otto anni, deposta alla fine di marzo del 370. Nonna e nipote, dunque, trovarono posto in un medesimo sepolcro, predisposto, in successione, da Geminius Felix senior e da Geminius Felix iunior. Se consideriamo che un ramo della gens Geminia è presente, proprio nella tarda antichità, in Numidia e che un fundus Tigibelle, nell’Africa proconsolare, faceva capo alla città di Teano, non si può escludere che la nostra tavola mosaicata sia stata confezionata da musivarii africani, come documenta una tradizione, che si diffonde sino e oltre il v secolo.

Tutte queste osservazioni e qualche suggestione servono a fermare il nostro mosaico nel tempo, nello spazio e nella civiltà figurativa di riferimento, specialmente quando mettiamo sotto a una potente lente di ingrandimento il singolare programma decorativo, unitamente alla temperatura artistica della composizione, tanto anomala da essere stata trascinata, con certo riscontro critico, sino alla matura stagione bizantina.

L’emblema figurato presenta due quadri contrapposti e distinti da un cristogramma in corona vegetale, che, con ogni evidenza, partecipa attivamente, per quanto riguarda il significato, alle due scene e al loro senso ultimo e profondo, che — come vedremo — ruota piuttosto attorno all’orbita dell’arte monumentale che a quella augurale, di tipo prettamente funerario.

E anzi, al livello dell’augurio della felicitas oltremondana, rimanda unicamente la frammentaria iscrizione musiva, che recita: Utere semper f(elix) Felicita p(ie) s(ezes).

Con tutte queste premesse, è più facile comprendere la sequenza delle figure, delle scene, dei segni, che scorrono nella tabula musiva di Teano, a cominciare dal faccia a faccia, purtroppo lacunoso, di due figure sante, sedute su nobili scranni sagomati, vestite di avvolgenti panni biblici.

Rimane intatta la figura di Pietro, che volge il capo verso l’osservatore, mostrando l’effigie icastica, fortemente espressiva, che esibisce il rotolo stretto nella sinistra, levando la destra verso l’altra figura molto lacunosa, quasi speculare, nelle vesti e nei gesti, tanto da potervi riconoscere l’apostolo delle genti.

Non devono e non possono sfuggire due particolari quasi impercettibili: la sommità di una palma tra le due figure, residuo di un ambiente ameno, e un elemento parallelepipedo sotto allo scranno di Paolo, che allude, forse, a una cista di rotoli o codici.

Ebbene la solenne, speculare, quasi simmetrica rappresentazione della concordia apostolorum, ci accompagna verso quel mondo dei vetri dorati, troppo spesso disatteso o sospeso in un limbo figurativo oscillante tra produzione devozionale e raffinato artigianato, e invece — come si diceva — spie eloquenti di programmi figurativi complessi e forse di sceneggiature iconografiche scomparse.

Il mosaico di Teano e un vetro dei Musei Vaticani, ambedue concepiti e realizzati al tempo dei Costantinidi, rappresentano uno stralcio ingegnoso dell’arte monumentale, che si aggancia con il forte segno stellare del cristogramma, alla scena dell’adorazione dei Magi, che vede i tre saggi d’Oriente avvicinarsi al Bambino, sorretto solennemente da Maria.

Questo meccanismo figurativo mette a nudo l’accezione astrale del cristogramma e reca sostanza a una filiera iconografica, di genesi catacombale, con la natività e l’adorazione di Priscilla, ancora nel III secolo, che sfocia nell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore del tempo di Sisto III, all’indomani del concilio di Efeso del 431.

Ma c’è di più: anche con questa scena, il mosaico di Teano parla un solenne idioma aulico, di impostazione divina e imperiale. In questa prospettiva, l’adorazione dei Magi costituisce il riconoscimento della divinità di Gesù, già al momento dell’apparizione della stella, mentre i doni parlano chiaro: l’oro allude alla regalità, l’incenso alla divinità, la mirra alla natura mortale.

Ora che abbiamo letto, ad uno ad uno, gli elementi figurativi del “cartellone pubblicitario” di Teano, possiamo finalmente riconoscere gli slogan politico-religiosi del tempo della tolleranza.

Ossia la concordia apostolorum, il signum salutis e l’aurum coronarium.

di Fabrizio Bisconti

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16 dicembre 2019

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