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Carlo Maria Martini
e il sinodo

· Le visioni profetiche dei giovani ·

Maria Cavazzini Fortini «Zaccheo sul sicomoro» (2016)

«Io personalmente mi sento spiazzato», confessava nel 1990 l’arcivescovo di Milano davanti ai messaggi di molti giovani. Scrisse allora una lettera a quelli di loro che in parrocchia non avrebbe mai incontrato, dedicando anzitutto tre pagine a ripercorrere le loro parole. Per ammettere infine un turbamento: «Sotto queste espressioni scorre la vita, la gioia, il dolore, la sofferenza, la noia mortale di chi mi ha scritto; oserei dire di più: riesco a intravedere anche alcune verità e alcuni errori che noi uomini di Chiesa abbiamo commesso». Solo una strutturale disponibilità a venir messi in questione, infatti, apre la mente e fa entrare lo Spirito. Confidando in un presupposto: «Il cuore umano — il tuo, il mio, di tutti — è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che “tanto è impossibile cambiare qualcosa... tanto io non ce la faccio!”» (Lettera ai giovani che non incontro, 1990). Lentamente, a Milano, qualcosa stava effettivamente cambiando.

Prima di essere maestro della Parola, Carlo Maria Martini fu esperto di ascolto, che è quella “dimensione contemplativa della vita” proposta fin dal principio alla metropoli indaffarata. Nel 2000, così, l’appello di Giovanni Paolo II alla Gmg di Tor Vergata — «Cari amici, vedo in voi le “sentinelle del mattino” in quest’alba del terzo millennio» — spinse il cardinale a indire un Sinodo dei giovani. Fu tra gli ultimi atti del suo magistero, al termine del quale poté confidare loro: «Avete sperimentato la presenza del soffio dello Spirito e scoperto con maggiore consapevolezza che Gesù Cristo è colui che dà senso, gusto e promessa ai vostri giorni e al vostro futuro. Questo senso della vita è ciò che molti giovani oggi ricercano e spesso non trovano, a volte anche perché noi, per un falso rispetto umano, non abbiamo il coraggio di annunciarlo apertamente. Nel vostro Sinodo vi sono delle perle preziose, delle visioni profetiche di futuro, simili a quelle di cui parla il profeta Gioele, citato negli Atti degli Apostoli, quando dice: “I vostri vecchi avranno sogni e i vostri giovani avranno visioni”. All’inizio del cammino sinodale vi avevo chiesto per la nostra Chiesa queste visioni di futuro. La più grande di esse è forse già quella data dal titolo: Non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio! Vi chiedo di non lasciar cadere questa coraggiosa parola profetica, che è anche il segreto della vostra felicità» (Attraversava la Città. Risposta al Sinodo dei giovani, Centro Ambrosiano, 2002).

Che cosa rimane, oggi, di quelle visioni? La capacità del cardinale di radicarle nella Scrittura rende estremamente feconda la loro ripresa. Fedele al proprio metodo, Martini trovò quell’icona biblica che illuminasse una situazione altrimenti intricata, su cui rischiavano di prevalere opinioni umane ed esperienze particolari. «Pensando alla vostra assemblea (...) ho visto davanti a me la scena evangelica di Gesù che, circondato dalla folla, entra nella città di Gerico, e con quella grande libertà che gli derivava dall’obbedienza al Padre, l’attraversava per intero». Di qui il primo elemento di “visione” cui tornare oggi non sarà inutile: «Carissimi giovani, abbiate anche voi il coraggio di attraversare le città. (...) Le nostre città hanno bisogno di voi, non abbiate un’idea della fede troppo intimistica, Gesù parlava per le strade, entrava nelle case, non faceva differenze, sapeva meravigliare, era discreto e deciso. Al suo passaggio saliva la lode a Dio perché annunciava l’evangelo. Non rinchiudetevi mai».

Difficilmente si può dare il giusto peso a queste parole, senza addentrarsi nel rapporto dell’arcivescovo con la città. Il gesuita Martini, strappato al silenzio degli studi, non nascose mai l’iniziale resistenza e poi la trasformazione umana e spirituale che Milano provocò in lui. La parola-simbolo di tale terremoto è proprio “attraversamento”. Ai giovani egli chiese, anziano, ciò cui per primo si era aperto: «Passate tra la folla nel nome di Gesù, andate diritto per la via dell’obbedienza della fede. Qualcuno d’inaspettato vi attende, vi farà entrare nella sua casa e darete gioia alla sua e alla vostra vita».

In controluce il profilo di Zaccheo, il grande peccatore, richiama infatti la “primissima intuizione” del cardinale: «Entravo nella città venendo dalla chiesa di S. Eustorgio e, procedendo verso il centro, passai vicino alle carceri di S. Vittore: ricordo di aver avvertito subito che là, a S. Vittore, c’era paradossalmente il cuore di Milano, lo stimolo più forte per amare questa città e superare quel muro d’indifferenza, di omologazione che invece ci tenta continuamente nella città stessa».

A distanza di alcuni decenni, l’icona dell’attraversamento di Gerico sembra guadagnare sempre maggior intensità. Oltre metà della popolazione mondiale vive oggi nelle città, che attraggono irresistibilmente nuovi abitanti. Mobilità, accelerazione, flussi di denaro e d’informazioni riconfigurano i vissuti di una generazione che le nuove tecnologie hanno reso “urbana” fin nelle più remote regioni rurali. Ed ecco allargarsi oltre i confini fisici delle metropoli tre percezioni martiniane, decisamente anticipatrici: «Fin dall’inizio questa città mi è sembrata aperta, facile, accogliente e insieme piena di enigmi. Da vent’anni mi sforzo di capirla e non ho ancora trovato una cifra unificante. È questa la mia prima riflessione: una città misteriosa, che nessuno può dire di conoscere, ma che è possibile conoscere insieme. Possiamo cioè conoscerla se ciascuno mette a disposizione il suo tassello di conoscenza e non lo vanta come unico».

Questo non vale, forse, per l’esperienza contemporanea tout court? «Ricordo di aver descritto lo spavento che provo e ho provato in alcune circostanze. È davvero faticoso conoscere questa città che divora e omologa i suoi abitanti, che riceve tutto e tutto ricicla, che ci fa sentire come spossessati, impotenti, come di fronte a una macchina di cui abbiamo perso la chiave del funzionamento».

A una simile fatica si aggiunge, però, una terza e positiva impressione: «Milano è percorsa da reti di amicizia che gradualmente riescono a innervarla, pur se sono molto nascoste. Percorsi di amicizie che infondono una maggiore vitalità e una maggiore speranza alla città».

Martini con alcuni giovani a Milano nel novembre 1980

È solo in questa chiave che si comprendono le tre consegne — cercate Gesù, costruite la vita comune, restate vicini ai poveri di ogni categoria — che il cardinale affida ai giovani per il dopo-Sinodo. Esse mirano a strutturare delle amicizie cristiane. Richiamando la figura dell’arci-pubblicano e descrivendone la curiosità, Martini usa il plurale: «Abbiate la forza di cercare Gesù. Qualcosa attirava irresistibilmente Zaccheo verso di lui; tuttavia qualcosa lo faceva sentire molto distante da lui. Forse il suo modo di vivere e di operare lo metteva a disagio, lo faceva sentire inadeguato (...). Non osava, eppure era pronto per la fede. Una forza irresistibile gli dà coraggio per salire, provare, e cercare di vedere Gesù. A volte ci sentiamo piccoli, non all’altezza delle situazioni, spesso siamo in pochi. È necessario salire sull’albero, ascoltare la Parola del Signore, ricevere il suo invito ed entrare in un rapporto singolare con lui. Voi avete fatto questa fatica, avete diffuso questa divina curiosità; nel vostro cuore si è mossa una nuova energia, un benessere, una volontà straordinaria di bene che vi indurrà a nuove e precise decisioni. Il Signore è venuto e vi ha riempiti di gioia».

È interessante osservare come Martini eserciti il magistero: non detta un insegnamento, ma aiuta i giovani a rileggere ciò che provano; li fa specchiare nelle Scritture, perché accolgano inquietudini benedette e vincano ansie e senso d’inadeguatezza. Il Gesù che offre loro non è un idolo, né una formula magica: va cercato e progressivamente conosciuto come una persona vivente e reale, il cui mistero non si esaurisce in qualche titolo. La lectio divina è perciò la via di preghiera più adeguata al presente: essa educa all’interrogazione, all’attesa, al senso della complessità. Non un pregare compulsivo, né un contemplare anestetizzante, ma la ricerca nella Bibbia di Colui che ancora si fa trovare: «Ricercate Gesù nella vita quotidiana: la famiglia, gli amici, lo studio, il lavoro, l’università sono i primi luoghi di vita in cui si può incontrare il Signore. Mantenete la precisione della preghiera quotidiana del mattino e della sera, costruite i tratti cordiali e gioiosi del vostro temperamento, esprimetevi in una buona disponibilità all’incontro e all’aiuto concreto delle persone, tenete viva l’intelligenza con un pensiero attivo sulle cose e sul mondo, disponetevi alla carità».

Perché ciò si realizzi occorre legarsi, stare insieme. Il cardinale è consapevole che le grandi istituzioni educative, come l’oratorio, da sole sono ormai insufficienti. «Gesù non è preoccupato immediatamente di gestire la folla; egli vuol bene a tutti, ma si prende cura in modo particolare di qualcuno. Gesù insegue il suo pensiero più profondo, quello di andare diritto al cuore di Zaccheo: vuole entrare nella sua casa. Non vuole che questo incontro sia uno come tanti, vuole creare contesto, vuole lasciare una traccia».

Occorre anche un’attivazione dei giovani, che la Chiesa può impedire o sostenere: «Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni (...). Tutte le nostre comunità siano attente alle esigenze giovanili di vita comune, sapendo che i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva (...). Certamente qualche struttura andrà trasformata, qualche contesto nuovo di incontro andrà inventato, con creatività e saggezza». Si tratta della più disattesa delle consegne del cardinale: per una Chiesa carica di tradizione è difficile modificare le proprie strutture e prender forma di casa. Eppure, lentamente, il fatto che Martini stesso aprisse la propria casa alla vita fraterna è un seme che produce qualche timido germoglio. Il tema è, infatti, quello di una pastorale che veda i giovani come soggetti degni di un credito, anche materiale, di fiducia. Non solo destinatari di cura. L’immagine della domus ecclesiae rinvia a processi di co-costruzione, di libertà, di reciproca irradiazione. Qui, come nei vangeli, la casa non è rifugio, né spazio per un intimismo cristiano.

È in casa, infatti, che «Gesù suscita in Zaccheo un desiderio di agire, un agire pulito. Zaccheo viene liberato da tutte le sue riserve e dalle sue paure; esce di nuovo all’aperto, non si nasconde più, riconosce gli errori e si ripromette nel dono». E dunque: «Amate la nostra città e il nostro Paese e apritevi alle dimensioni del mondo. Studiate, e siate competenti nella vostra professione, siate uomini e donne di giustizia, gente che dà quattro volte tanto a chi ha bisogno di presenza e di aiuto. Sappiate prendervi a cuore la dimensione civile della vita, perché chi incontra Gesù sa evitare la frode e sa pagare di persona in misura generosa. Partecipate con frutto ai corsi di formazione sociale e politica, e assumete progressivamente, a diversi livelli, le prime responsabilità pubbliche».

È evidente che il cardinale intenda confermare un ruolo ai giovani in una visione trasformativa del cristianesimo. Il prendersi cura «dei poveri di ogni categoria» significa per Martini ospitare persino ciò che inquieta, non temere di sperimentare lo scarto tra sé e la realtà: è in questa vertigine che ci tocca il mistero di Dio. In un orizzonte culturale in cui la fede ha smesso di costituire il collante sociale, il cattolicesimo dei millennials sarà gioioso e rivoluzionario, se accolto con essenzialità entro legami di vera amicizia. Urgono vescovi che assecondino lo Spirito.

di Sergio Massironi

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