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Carità non a parole ma con i fatti

· L'arcivescovo Amato presiede a Benevento il rito di beatificazione di Teresa Manganiello ·

Dedizione alla preghiera, spirito di penitenza, aiuto ai bisognosi. Così l'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha delineato i tratti caratteristici della nuova beata Teresa Manganiello (1849-1876). Il rito, presieduto dal presule in rappresentanza del Pontefice, si è svolto sabato mattina, 22 maggio, nella basilica di Santa Maria delle Grazie, a Benevento.

L'arcivescovo Amato ha messo in luce alcuni aspetti della vita e della spiritualità della Manganiello. In particolare ha sottolineato come «fu folgorata dalla santità di Dio, diventando incandescente di carità. Un testimone afferma che aveva dentro un fuoco ardente, un fiume straripante di amor di Dio». Tra le principali occupazioni di questa terziaria cappuccina c'era la carità verso il prossimo. «Era generosa — ha detto il presule — anzitutto in famiglia: fatiche, lavori, incombenze varie la trovavano sempre disponibile e generosa, di giorno e di notte, non solo per compiere la sua parte di servizi, ma anche per alleggerire la fatica alla madre, alle sorelle, alle stesse cognate». E in famiglia trovò anche il modo di santificarsi esercitando la pazienza e la comprensione verso una delle sue cognate che la insultava continuamente. Molti testimoni hanno affermato che la sua generosità non si fermava davanti a niente e a nessuno. Accoglieva tutti indistintamente, dai malati ai mendicanti, che a quel tempo giravano numerosi per i paesi. «Per la nostra beata — ha sottolineato monsignor Amato — la carità non era fatta di parole ma di gesti concreti e generosi».

Il prefetto ha poi messo in luce il percorso umano e spirituale della nuova beata, considerando il contesto sociale in cui visse. «La sua biblioteca non fu quella della scuola da lei mai frequentata — ha fatto notare il presule — ma quella della Parola di Dio, che nella quotidiana partecipazione alla messa la istruiva, la educava e la trasformava». Il popolo la chiamava la «monachella santa», ma dopo la maturazione spirituale, da contadina ignorante di Montefusco, diventò «la giovane saggia, esempio e maestra di vita cristiana». Un testimone riferì che con il suo esempio Teresa «metteva il bene nella testa di tutti, ai fratelli e agli amici». «Le testimonianze — ha sottolineato il prefetto — concordano che la sua pazienza nel sopportare le umiliazioni induceva alla bontà e alla conversione. Ad esempio, un sacerdote sospeso a divinis si ravvide perché edificato dalla santità di Teresa». Questo episodio ha fatto sì che nella congregazione delle suore francescane immacolatine, nate dalla sua ispirazione, «ci sia un impegno speciale di preghiera per i sacerdoti».

L'arcivescovo ha poi messo in evidenza l'aspetto penitenziale di Teresa, inserendolo però nella sensibilità del tempo e considerandolo come un esercizio non fine a se stesso, ma in vista di un bene maggiore. «Lo spirito di mortificazione — ha detto — era conseguenza del suo desiderio di preghiera e di intima comunione con la passione di Cristo e con il suo sacrificio redentore. Nella storia della Chiesa ci sono sempre state le sante penitenti e riparatrici, come, ad esempio, santa Veronica, santa Giacinta, santa Rosa, la beata Ludovica, la beata Angela da Foligno, tutte sante terziarie, santa Francesca delle cinque piaghe, santa Elisabetta d'Ungheria. Si può dire che la giovinezza di Teresa fu un vero olocausto riparatorio».

Il presule ha poi ricordato alcuni episodi della Manganiello riguardanti le sue pratiche penitenziali. «Spesso sulle vivande buttava cenere ed erbe amare. Recandosi alla santa messa, dava gli zoccoli alla sorella e lei camminava scalza. Preghiera e penitenza ella le faceva lontano da occhi indiscreti, in una grotta vicino a casa sua. In spirito di penitenza, accettò la malattia, la tubercolosi, con serenità e anche con gioia, soffrendo pene indicibili col sorriso sulle labbra».

«Oggi alcune di queste forme di penitenza — ha affermato — sono inusuali e appaiono incomprensibili. Ma allora queste mortificazioni corporali erano frequenti per quelle anime assetate di perfezione. Venivano fatte sempre con l'esplicito permesso dei superiori religiosi, soprattutto dei padri spirituali, che erano severi in quel tempo». Infine, l'arcivescovo ha concluso dicendo che «se la nostra cultura non crede più all'inferno, ma fa di tutto per trasformare in inferno l'esistenza, Teresa, invece, crede nel Paradiso, e vive sulla terra trasformando i suoi pochi anni in momenti di luce e di splendore».

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