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La prepotente responsabilità
verso gli altri

· Come mettersi al servizio dei poveri ·

Alla fine del Nuovo Testamento Giovanni, nella sua prima lettera, giunge a questa lapidaria definizione, l’ultima e definitiva, perché dopo di essa non ce ne saranno altre: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (4, 8); ho theòs agápe estín (anche 4, 16), reso nella Vulgata con Deus caritas est. Giustamente oggi si traduce “Dio è amore”, e non più “Dio è carità”, perché nel nostro linguaggio la carità di fatto è una componente dell’amore, una traduzione dell’amore verso il bisognoso. 

Antonio Canova, «Insegnare agli ingnoranti» (1795, particolare)

Di qui deriva l’espressione «fare la carità», cioè un’azione in cui l’amore del comandamento «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Levitico, 19, 18; Marco, 12, 31 e paralleli) viene specificato in un fare il bonum verso chi si trova in una situazione in cui questo bonum, questo bene, gli manca. Resta però vero che, per un cristiano che vuole restare fedele al Vangelo, la carità deve sempre essere collocata in quell’amore che è Dio e che da lui discende nel cuore degli esseri umani; grazie a questo dono essi sono abilitati ad amare tutti i loro fratelli e sorelle in umanità e a trovare in tale amore anche la possibilità di un suo aspetto, la carità, amando fattivamente chi è nel bisogno.

Di questo amore di Dio Gesù è stato la narrazione (exeghésato: Giovanni, 1, 18), l’esegesi fatta concretamente con la sua vita umana. Ciò che in lui era straordinario non era il divino, che mai è apparso, ma la sua umanità fatta di sguardi, sentimenti, azioni nei confronti di chi incontrava, chiunque fosse: uomo o donna, vecchio o giovane, ebreo o greco, sano o malato. Sicché la sua carità era un «fare misericordia» (cfr. Luca, 10, 37), perché per Gesù la misericordia non è mai stata solo un sentimento nato dalle viscere, quel sentimento che tutti gli umani condividono di fronte al male, se non hanno il cuore indurito, malato di sklerokardía; no, la sua carità è stata un prendersi cura dell’altro, un assumersi la responsabilità del bisognoso fino a impegnarsi in un’azione, in un comportamento che coinvolgeva tutto il suo essere: cuore e mani, mente e corpo.

Per Gesù erano poveri tutti quelli che si trovavano nel bisogno: malati, emarginati, scarti della società, disprezzati dalla gente comune e da quanti detenevano il potere religioso, disgraziati colpiti dal duro mestiere di vivere, indifesi e soli… Gesù non ha mai sacralizzato una condizione sociale, ma ha visto in chi è bisognoso una persona desiderosa del mutamento della propria situazione, pronta ad accogliere la salvezza che viene da Dio.

In un libro dal titolo emblematico, La morte del prossimo (Einaudi 2009), lo psicoanalista Luigi Zoja, dopo aver ricordato l’annuncio della morte di Dio da parte di Nietzsche, ha aggiunto che è avvenuta, per l’appunto, anche la morte del prossimo, perché oggi viviamo misconoscendo soprattutto la prossimità. La società tecnologica elimina sempre di più la dimensione della prossimità dei vissuti e crea una concreta distanza tra gli umani. Non c’è più l’altro che sta vicino, quello su cui poso la mano, e così il trionfo dell’indifferenza e dell’individualismo esasperato conduce alla morte della carità, o meglio al non poter più esercitare la carità, la solidarietà, la com-passione come soffrire insieme. Ce ne stiamo ciascuno lontano dagli altri per indifferenza o per paura; perché non abbiamo tempo e corriamo dal mattino alla sera; perché non abbiamo più voglia dell’altro, sempre più lontano, sempre meno invitato e accolto in casa nostra; perché non abbiamo più desiderio di prendere tra le mani il volto e le mani di un altro. Comunichiamo virtualmente, amiamo con una “carità presbite” chi resta distante, inviamo tramite un sms un’offerta a chi non conosciamo ed è lontano, ma non accettiamo di creare confidenza con chi abita sul nostro stesso pianerottolo… La carità impersonale è solo filantropia che vive di sentimenti e di buone dichiarazioni, ma se permane la distanza, questo si rivela l’ostacolo fondamentale all’esercizio dell’amore e della carità verso il corpo dei poveri, dei bisognosi che sono accanto a noi e dei quali neppure ci accorgiamo.

di Enzo Bianchi

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19 maggio 2019

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