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Accompagnare, discernere, integrale la fragilità

Nell’esortazione apostolica «Amoris laetitia»

 Ci si deve forse preoccupare per il fatto che un Papa gesuita offra alla pastorale d’insieme della Chiesa l’esperienza del carisma dell’accompagnamento e del discernimento che sant’Ignazio di Loyola ha sviluppato nei suoi Esercizi Spirituali ? Questo carisma ampiamente riconosciuto e celebrato da secoli è posto effettivamente in opera nell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia e in particolare al capitolo 8 in riferimento al cammino delle persone in situazioni dette “irregolari” [1]. Per noi vescovi c’è lì un grande cantiere aperto per la “conversione pastorale” che Francesco promuove sin dalla sua Esortazione programmatica Evangelii Gaudium del 2013 che mira a realizzare un’effettiva “trasformazione missionaria della Chiesa” (EG 19-49).

Sono convinto che Amoris Laetitia è un’applicazione privilegiata del carisma ignaziano, declinato in un metodo pastorale che assume senza riserve l’ideale del “Vangelo della famiglia” (AL 60, 200), ma che muove risolutamente dal vissuto delle persone, puntando prima di tutto sulla grazia che agisce in loro; un metodo che accompagna il loro discernimento ponendo attenzione alla rettitudine della coscienza e degli affetti, perché il discernimento, nello stesso tempo personale ed ecclesiale, conduca veramente alla scelta del bene possibile qui e ora, anche se, per il fatto di una situazione oggettiva irregolare, resta un cammino da percorrere verso l’integrale compimento della volontà di Dio nella loro vita e la piena integrazione con la vita sacramentale della comunità. Quest’assai sommaria descrizione della dinamica degli Esercizi Spirituali applicata alla famiglia in Amoris Laetitia è fondata su un’antropologia concreta e personalista che rimanda agli orientamenti generali dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium.

Marc Chagall «Gli amanti» (particolare, 1954-1955)

In effetti, rileggendo Amoris Laetitia alla luce di Evangelii Gaudium, ci si rende conto che la pratica ignaziana del discernimento pastorale in Amoris Laetitia applica di fatto un metodo fondamentale i cui principi sono stati posti in Evangelii Gaudium nel quadro di una “trasformazione missionaria della Chiesa” (Cap. 1), che implica una “conversione pastorale” che va dal “papato” alla “parrocchia”, in uno spirito di apertura missionaria, di misericordia e di attenzione privilegiata ai più poveri. Non dimentichiamo che il carisma della Compagnia di Gesù è in primo luogo missionario, nel duplice significato di ampliare le frontiere geografiche della Chiesa e di spingere la Chiesa a “uscire” verso le frontiere non solo geografiche ma anche culturali ed esistenziali dell’umanità in profondo cambiamento.

I principi generali di una conversione pastorale missionaria del genere sono stati evocati da Papa Francesco come preludio nell’Enciclica Lumen Fidei (LF 55, 57), in gran parte ereditata dal suo predecessore Sua Santità Benedetto XVI. Essi sono ampiamente sviluppati in Evangelii Gaudium secondo tutte le loro dimensioni nella sezione su “la dimensione sociale dell’evangelizzazione” (Cap. 4, 217-237). Basti qui richiamarli per constatare come il pensiero del Papa sia profondamente articolato in termini teologici e filosofici, ispirato in parte a Romano Guardini ma anche all’esperienza acquisita nel suo paese d’origine [2] “Il tempo è superiore allo spazio”, da cui l’importanza “ di iniziare processi più che di possedere spazi ” (EG 223, ripreso in AL 261); “L’unità prevale sul conflitto” (EG 226-230), che suppone un modo coraggioso di gestire e di risolvere i conflitti sociali o familiari (AL 232-240); “La realtà è più importante dell’idea”, che denuncia gli idealismi concettuali appoggiandosi sul mistero dell’Incarnazione e sulla messa in pratica della Parola (EG 231-233; AL 36); “Il tutto è superiore alla parte” (EG 234-237), per guidare alla ricerca dell’equilibrio tra globalizzazione e inculturazione, conservando sempre la visione d’insieme e mettendo la speranza al centro dell’esperienza dei limiti e dei fallimenti. Questi principi generali si applicano all’accompagnamento che la Chiesa offre all’“umanità in tutti i suoi processi” (EG 24), in particolare al suo accompagnamento delle coppie e delle famiglie in Amoris Laetitia, all’educazione cristiana dei figli così come alla formazione dei “discepoli missionari”, affinché tutti imparino a discernere e agire in conformità con lo Spirito del loro battesimo e a servizio della comunione missionaria della Chiesa.

Il capitolo 8 di Amoris Laetitia costituisce un’attuazione di particolare rilievo di questi principi nell’accompagnamento pastorale di tipo ignaziano delle persone in situazioni dette “irregolari” (296). Il Papa prende dapprima atto della mutazione antropologica e culturale in corso che esige un nuovo approccio pastorale verso le persone che vivono in situazioni tanto più complesse e frammentate di altri tempi (31-57) (293-294). I cristiani della nostra epoca vivono una difficile transizione tra la situazione di cristianità e le attuali società secolarizzate, multiculturali e multi-religiose, che si pongono a grande distanza dalle istituzioni ecclesiali, dunque meno formati nella propria fede e più permeabili agli influssi culturali circostanti: privatizzazione del religioso, mentalità democratica e individualista, imposizione ideologica della teoria del gender, crisi del matrimonio e della famiglia, condizioni di vita contrarie alla dignità della persona (40-47).

In questo nuovo contesto, non basta più semplicemente ribadire la dottrina e la disciplina poiché si rischierebbe di allargare il fossato tra la comunità dei fedeli e le numerose famiglie in difficoltà che non corrispondono più alle norme abituali della vita coniugale e familiare. Due opposti atteggiamenti si affrontano e dividono le comunità in ampi settori della Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II. Da una parte, l’atteggiamento più o meno apertamente dissidente di un’importante frazione che reclama un cambiamento dottrinale e disciplinare al fine di rendere le cose più aggiornate e più accettabili alle famiglie d’oggi. Questo atteggiamento ha segnato la vita della Chiesa con una resistenza passiva o anche attiva che ha posto ostacolo alla ricezione e all’attuazione pastorale dell’insegnamento magisteriale nel campo della famiglia [3]. L’altro atteggiamento, di segno opposto alla contestazione, è l’affermazione autoritaria della dottrina e della disciplina, senza tuttavia prestare sufficiente attenzione alla sua limitata efficacia pastorale e al crescente fossato con la cultura dominante. Occorreva dunque cercare e proporre una via di riconciliazione tra questi due atteggiamenti al fine di ricomporre l’unità e rilanciare la missione.

Occorreva dunque riprendere la controversa questione del matrimonio e della famiglia da un nuovo punto di vista, strettamente pastorale, ma in continuità con le acquisizioni dottrinali del passato, confermandole esplicitamente e proponendo un nuovo metodo pastorale. Di qui l’appello di Francesco a una “conversione pastorale” che richiede innanzitutto di cambiare lo sguardo e l’atteggiamento nei confronti del mondo peccatore, a cominciare da una contemplazione più profonda di Gesù, Buon Pastore, che dialoga con la Samaritana per condurla alla verità della sua vita e del Vangelo (294). Questo cambiamento di sguardo si traduce in Amoris Laetitia in un dialogo autentico dei pastori con le loro comunità, dove le situazioni “irregolari” “vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo” (294). Questo sguardo costruttivo si appoggia inoltre sulla “legge della gradualità” (295) che governa la crescita delle persone, così come su un atteggiamento misericordioso (297) che sposa lo sguardo di Gesù e l’azione dello Spirito Santo in ogni situazione, anche la più estrema. È in questo Spirito e nel quadro del Giubileo della misericordia che Papa Francesco ha avuto il coraggio e l’audacia di rimettere in cantiere questioni disputate e avviare un processo di dialogo definito dai tre verbi che riassumono l’essenziale del suo metodo pastorale: Accompagnare, discernere, integrare.

Quanti hanno vissuto i sinodi hanno constatato come l’operazione sia stata laboriosa, costantemente ostacolata dalla pressione mediatica che tendeva a opporre i vescovi gli uni agli altri secondo divisioni politiche superficiali, accrescendo l’inquietudine e la resistenza degli uni e polarizzando la pressione degli altri intorno all’unica questione della comunione ai divorziati risposati. Lo Spirito Santo ha nonostante tutto condotto l’insieme dell’operazione a buon termine ed ha permesso di concludere l’Assemblea sinodale senza vincitori né vinti, ma con un immenso compito sulle braccia, di cui si poteva agevolmente indovinare che non sarebbe stato più facile dei dibattiti sinodali. Lo dimostra l’interpretazione di Amoris Laetitia, che rimane difficile intorno alla famosa questione dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, questione che è rimasta praticamente in sospeso all’Assemblea sinodale ma che Francesco ha spinto più in avanti in Amoris Laetitia con prudenti aperture che chiedono riflessione, conversione e un più raffinato apprendimento del discernimento pastorale [4] .

È il compito che spetta a ogni vescovo dopo la pubblicazione di Amoris Laetitia, compito che presuppone una reale fedeltà all’insegnamento pontificio e una non meno necessaria solidarietà dei vescovi tra loro per camminare insieme verso la piena ricezione degli orientamenti di questo documento magisteriale che, pur essendo di natura pastorale, non è meno fortemente articolato dottrinalmente in continuità con il Concilio Vaticano II e i Pontefici precedenti. Minimizzare la sua portata sotto il pretesto d’incertezza dottrinale o di confusione pastorale non fa che seminare la diffidenza e rendere più difficile la fedeltà allo Spirito Santo che anima e guida il discernimento di tutta la Chiesa cum et sub Petro.

ACCOMPAGNARE

Riconosciamo subito che il capitolo 8 è suscettibile di divergenti interpretazioni a seconda che si entri o no nella prospettiva pastorale della “legge di gradualità” (AL 293-295) che prolunga le aperture già in corso nell’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II (FC 34). Certuni si sono resi incapaci di apprezzare l’insieme del nuovo documento pontificio perché hanno in primo luogo cercato di vedere se questo capitolo confermava o meno il loro pregiudiziale punto di vista. L’allusione al discernimento di “certi casi” di persone divorziate e risposate che possono ricevere l’aiuto dei sacramenti (nota 351) ha provocato sia un entusiasmo superficiale sia un netto rifiuto, senza che le due posizioni colgano il senso profondo di Amoris Laetitia e la conversione pastorale sostenuta da Papa Francesco. Certe dichiarazioni immediate, anche di episcopati, aprendo ampiamente alla comunione o contestando l’orientamento del Pontefice, devono essere riequilibrate a partire dal testo stesso del Santo Padre che vuole un’autentica educazione alla verità del Vangelo, attribuendo certamente maggior importanza alla coscienza personale (303), senza tuttavia favorire il pericolo che “l’eccezione diventi la regola” [5]. Ciò che è principalmente in gioco in Amoris Laetitia non è infatti l’accesso ai sacramenti ma l’accompagnamento reale e l’integrazione delle persone in situazioni irregolari grazie a un autentico cammino di conversione e di crescita spirituale conforme al loro stato e alle loro possibilità.

Francesco non pretende di cambiare la dottrina della Chiesa né la sua disciplina plurisecolare in materia di pratica sacramentale. La sua esplicita intenzione in Amoris Laetitia non è di proporre “una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi” ma bensì “un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari” (300). In questo senso, il Santo Padre vuole che i pastori della Chiesa si dedichino a un ascolto compassionevole riconoscendo la diversità delle situazioni con uno “sguardo che discerna bene” (298). Egli vuole che i pastori e i fedeli toccati da questi problemi s’incontrino, si parlino e si aiutino a meglio comprendere e applicare la norma canonica facendo affidamento sull’azione dello Spirito Santo che agisce nella vita d’ogni persona, anche di quelle che vivono in una situazione di peccato. Questa prospettiva di rinnovato dialogo pastorale suppone un accompagnamento reale di quanti sono in ricerca di conversione e di riconciliazione, tenendo soprattutto conto della persona con la sua coscienza segnata da una storia di peccato e di rottura che deve giungere a un chiaro giudizio sulla propria situazione (303).

In che cosa dovrebbe dunque consistere questo processo di accompagnamento e di dialogo? Secondo Amoris Laetitia, occorre partire dalla costatazione, a monte del problema dei divorziati risposati, che “la scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti” (294). Di qui l’importanza di un dialogo rispettoso con queste persone spesso poco consapevoli dei loro errori “al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza” (293).

Riguardo al caso dei divorziati risposati, le situazioni sono molto diverse ed esigono un discernimento appropriato che sia sensibile alla sofferenza delle persone e rispettoso nel modo di giudicare la loro situazione (296). Stanti i condizionamenti culturali delle loro scelte, occorre essere consapevoli dell’incertezza che grava su un certo numero di matrimoni quanto alla loro validità sacramentale. I pastori incontrano in effetti le più diversificate situazioni, constatando che certi matrimoni non sembrano validi ma le persone non sono sempre interessate a fare un passo giuridico per chiarificare lo status della coppia. Essi constatano anche a volte che dei fedeli vivono in dubbio sulla validità del loro primo matrimonio ma senza possibilità concreta di verifica giuridica. Incontrano sovente dei fallimenti di matrimoni autentici ma con gradi di colpevolezza molto variabili a seconda che le persone, pentite o no, abbiano causato le rotture e le loro conseguenze, ed abbiano contratto nuove unioni stabili ma adultere; o ancora dei fedeli, vittime di abbandono e risposati per ‘necessità’, che restano praticanti ed anche ferventi nella loro fede (294). Tutte queste constatazioni si aggiungono alle numerose situazioni di solitudine e di concubinaggio per ogni specie di ragioni: povertà, indifferenza o immaturità.

In questo quadro assai diversificato, il dialogo pastorale, condotto con pazienza, misericordia e rispetto delle coscienze, è una grazia manifesta che può aprire un cammino di conversione e di crescita. Questo comincia con l’ascolto attento e paziente delle persone e delle coppie offerto dagli “operatori pastorali”, pastori o collaboratori religiosi e laici; questo ascolto facilita il discernimento della propria situazione delle persone davanti a Dio aiutando il loro esame di coscienza (300) a misurare la loro colpevolezza, il loro pentimento e il loro fermo proposito di cambiare la loro vita nelle misura del possibile. In questo esercizio d’illuminazione e di formazione progressiva delle coscienze, occorre ricordarsi delle condizioni generali che determinano la moralità degli atti e l’imputabilità degli errori: la sufficiente conoscenza della materia in causa e l’adesione libera all’oggetto della scelta, così come l’influsso delle circostanze che condizionano i giudizi di coscienza [6]. Nel tempo in cui viviamo è degno di nota come molteplici condizionamenti tocchino la coscienza del peccato e costituiscano altrettante “circostanze attenuanti” (301-303) diminuendo l’imputabilità soggettiva degli errori commessi. Amoris Laetitia lo sottolinea particolarmente per aiutare i pastori a misurare la complessità dei casi di coscienza di fedeli che vorrebbero sì cambiare la loro situazione oggettiva di peccato ma che temono di commettere “una nuova colpa” (301), sia abbandonando gli impegni e le responsabilità acquisite nella famiglia ricostituita, sia causando nuove sofferenze alle persone toccate dalle decisioni. Francesco prende atto della considerazione espressa dai Padri sinodali: “Possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione” [7]. Di qui il carattere delicato dell’accompagnamento di queste persone in foro interno come in foro esterno, al fine di illuminare progressivamente la loro coscienza senza pressarle quanto alle decisioni da prendere hic et nunc, e rispettando le loro scelte che possono richiedere del tempo per adeguarsi in pieno alle esigenze della norma canonica. Questa, meglio compresa nel suo valore grazie all’accompagnamento, diviene progressivamente meglio assunta come guida della coscienza personale verso una più completa adesione all’ideale del matrimonio secondo la disciplina sacramentale della Chiesa.

È nel contesto della promozione di questo processo pastorale di dialogo, frutto anche e in primo luogo di una conversione pastorale dei pastori e dei loro collaboratori e collaboratrici, che s’iscrive la famosa nota 351 del n. 305, che autorizza in “certi casi” non definiti l’apertura all’aiuto dei sacramenti per i divorziati risposati. Certuni hanno immediatamente temuto, non senza un certo fondamento nelle pratiche già stabilite, che potrebbe in molti casi derivarne una generalizzazione e una banalizzazione della comunione. Certe dichiarazioni affrettate di vescovi hanno potuto fornire quest’impressione. Non è lo spirito del testo né la sua lettera. Chi prende a criterio questo timore non ha compreso il senso dell’orientamento pontificio e rischia d’impantanarsi in una critica acerba e sterile. Chi, all’opposto, liberalizza effettivamente l’accesso ai sacramenti pensando di seguire il Papa, vien meno altrettanto, se non di più, al suo spirito poiché resta in un atteggiamento lassista, poco pastorale, che si risparmia il lavoro arduo ma necessario di accompagnamento e discernimento che mira a una vera crescita spirituale e ad un’autentica integrazione nella comunità. Ciò che è in gioco nel coretto atteggiamento pastorale è l’integrazione autentica delle persone in ricerca conformemente alla verità dei sacramenti e alla testimonianza coerente della comunità ecclesiale. Questa integrazione dipende da una fedeltà creativa all’autentica tradizione e non da una partecipazione liberalizzata ai sacramenti che non farebbe crescere spiritualmente i divorziati risposati e non renderebbe onore alla testimonianza d’amore di Cristo per la Chiesa.

Occorre dunque investirci come vescovi con le nostre limitate risorse umane in un nuovo dialogo pastorale che poggia sulla conferma del Magistero dei precedenti Pontefici e sull’assimilazione della novità di Amoris Laetitia. Prendiamo maggior coscienza di questa novità al fine di trovare l’equilibrio di una maggiore flessibilità pastorale che sussiste senza rottura di continuità con la norma canonica della Chiesa. A questo riguardo la responsabilità dei vescovi è grande, per evitare che dei sacerdoti si autorizzino a moltiplicare sconsideratamente le “eccezioni” per motivi non sempre confessabili e sempre dannosi alla testimonianza della Chiesa (300).

DISCERNERE

La principale novità di Amoris Laetitia è di constatare e riconoscere che in virtù di una “solida riflessione (della Chiesa) circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti”, “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta «irregolare» vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante” (301). Questa constatazione si appoggia sui principi di teologia morale che abbiamo più sopra evocato e che determinano gradi diversi d’imputabilità degli errori commessi. È relativamente facile classificare le persone in foro esterno a partire da una norma oggettiva. È molto più difficile misurare il grado d’imputabilità soggettiva che la Chiesa riconosce molto variabile secondo i casi e aperta a evoluzioni positive. Le persone possono essere profondamente pentite dei loro peccati e della loro situazione presente ma non ancora capaci di cambiare effettivamente la loro situazione oggettiva, poiché una decisione immediata in questo senso, teoricamente possibile, parrebbe loro in coscienza comportare altri sbagli morali, sia o no condizionato questo giudizio da una coscienza erronea. Per esempio, la cura dei figli della nuova unione può notevolmente limitare la capacità di soddisfare l’esigenza della separazione.

Queste limitazioni di tipo psicologico, morale o sociologico, costituiscono altrettante circostanze attenuanti che toccano la percezione dei valori in causa e la corrispondente presa di decisione, cosa che può diminuire l’imputabilità soggettiva dello stato di vita in situazione oggettiva di peccato. Il grado di imputabilità può essere pieno, parziale o inesistente secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica. Un dialogo pastorale può allora illuminare la coscienza dei fedeli in cerca della volontà di Dio, a discernere la scelta possibile nelle concrete circostanze, misurare ad esempio il valore del loro giudizio di coscienza in vista dei sacramenti di cui sono privati ma ch’essi potrebbero legittimamente desiderare dal punto di vista morale se non si trovano in stato di peccato mortale. Ciò vorrebbe dire allora che “in certi casi” si potrebbe autorizzarli o piuttosto lasciare alla loro coscienza la libertà di scelta? Amoris Laetitia non decide su questa domanda. Certi vescovi la interpretano in senso affermativo [8], pur ricordando che resta il problema dello scandalo, poiché la comunità che non conosce il foro interno delle persone potrebbe essere indotta a dubitare che il matrimonio sia indissolubile e che la Chiesa sia fedele al Vangelo. Amoris Laetitia non ignora quest’obiezione che raccoglie l’insegnamento di san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio 84 e la consegna discreta ai pastori o confessori a conoscenza di questi casi in foro interno di suggerire a queste persone di andare a comunicarsi in un’altra parrocchia o in una cappella. Amoris Laetitia sembra tuttavia andare più oltre rendendo pubblica la cosa in modo discreto ma aperto a un margine d’interpretazione non facile da determinarsi.

“In certi casi” (nota 351). Ci si chiede spontaneamente: quali? Amoris Laetitia non dà una risposta chiara e precisa, se non quella di mantenere la disciplina tradizionale in un modo aperto ai casi di eccezione. Il motivo principale dell’indeterminazione è chiaramente di evitare una nuova casistica che preciserebbe il modo di applicare la norma ma non cambierebbe la mentalità pastorale. Di fatto, tutto lo sforzo di conversione pastorale promosso da Francesco consiste nel rendere i pastori più sensibili al cambiamento culturale e alle situazioni complesse del nostro tempo che occorre considerare in se stesse e non soltanto partendo da un affinamento delle norme. L’accompagnamento pastorale mira allora, aldilà di un permesso da concedere o meno secondo casi ben definiti, ad aiutare le persone in cammino a formare la loro coscienza e a discernere la scelta possibile nel loro caso hic et nunc, senza mai perdere di vista l’ideale anche se non è stato ancora raggiunto. Data la complessità delle situazioni e dei fattori che condizionano le scelte di coscienza, è possibile che un discernimento concertato tra un pastore e una coppia in foro interno, supervisionato in qualche modo dal vescovo locale, dia accesso in certi casi all’aiuto dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Quest’orientamento non è nuovo dal momento che è stato sempre praticato in una misura ristretta in foro interno. Ciò che è nuovo, lo ripeto, è l’ampliamento dei casi di eccezioni a causa del grado d’imputabilità soggettiva dell’errore oggettivo per i motivi in precedenza evocati, in particolare l’inconsapevolezza del peccato e il peso delle circostanze attenuanti.

Aggiungo, anche se ciò è implicito nel testo di Amoris Laetitia , che l’aiuto dei sacramenti “in certi casi” potrebbe avere un carattere provvisorio in dipendenza della maturazione della coppia in ricerca d’integrazione ecclesiale. Potrebbe darsi in effetti che un tale aiuto sia accordato per il tempo in cui le persone discernono che questo aiuto è loro necessario in coscienza. Queste stesse persone potrebbero tuttavia rinunciarvi più avanti nel loro cammino, non per rigorismo ma per libera scelta, per il fatto ch’esse possono arrivare a meglio comprendere, con un aiuto competente e rispettoso, che l’aiuto dei sacramenti per la loro crescita nella grazia non risolve la contraddizione tra il loro stato di vita pubblico e il significato sacramentale della comunione eucaristica. Esse possono allora astenersi non in primo luogo per timore dello scandalo (motivo ecclesiologico), ma per rispetto del partner divino di cui non vogliono oscurare la testimonianza ecclesiale (motivo teologico) con una comunione sacramentale soggettivamente compatibile con il loro stato di grazia, ma oggettivamente incompatibile con il loro stato di vita. Un tale atteggiamento spirituale, consapevole del significato ecclesiale della comunione sacramentale, va oltre il desiderio soggettivo del proprio beneficio sacramentale a vantaggio del servizio oggettivo da rendere alla testimonianza divina espressa nella comunione sacramentale di Cristo e della Chiesa [9].

Fatta questa precisazione per la chiarezza della disciplina sacramentale sempre valida ma più flessibile nella sua applicazione, torniamo alla pratica pastorale del discernimento nello spirito di Amoris Laetitia. Camminare con qualcuno in ricerca della volontà di Dio e discernere con lui le sue scelte di coscienza comporta che lo si aiuti a giudicare e decidere ma senza sostituirsi a lui o lei nella sua decisione giudicata buona secondo la sua coscienza (37, 303). L’aiuto pastorale deve incoraggiare le persone a mirare all’ideale da perseguire ma anche a seguire la loro coscienza in processo di discernimento, cosa che può significare per l’accesso ai sacramenti un “sì” in un dato momento, che si muta in un “no” più avanti, a seconda della maturazione della persona. Ricordo un gruppo di riflessione per divorziati risposati che iniziava invariabilmente il dialogo con delle proteste e delle critiche della disciplina sacramentale della Chiesa. Al termine di un certo periodo di assimilazione dei valori sottostanti la disciplina della Chiesa, alcuni di loro ne compresero la coerenza e la saggezza e si astennero in seguito volontariamente di comunicare in totale buona coscienza, raccomandando che la Chiesa non cambi la sua disciplina sacramentale ma la spieghi meglio ai fedeli.

Nella pratica del discernimento pastorale è importante tener bene unite le due dimensioni della scelta di coscienza che occorre aiutare a formare: l’aspetto morale precisato da Amoris Laetitia, che apre di più a casi di eccezione, e l’aspetto sacramentale formulato da Familiaris Consortio, che rileva la contraddizione oggettiva tra lo stato di vita e la verità del sacramento. Ci si può comunicare o non comunicare per un motivo morale, cioè perché non si è oppure si è, soggettivamente, in stato di peccato mortale. Tuttavia, anche se certi divorziati risposati sono in stato di grazia, resta un motivo sacramentale che impedisce loro di accedere al sacramento, se la loro coscienza è correttamente formata, a causa del significato della comunione eucaristica come Amen all’Amore di Cristo per la Chiesa, che è pubblicamente contraddetto dalla loro situazione oggettiva di divorziati risposati. Possono essere soggettivamente pentiti e profondamente desiderosi di un cambiamento compatibile con la verità del sacramento, ad esempio facendo la scelta di vivere come “fratello e sorella”, come l’ha richiamato san Giovanni Paolo II. Se tuttavia ciò non apparisse possibile, quale orientamento dare alla loro scelta di coscienza? Facendo salvo il rispetto della norma, potrebbe allora la prudenza del pastore consigliare di limitarsi a determinate circostanze eccezionali?

Lo fanno alcuni considerando che il sincero proposito di un cambiamento in prospettiva ma non ancora compiuto a causa dei limiti della capacità di decisione sia sufficiente ad abilitarli ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, a condizione peraltro di assumere l’obbligo di evitare lo scandalo [10]. Una simile apertura può essere valutata in foro interno in certi casi ma non deve essere elevata al rango di regola generale. Personalmente ho delle riserve a questo riguardo, perché sono più sensibile alla logica sacramentale che chiede la coerenza sacramentale delle persone che si comunicano con la fedeltà del Cristo Sposo che si dona alla Chiesa Sposa.

La novità di Amoris Laetitia consiste nel fornire dei punti di riferimento per misurare le circostanze attenuanti che diminuiscono l’imputabilità soggettiva di uno stato oggettivo di peccato e dunque rimuovono un ostacolo alla vita sacramentale. Questo notevole progresso sul piano morale chiede ai vescovi e alle comunità cristiane di recepire quest'evoluzione in uno spirito di misericordia pastorale e di rispetto delle coscienze. L’assimilazione dell’aspetto sacramentale può essere più lungo da integrare sul piano della percezione dei valori in gioco e dar dunque luogo a percorsi differenziati. Di conseguenza certe scelte provvisorie o intermedie, benché non sempre conformi alla disciplina, potrebbero essere per così dire tollerate per un periodo di tempo in attesa d’una maggiore maturazione. Questo non con un cambiamento della norma ma con un’applicazione più flessibile, per carità nei confronti di una coscienza non ancora pienamente formata quanto alla decisione da prendere, ma rispettata nella sua scelta, che il pastore accompagna illuminandola poco a poco verso una decisione più coerente presa in buona coscienza.

Una semplice applicazione di una serie di casi ben circoscritti sarebbe più agevole e più pratica ma non sarebbe sufficiente a far progredire una folla di famiglie alle prese con situazioni complesse che non hanno “semplici ricette” [11]. Il progresso di Amoris Laetitia e la sua novità consistono nel considerare la vita reale come un cammino di crescita e di assimilazione progressiva dei valori che condizionano le scelte di coscienza. Tutto ciò richiede di più ai pastori, un ascolto più profondo, uno sguardo più affinato, favorendo una nuova solidarietà nella comunità ecclesiale. Questa deve essere anche educata a maggiore umanità, misericordia e pazienza, vale a dire a una solidarietà rispettosa dell’altrui coscienza e delle sue scelte, senza però perdere di vista ‘l’ideale’ di una piena fedeltà al Vangelo. L’ideale non è un’astrazione sospesa sulle persone e le situazioni, indica in fondo la persona di Cristo, con il quale ciascuno è in Alleanza in forza del suo Battesimo e del suo Matrimonio, che chiede di conseguenza una fedeltà pienamente rispettosa del suo stesso Dono d’Amore.

INTEGRARE

Detto questo, diamo ancora qualche esempio di situazioni che potrebbero giustificare un accordo del pastore con il desiderio della persona divorziata e risposata di essere assolta dai suoi errori e di partecipare alla comunione. Questi esempi non hanno valore normativo, non occorre dirlo, ma intendono solo orientare la riflessione dei pastori che sono i primi a dover integrare quanto meglio possibile le esperienze di fragilità. Integrare è in primo luogo un atteggiamento pastorale positivo che si oppone a emarginare o escludere in parole o in gesti quelli e quelle che vivono in situazione “irregolare”. Francesco insiste fortemente sulla logica evangelica della misericordia che mira sempre all’integrazione o alla reintegrazione del peccatore, anche dopo un provvedimento di scomunica. L’integrazione deve tuttavia farsi nel rispetto della verità e sempre nella cura di evitare ogni scandalo, ciò che suppone anche un’educazione della comunità al rispetto delle coscienze le cui scelte in foro interno possono non essere conosciute in foro esterno.

Il discernimento pastorale dei pastori punta quindi all’integrazione incoraggiando innanzitutto i divorziati risposati a ricorrere al tribunale ecclesiastico per chiarire lo status canonico del primo matrimonio. Oltre queste situazioni oggi più agevoli da regolare, ci sono casi in cui il primo matrimonio può essere giudicato soggettivamente invalido ma impossibile a chiarificare giuridicamente. Il vescovo che condividesse questo giudizio potrebbe allora autorizzare l’eccezione sulla base di una certezza morale. Rimane tuttavia l’obbligo di porre attenzione ad evitare lo scandalo, proprio come l’eccezione delle persone che vivono come ‘fratello e sorella’, nota in foro interno, esige una discrezione nel modo di comportarsi nella comunità.

Jean Guitton, «Il buon pastore» (1969)

Quanto ai casi più sopra evocati di persone di nuovo impegnate in cammino verso una piena riconciliazione e integrazione nella normale pratica sacramentale, non è possibile farne una tipologia utile poiché i percorsi sono troppo diversificati e i procedimenti troppo complessi per essere racchiusi entro rigide categorie di “permesso e proibito” (300). Laddove qualcuno si trovi al margine della comunità per il suo atteggiamento distante o per il suo stato di vita, il semplice contatto con il pastore o con un gruppo di fedeli è già un atto d’integrazione, un sollievo, un fattore di crescita e di riconciliazione. Se in sovrappiù si realizza un contatto di grande qualità nella verità e nell’amore, le persone possono trarne beneficio per l’intera loro vita anche se non giungono a ricomporre la totale appartenenza con il rispetto della totalità dei valori ed esigenze sacramentali. In altri termini, l’integrazione nella comunità è una questione di comunione e non di conformità disciplinare a norme gestite da funzionari. Una buona accoglienza, un ascolto attento, una domanda rispettosa e un incoraggiamento a compiere un passo, contano più di quanto si possa immaginare nel processo di reintegrazione ecclesiale delle persone colpevoli o vittime di fallimenti matrimoniali.

Amoris Laetitia lancia un appello ad andar oltre da un lato, nella misura del possibile, le esclusioni e proibizioni riguardanti le funzioni e i servizi nella comunità; d’altro lato, incoraggia la partecipazione più intensa alle attività caritative o culturali della comunità stessa. A questo fine, non basta l’incoraggiamento del pastore, occorre l’accoglienza calorosa di tutta la comunità, che ha di conseguenza bisogno d’essere formata e corretta, per dare testimonianza di un’apertura sincera al Signore che le viene incontro con le necessità più disparate degli uomini e delle donne del nostro tempo. Una spiritualità comunitaria dell’integrazione deve consentire a ciascuno e ciascuna d’essere accolto e di donarsi, quali che siano d’altra parte lo status delle persone, i loro errori e i loro limiti (312). Se il Signore regna al centro della comunità, l’integrazione si farà per un senso di appartenenza profondo e aperto, non soltanto per una conformità disciplinare.

Una spiritualità d’integrazione misericordiosa nei confronti delle persone in situazioni irregolari non può fare a meno di una strategia preventiva e quindi, in aggiunta a una pastorale delle situazioni di fallimento del matrimonio, occorre sviluppare una pastorale del legame (307) attraverso una solida preparazione al matrimonio che sempre comincia con la testimonianza delle famiglie cristiane che sono autentiche Chiese domestiche. Amoris Laetitia incoraggia inoltre un ben articolato processo catecumenale che permetta ai fidanzati di dialogare, esorti gli irregolari a correggere il loro stato, incoraggi i giovani a sposarsi nonostante le sfide economiche e culturali, possa prolungarsi in accompagnamento dei giovani sposi con l’aiuto di altre coppie, moltiplicando le risorse di reciproco aiuto e mutuo sostegno tra le famiglie. “Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (307).

Non c’è Chiesa domestica senza celebrazione sacramentale del matrimonio, poiché è la costituzione del legame coniugale con lo scambio sacramentale dei consensi a costituire il principio stesso della Chiesa domestica, la presenza di Cristo e dello Spirito che sigilla e santifica il mutuo dono iniziale e quotidiano degli sposi. Come afferma in modo così appropriato Amoris Laetitia, “Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale” (314). Non perdiamo mai di vista il valore dell’impegno sacramentale della coppia e il suo frutto di grazia che è la presenza di Cristo stesso nella comunione della coppia, costituendola cellula di base della Chiesa, tempio dello Spirito Santo e focolare fecondo di santità e di speranza per l’evangelizzazione del mondo.

Conclusione

Accompagnare, discernere e integrare la fragilità. Quanto questo capitolo fa scorrere molto inchiostro, tanto esso deve servire alla conversione pastorale che esige una trasformazione missionaria della Chiesa verso i poveri, gli emarginati e le situazioni matrimoniali irregolari, per aprire a tutti e tutte un cammino verso la gioia del vangelo.

Questo forte orientamento di Papa Francesco ispirato dal suo carisma ignaziano è chiamato a portare molto frutto presso le famiglie se la conversione pastorale ch’esso comporta da parte dei pastori e delle comunità si concretizza intorno a questi tre atteggiamenti fondamentali, per la grazia d’una carità misericordiosa che sa ascoltare e consigliare con bontà, senza nulla concedere alla facilità, né al lassismo dei pigri, né al rigorismo dei farisei. Più che mai la Chiesa deve evangelizzare “per attrazione” (EG 14, 131), grazie alla sua accoglienza misericordiosa e alla generosa integrazione dei peccatori perdonati nella poliedrica ricchezza della sua comunione missionaria.

di Marc Ouellet


[1] Cfr. il mio libretto Famille deviens ce que tu es! ,Parole et Silence, Paris, 2016, 7-23. Vedere soprattutto Juan Carlos Scannone s.j., Un discernement spirituel enraciné dans la tradition de saint Ignace, in Divorcés remariés con Ph. Bordeyne, Salvator, Paris, 2017, 113-137.

[2] Cfr. Juan Carlos Scannone, Cuatro principios para la construccion de un pueblo segun Papa Francisco, Stromata 71, 2015, 13-27; anche I. Quiles, S.I., Filosofia de la educacion personalista, ed. Depalma, Buenos Aires, 1981, citato in AL 229.

[3] Quest’atteggiamento si è accentuato sotto la pressione di una cultura contraccettiva che ha frenato la ricezione dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI nel 1968 e degli altri interventi magisteriali nella stessa direzione, tra cui l’Esortazione Apostolica post-sinodale Familiaris Consortio nel 1981.

[4] Cfr. Antonio Spadaro, Conversazione con il Cardinale Schönborn sull’ Amoris Laetitia, La Civiltà cattolica 2016 III 132-152 (23 luglio 2016); Francisco Card. Coccopalmerio, Il capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post-sinodale Amoris Laetitia, Libreria Editrice Vaticana, 2017, 52 s.

[5] Scartiamo immediatamente l’obiezione che si solleva a partire dall’Enciclica Veritatis Splendor riaffermando l’esistenza di atti “intrinsecamente cattivi” che non possono mai ammettere delle “eccezioni” poiché sono precetti negativi della legge divina che obbligano sempre e non si possono circondare con una concezione “creativa” della coscienza morale (VS 54-64). AL non prende distanza di fronte a VS sul piano della determinazione della moralità oggettiva degli atti umani e del ruolo fondamentale della coscienza come “testimone” della legge divina iscritta nell’intimità sacra d’ogni persona. AL completa VS prendendo atto dell’oscuramento che questa coscienza subisce per il fatto dei condizionamenti che toccano la conoscenza della norma morale e la volontà di obbedirle, influendo di conseguenza sull’imputabilità soggettiva degli errori, secondo la dottrina della Chiesa (AL 301-306). L’adulterio è sempre un peccato grave obiettivamente secondo la legge divina ma può non essere percepito come tale da una coscienza indotta in errore da molteplici fattori che una semplice dichiarazione magisteriale non basta a dissipare. Occorre dunque “discernere” la situazione reale della coscienza della persona concreta in un autentico dialogo pastorale e non limitarsi a intimarle, come delle evidenze ch’essa dovrebbe già in qualche modo possedere, le verità oggettive che dovrebbero idealmente determinare le sue scelte morali. VS riafferma un punto dottrinalmente fondamentale mentre AL insegna come accompagnare, discernere e formare le scelte di coscienza nel concreto della vita.

[6] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, (1749-1761), e inoltre 1735, 2352.

[7] Relatio finalis 2015, n. 51, AL 301.

[8] Cfr. Vescovi della Provincia di Buenos Ayres, confermati da una lettera personale di Papa Francesco che afferma trattarsi dell’interpretazione autentica. Cfr. nello stesso senso Coccopalmerio, vescovi belgi, maltesi, tedeschi, ecc.

[9] Rinvio qui al mio già citato libretto Famille deviens ce que tu es! , 143-160. Vedere anche Fr. Thomas Michelet o.p., Amoris Laetitia, Note de théologie sacramentaire sur la communion des divorcés remariés, Revue thomiste 116, octobre-décembre 2016, T CXVI—n.IV, 619-645.

[10] Cfr. F. Coccopalmerio, op. cit., 29.

[11] Benedetto XVI, Discorso al VII Incontro Mondiale delle Famiglie, Milano (2 giugno 2012), risposta n. 5, citato in AL 298.

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