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Lorenzo in famiglia

L’originalità ed eccezionalità di don Lorenzo Milani nella Chiesa italiana degli anni Cinquanta e Sessanta è stata riconosciuta ampiamente; questa non è dovuta solo alla radicalità della sua scelta evangelica, ma forse in primo luogo al fatto che il suo impegno evangelico di testimonianza è vissuto guardando la Chiesa e il mondo cattolico con un occhio esterno, per così dire, che gli permette di vedere realtà che altri non riescono a percepire perché troppo interni a quel mondo e a quella mentalità.

Don Milani con i suoi ragazzi a Barbiana

Significativo il giudizio di Milani su un volumetto di Mazzolari sulla crisi della parrocchia, che pure era un testo importante per il dibattito di quegli anni, edito negli stessi anni di Esperienze pastorali; egli sottolinea la profonda diversità di approccio, l’ampiezza della sua ricerca e l’impossibilità di paragonare i due volumi. Anche la prefazione di D’Avack a Esperienze pastorali, pur condividendo molte linee del volume di Milani, non sembra cogliere in profondità la radicalità di tanti giudizi, in particolare sulla secolarizzazione e sul clericalismo degli atteggiamenti di ecclesiastici e laici. In seminario, come ha riconosciuto Piovanelli, rivolgendosi a Milani, «non sempre, non subito ti abbiamo capito»; «il tuo chiarissimo anticipo, la nostra lentezza al futuro sono stati, forse, il motivo della tua croce nella Chiesa». Il motivo più profondo dell’incomprensione, anche da parte degli altri seminaristi, era nella estrazione contadina della gran parte degli allievi, che erano entrati in seminario da bambini o adolescenti; la loro educazione era avvenuta nell’ambiente separato e lontano del seminario, che aveva un’impostazione teologica chiusa alle riflessioni provenienti dalla cultura anche teologica europea, con una spiritualità severamente ascetica, incentrata sulle cosiddette virtù passive, senza contatti e sollecitazioni provenienti dal mondo esterno che quei giovani non erano preparati a comprendere.
Lo sguardo esterno di don Milani, così profondamente laico, è dovuto alla sua origine familiare come è stato sottolineato in più occasioni, così lontano dalla mentalità ecclesiastica profondamente autoreferenziale. Il volume di Valeria Comparetti Milani sulla famiglia Milani offre molti elementi nuovi di grande interesse.
Infatti, scrive Valeria Comparetti: «La narrazione su don Milani all’interno della sua stessa famiglia non ha mai incluso la figura del padre Albano. Questo sacerdote è parso quasi orfano di padre fino a ora». Si è fatto molte volte riferimento alla forte influenza materna, Alice Weiss, all’ambiente mitteleuropeo triestino dal quale proveniva; parente di Edoardo Weiss, allievo di Freud e fondatore della Società italiana di psicoanalisi, e di Italo Svevo, fu per suo tramite che Alice studiò inglese con James Joyce che in quegli anni viveva a Trieste.
Un’altra caratteristica, ripetutamente sottolineata, è l’influenza della tradizione del nonno paterno Domenico Comparetti, filologo noto internazionalmente. In realtà, nota giustamente Valeria Comparetti Milani, quel nonno ebbe un’influenza notevole sul padre di Lorenzo, Albano, mentre è poco significativo il suo rapporto con i nipoti Adriano e Lorenzo perché morì quando questi avevano pochi anni.
L’attenzione all’importanza della parola, alla filologia, poteva piuttosto derivare dalla frequentazione di Giorgio Pasquali, amico di famiglia e personale di Lorenzo.
Ma l’importanza della parola e l’acquisizione di capacità logiche e linguistiche erano alla base della educazione familiare in casa Milani. Il volume ci offre notizie molto significative. Grande era l’attenzione al possesso di un vocabolario molto ampio, all’acquisizione delle lingue straniere, tedesco, inglese e francese, oltre il latino, alla capacità d’argomentare e d’esprimere con ampiezza di tematiche e sfumature le proprie opinioni.

di Bruna Bocchini

 

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20 maggio 2019

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