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Cappuccetto Rosso e la Genesi

· Chiavi di lettura nuove per libri antichi ·

La bambina protagonista di una delle favole più note e la Bibbia: due racconti, profondamente diversi nel contenuto, che nel libro di Simone Paganini, Cappuccetto Rosso e la creazione del mondo (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2018, pagine 77, euro 9,50) vengono esaminati nell’evolversi del loro messaggio nel corso dei secoli, nell’uso che della storia è stato fatto, nella diversa interpretazione che ne è stata fornita. Perché non è vero che un’opera, una volta scritta, è conclusa e immutabile, perché nel rapporto con chi legge — o con chi, per mestiere, interpreta — essa continua a vivere, a mutare, a raccontare, anche oltre le intenzioni dell’autore. 

Paganini, docente di teologia biblica all’università di Aquisgrana, ha voluto mettere per iscritto una sua lezione di esegesi, realizzando un libello agile, interessante e fruibile, grazie al simpatico parallelo tra Cappuccetto Rosso e i testi della Genesi. Scopo del breve saggio è fornire un esempio metodologico della interpretazione di un testo, mettendo in evidenza quanto il contesto socio culturale di chi interpreta sia fondamentale in questo lavoro, quanto sia difficile cogliere l’unica e vera intentio auctoris e come, in sostanza, le interpretazioni dei testi siano in continuo divenire.
La fiaba, che nasce insieme all’uomo, offre la materia prima adatta per esemplificare il processo di interpretazione testuale. Si tratta di storie che originariamente non erano destinate ai bambini ma, come sottolinea Italo Calvino nelle sue Fiabe italiane, sono una «spiegazione generale della vita», rappresentando il destino comune degli uomini, che ammonisce alla rassegnazione o fornisce degli exempla di chi è riuscito a sconfiggere le difficoltà. Anche per Cappuccetto Rosso è così.
Tra le numerose versione della fiaba, Paganini ne sceglie due, una — la più antica, di fine 1600 — dello scrittore francese Perrault; e l’altra, di duecento anni più giovane, dei fratelli Grimm. Accompagnati dallo studioso rileggiamo un testo che conosciamo tutti a memoria e scopriamo piccole differenze che rispecchiano un diverso intento comunicativo.
Nessuna speranza di salvezza per Le petit chaperon rouge francese che, benché avvisata dalla mamma del pericolo che avrebbe potuto incontrare, cade nel tranello del perfido lupo ed è destinata, insieme alla nonna, a una orribile fine. Perrault, in linea con la tradizione favolistica greca e latina, si sente di esplicitare alle ragazze di tutto il mondo che è necessario stare in guardia dal lupo cattivo, soprattutto da quelli che si travestono da amici. Facile, in questo caso, individuare nel testo l’intentio auctoris. Leggendo i fratelli Grimm, Paganini ci guida a scorgere lievi cambiamenti che, però, portano a modificare in modo sostanziale l’interpretazione della versione tedesca della fiaba: il lupo è una sorpresa non preannunciata dalla mamma della bambina, che insiste, invece, sulla necessità di obbedire alle sue indicazioni e un cacciatore salva nonna e nipote. Piccole variabili che trovano una spiegazione nel particolare contesto storico e sociale della Germania del XIX secolo.
Dopo questa esercitazione, Paganini ci introduce ai testi ben più complessi dell’Antico Testamento: Genesi 1 e 2. Il contenuto, come è noto, è la creazione del mondo e dell’uomo e della donna. Partendo dal testo più antico, Genesi 2, attraverso puntuali riferimenti al testo originale ebraico, Paganini, richiamandosi all’esegesi femminista, dimostra come, a partire dal libro del Siracide, le letture del testo biblico abbiano avuto l’intento di sminuire il ruolo della donna, di mostrarla piegata al volere dell’uomo, incline al peccato, visto che è lei, per prima, a mangiare del frutto dell’albero proibito. Per un non addetto ai lavori è estremamente interessante il riferimento al lessico ebraico: Adamo, prima che nome proprio, è adam, un “essere fatto di terra”; leggere che la donna è nata dal fianco dell’adam e non dalla sua costola, cambia di molto il senso della sua creazione e del suo ruolo; la fatica del parto, cui è condannata la donna dopo la cacciata dall’Eden, è assimilata alla fatica dell’uomo che è costretto al lavoro nei campi, solo per fare qualche esempio.
Tanti i pregi del saggio: in primo luogo di averci ricordato che il rapporto tra scrittore, lettore e opera è tutt’altro che statico e cristallizzato nel tempo. È, anzi, in continuo divenire perché sempre diversa è la situazione comunicativa, il contesto, in cui lettore e opera si incontrano. È dunque estremamente importante il lavoro di esegesi, il contatto diretto con il testo, per cogliere in pieno l’intentio auctoris. La lettura di Paganini rende consapevoli di quanto un testo, benché antico di secoli, possa ancora fornire chiavi di lettura nuove, perché nuove sono le domande che si pongono all’opera, in un processo creativo — come a buon diritto lo definisce l’autore — di composizione e interpretazione che sono in continua evoluzione.
Se una sorta di parità è presente nei testi sacri, purtroppo nessuna speranza di una lettura nuova per la povera Cappuccetto Rosso, che dovrà aspettare il ventesimo secolo e la penna di J.Thurber per passare da vittima ingenua a scaltra protagonista in un divertente e inaspettato scambio di ruoli.

di Angela Mattei

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23 ottobre 2018

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