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Cappottino rosso

· Una riflessione a partire dalla bambina protagonista del film «Schindler’s List» ·

Forse Adriano e Clara avevano sbagliato a non preoccuparsi che Federica, la loro figlia di 12 anni, guardasse Schindler’s List in occasione della Giornata della Memoria. Troppo forti le suggestioni sull’inconscio di una ragazza, troppo forti le immagini. Difficile la decodificazione emotiva. Però, al vedere il cappottino rosso della bambina nella celebre scena — unico pertugio di colore in mezzo all’ostinato bianco e nero del film — Federica aveva esclamato, così, spontaneamente: «Gesù bambina!». E aveva proseguito: «Mi viene in mente, papà, la fiaba del Gigante Egoista che mi raccontavi la sera quand’ero piccola». Nella narrazione di Oscar Wilde un bambino sconosciuto bacia quell’uomo enorme che non ha voluto mai aprire il proprio giardino agli altri, ma che a un certo punto ne ha scoperto un angolo fiorito, con stupefatta sorpresa, proprio lì dove un gruppo di bimbi era riuscito a intrufolarsi. Tra loro però s’era notato un bambino, dolcissimo, entusiasta, tenero amante della vita, ma troppo piccolo per arrampicarsi sull’albero. Il gigante lo aveva sollevato, il bambino lo aveva baciato. Quel bambino poi era sparito — narra Wilde — per molti anni, sino a ricomparire all’ormai anziano Buon Uomo Enorme che gli intravide ferite, insopportabili alla sua vista, sulle mani e sui piedi. Ne rimase scandalizzato il gigante, domandò al suo giovanissimo amico, la cui età invece non sembrava mutata, che cosa fossero quei segni di sangue. Gli rispose che erano trafitture d’amore, porte d’accesso a un altro giardino. E il gigante si addormentò per sempre davanti a chi, piccolo piccolo, gli aveva rivelato la bellezza un po’ incartapecorita della stessa sua anima.

Per tornare alla storia inventata (ma chissà), Federica, alla vista del cappottino rosso prima in marcia vicino a donne e uomini avviati alla morte nei lager e poi riverso senza vita, ha scorto la violenza gratuita, il sacrificio dell’innocente che è una bambina, femmina, e ne ha fatto — come direbbero i teologi, anzi le teologhe — un’attualizzazione cristologica.

Una scena del film «Schindler’s List»

Le teologie femministe si muovono lungo questo crinale. Derubricano le costrizioni culturali non già per rivedere il dogma — sarebbe un tradimento perpetrato dalla stessa teologia che ne decreterebbe il suicidio tra i saperi — ma per far parlare ancora, di nuovo, quello stesso dogma, quella medesima verità.

L’interrogazione sulla fine del maschile e del femminile — oggetto di un incontro che si terrà il prossimo 8 febbraio presso l’Auditorium Vivaldi di Cassola, comune del vicentino non lontano da Bassano del Grappa, su iniziativa dell’Unità pastorale San Giuseppe e San Zeno di Cassola, e che vedrà la presenza di chi scrive e della storica Rita Torti, appartenente al Direttivo del Cti (Coordinamento teologhe italiane) — è domanda presso cui sosta la ricerca teologica delle donne, nella serena consapevolezza che accanto alle storie tutte al maschile esistono altre narrazioni ed altri linguaggi, di chi la Storia ha attraversato spesso, troppo spesso, in un obbligato silenzio, soffocando gridi di liberazione che non avrebbero portato di per sé contrapposizione, scontro frontale tra i generi, maschile e femminile per l’appunto, ma assunzione di un altro, diverso, punto di vista. Un punto di vista salvifico, come la rivelazione del bimbo al gigante.

Più che un “maschile” e un “femminile”, costruito astrattamente, esistono in effetti vite concretissime di uomini e donne, che si intrecciano, si cercano, si fondono, si guardano le une davanti alle altre come tanti specchi.

La mia maschilità infatti, indubitabile — e rispetto alla quale nessuna teologia femminista esita constatandone i tratti fisici — è interrogata dalla tua femminilità, dal tuo essere altro, o meglio altra, da me. Non c’è solo ricerca di armonia, pur necessaria, c’è bisogno anche di sperare che molte impalcature concettuali possano crollare laddove l’incontro non è avvenuto, l’ignoranza reciproca si è troppo a lungo protratta, i presunti torti delle une non hanno mai fatto breccia tra le presunte ragioni degli altri. Si tratta di trovare, con umile tenacia, dove si possa finalmente entrare nel giardino di Dio per riceverne il bacio.

di Stefano Sodaro

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24 marzo 2019

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