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Capolavori rubati

· In un libro di Luca Nannipieri un aspetto inquietante del mondo dell’arte ·

C’è sempre stata un’aspra e fiera lotta attorno all’arte, la quale si compone di elementi che non sono realtà pacifiche e il cui valore è tutt’altro che innocuo: crocifissi, pale d’altare, quadri, urne cinerarie, mosaici, bassorilievi sono stati, e continuano a essere, oggetto di contese, vertenze legali, spoliazioni, saccheggi. L’inquietante scenario viene tracciato dal libro — che è al contempo un inno alla bellezza dell’arte e un severo monito a guardarsi dal male che gravita intorno a essa — Capolavori rubati (Milano, Skira, 2019, pagine 173, euro 19) di Luca Nannipieri. Si tratta di un male non solo eclatante nella sua spregiudicata manifestazione, ma anche e soprattutto insidioso e subdolo nel momento in cui viene perpetrato.

Benvenuto Cellini, «Saliera» (1540-1541, particolare)

Con il passare del tempo — rileva l’autore, critico d’arte — spesso ciò che oggi ci appare «un’insopportabile violenza», allora risultava un atto benemerito.

L’ambasciatore britannico, Thomas Bruce, detto Lord Elgin, nei primi decenni dell’Ottocento asportò settantacinque metri di bassorilievi e sculture dal frontone, dalla metope e dai fregi del Partenone, portandoli via da Atene per consegnarli, nel 1816, al governo britannico: essi sono ora visibili al British Museum di Londra.

Il direttore generale dei Musei parigini, Dominique-Vivant Denon, sempre all’inizio dell’Ottocento, ebbe incarico da Napoleone di allestire un’imponente galleria che contenesse le maggiori glorie dell’arte occidentale: di conseguenza, con nutrite truppe al seguito, saccheggiò città, comuni, luoghi laici e religiosi per portare l’intero bottino al Musée central des Arts, che sarebbe poi diventato Musée Napoléon, e successivamente il museo più visitato del mondo, ovvero il Louvre di Parigi.

Nella Germania nazista, il reparto speciale, denominato “Protezione dell’Arte”, il presidente del Reichstag e ministro di Stato Hermann Goring, e il comandante delle forze di sicurezza del Terzo Reich, Heinrich Himmler, ebbero il mandato da Hitler di fare razzia e di convogliare a Berlino quante più opere d’arte possibili con il dichiarato obiettivo di costruire e di «legittimare storicamente le fondamenta culturali della razza ariana».

«Oggi — ribadisce Luca Nannipieri — giudichiamo questi gesti come brutali saccheggi; al loro tempo erano valutati dagli artefici come il solo modo per salvare l’arte europea, o l’arte non degenerata, o l’arte che la loro ideologia stava innalzando a modello». Dunque atti meritori, anzi doverosi, soprattutto leciti. Una strategia già in voga nell’antica Roma. Come ricorda lo storico George Hanfmann, «il desiderio di possedere i capolavori dell’arte greca, subentrando all’antica consuetudine di impadronirsi delle divinità nemiche, fece sì che la conquista di Siracusa nel 212 a.C., il saccheggio di Corinto nel 146 e quello di Atene nell’86 diventassero altrettante pietre miliari nella storia dell’arte romana». Lo stesso Livio ebbe a osservare che l’arte era la manifestazione esterna del dominio romano, e anche l’atteggiamento dei romani verso l’arte fu perciò condizionato dallo spirito di conquista, indomito e non di rado sfrenato.

È a partire da tali premesse che l’autore muove per operare una ricostruzione di alcuni dei più clamorosi furti di capolavori. A proposito della Natività di Caravaggio a Palermo, Nannipieri scrive: «Quando era a disposizione di tutti, nessuno se ne accorgeva. Quando è scomparsa, è iniziato il mito». La tela fu trafugata nella notte del 17 ottobre 1969, dall’oratorio di san Lorenzo, e non è stata mai più ritrovata. «Forse — evidenzia l’autore — per nessun altro furto si è generata una catena di avvenimenti, processi, violenze, supposizioni, arringhe, depistaggi, appelli, film, speciali televisivi, come per questo lavoro di Caravaggio. E verrebbe da dire — annota Nannipieri — che il furto ha reso celebre un quadro «altrimenti destinato a rimanere nella penombra dell’attenzione pubblica, come tuttora è l’opera forse più clamorosa che il pittore abbia realizzato, ovvero il Seppellimento di santa Lucia, conservata in maniera sonnolenta nella chiesa di santa Lucia alla Badia a Siracusa».

Ecco allora l’interrogativo provocatorio, nonché assai pertinente, posto dall’autore: «Servirà un furto, anche qui, per farla diventare quel che dovrebbe essere, un orgoglio inaudito del popolo italiano?».

Ora la Saliera di Benvenuto Cellini è al sicuro, molto più al sicuro di quanto non lo fosse l’11 maggio 2003, quando fu trafugata al Kunsthistorisches Museum di Vienna: al ladro, ricorda l’autore, bastò arrampicarsi di notte sulle impalcature che erano addossate al museo per restaurare la facciata dell’ala ovest, rompere una finestra al primo piano ed entrare nella sala dove era conservata la cosiddetta “Monna Lisa” dell’oreficeria.

Giulio Carlo Argan, istituendo un parallelismo tra la Saliera e l’opera di Giambologna, scrisse: «Si confronti la fontana del Giambologna con la saliera di Francesco I di Benvenuto Cellini: la prima è un soprammobile da piazza, la seconda un monumento da tavolo».

È davvero clamoroso che un’opera così centrale e rappresentativa del nostro tempo, L’urlo di Edvard Munch, nonché una delle più celebri dell’espressionismo, sia stata più volte oggetto, nelle sue varie versioni, di furti, «come se fosse uno schizzo che un ragazzo d’accademia lascia distratto sul tavolo di studio», ironizza Nannipieri, il quale ha il grande merito di deliziare il lettore con illuminanti riflessioni sulle opere che via via passa in rassegna. Riguardo a questo quadro, l’autore, formulando una valutazione davvero esemplare, scrive: «L’urlo è tremendamente moderno perché non c’è nessuno che lo salva. L’uomo che da solo urla, urla senza scampo, il suo dolore è muto. E poi a chi urla? A nessuno, nessuno lo ascolta. I due passanti vanno via, indifferenti; attorno il paesaggio è quasi inumano, il cielo è rosso sangue, la baia ondeggia in modo inquieto, il ponte e il parapetto tagliano il quadro come una lama, e lui — l’uomo, stilizzato, con un colore della pelle giallo pallido, con un’espressione sconvolta — spalanca la bocca verso di noi, ma noi non possiamo salvarlo».

di Gabriele Nicolò

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15 novembre 2019

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