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Capolavori
di un uomo ordinario

· John Eliot Gardiner racconta Johann Sebastian Bach ·

«È tipico di John Eliot Gardiner unire l’erudizione a una dose ancora più grande di passione ed entusiasmo. Mi ha fatto venir voglia di precipitarmi ad ascoltare tutte le opere, quelle che conosco e quelle che non conosco. Uno scrigno di tesori». Quelle che non conosce dovrebbero essere poche, ma le parole di Simon Rattle, uno dei più grandi direttori d’orchestra in attività, restituiscono con immediatezza la profondità del ritratto di Johann Sebastian Bach firmato da Gardiner sotto il titolo La musica nel castello del cielo (Torino, Einaudi, 2015, pagine 651, euro 38). 

Elias Gottlob Haussmann, ritratto di Johann Sebastian Bach  (1748)

Quella che Ian Bostridge definisce «un’impresa straordinaria, brillante, polemica, sapiente» che «come tutte le migliori biografie dedicate a grandi artisti, costruisce un ponte tra passato e presente», scrive Marcello Filotei, è un’opera originale ed estremamente approfondita che restituisce la grandezza di uno dei compositori più enigmatici e complessi della storia della musica. Un uomo apparentemente normale, addirittura ordinario e, in alcune occasioni, estremamente irascibile, che è stato capace di comporre opere sublimi.

Gardiner fin da giovanissimo ha eseguito e studiato il lavoro di Bach e oggi è uno dei suoi più apprezzati interpreti. E proprio i frutti dell’esperienza come direttore si concentrano in un ampio saggio che, che pur radicandosi negli studi più recenti, riesce a smarcarsene per dirigersi verso la riscoperta di alcune delle più importanti composizioni bachiane, approfondendo il clima culturale nel quale nacquero, la loro struttura e le impressioni che produssero sui primi ascoltatori.

I casi più evidenti nei quali la personalità di Bach sembra infiltrarsi nella partitura vengono utilizzati per offrire al lettore un’idea reale e concreta di ciò che poteva significare per il compositore fare musica. Lo scopo è quello di scoprire fin dove è possibile condividere le esperienze e le sensazioni del genio. Ma forse il motivo vero è la volontà di mettere in rilievo alcuni tratti di una personalità intimamente sovversiva. «Dobbiamo sfatare una volta per tutte l’idea che Bach sia stato, nella sua vita personale e professionale, una sorta di pietra di paragone, il “quinto evangelista” dei suoi compatrioti ottocenteschi» scrive Gardiner. Riconoscendone la fragilità e le imperfezioni, «molto meno antipatiche di quelle di Mozart o di Wagner», non solo Johann Sebastian diventa più interessante come persona rispetto al vecchio stereotipo della leggenda, ma ci permette anche di vedere la sua umanità filtrare attraverso la sua musica.

Certo tutto questo viene fatto senza proporre una correlazione diretta tra le opere e la personalità, «tanto più che la parte musicale è in grado di rifrangere una vasta gamma di esperienze di vita, molte delle quali non possono in sostanza essere tanto diverse dalle nostre». Gardiner disegna però una sorta di cerniera che collega la vita ai capolavori.

La personalità di Bach «si è sviluppata e affinata come diretta conseguenza del suo pensiero musicale» e il direttore inglese prova a «trasmettere ciò che si prova ad avvicinarsi a Bach dalla posizione di un esecutore e direttore d’orchestra in piedi di fronte a un ensemble vocale e strumentale, proprio come lui stesso abitualmente faceva». Un terreno insidioso perché qualsiasi sensazione così ottenuta può essere facilmente liquidata come soggettiva. È forte, scrive Gardiner, «la tentazione di credere che si possano comprendere gli scopi di un compositore, mentre si è sotto l’influenza delle emozioni che la sua musica evoca». E anche se questo approccio può essere legittimamente contestato «ciò non significa che la soggettività di per sé sia nemica della verità oggettiva o ne comprometta le conclusioni».

Quello che cerca di fare l’autore del volume, quindi, è individuare «i modi in cui studio analitico ed esecuzione possono cooperare e, unendosi, dare frutti insperati». Pur riconoscendo un «enorme debito» nei confronti degli esperti e gli studiosi che lo hanno guidato, «e forse distolto dal disastro», Gardiner coltiva una visione personale e unica, la stessa che ha fatto precipitare Simon Rattle a riascoltare tutte le opere di Bach, quelle che già aveva incontrato e quelle che ancora non conosce. Se esistono davvero.

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