Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Capitalismo della gratuità

· L'economia secondo Muhammad Yunus ·

Si possono cancellare decenni di neoliberismo? Un capitalismo diverso, fondato su imprese che abbiano quale scopo non solo il profitto, ma anche la ricchezza sociale, l'umanità, è una scommessa persa in partenza? Fino al 1974 Muhammad Yunus era soltanto un docente universitario chiuso nei limiti spaziali e mentali del campus di Chittagong. Quell'anno la terribile carestia che colpì il suo Paese, il Bangladesh, lo convinse a diventare un attivista e a cercare risposte plausibili a queste domande. Una reazione istintiva, di fronte al panorama di una povertà cruenta e assurda. Un sussulto che si è rafforzato nel tempo fino a prendere la forma di un progetto concreto: il microcredito.

Oggi il capitalismo sociale, che non va confuso con il mondo del no profit, è una realtà consolidata e in continua evoluzione. Una forma di gestione della cosa economica applaudita anche da Benedetto XVI nella Caritas in veritate come modello di finanza etica che merita sostegno. A ripercorrere le tappe di sviluppo del business sociale, spiegandone il meccanismo di funzionamento e i vantaggi, è lo stesso Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, nel volume Si può fare (Milano, Feltrinelli, 2010, pagine 253, euro 16), un documento utile per capire la natura dell'attuale crisi e di quanto sia improprio definirla una crisi, ovvero una fase transitoria superata la quale potremo tornare a consumare come prima, business as usual.

Ma che cos'è l'impresa sociale? Non è una forma di volontariato o un'organizzazione non governativa, ma «un tipo d'impresa che pone al centro del proprio operato le piaghe sociali, economiche e ambientali con cui la specie umana si trova costretta a convivere da lungo tempo: fame, mancanza di case, malattie, inquinamento, ignoranza» (p. 8). Nessuna teoria, nessuno schema prestabilito: il business sociale è nato dall'esperienza concreta di Yunus a contatto con i poveri di Jobra ridotti quasi alla schiavitù da parte di un manipolo di strozzini. L'idea rivoluzionaria è quella di combattere l'usura con l'emissione di piccoli crediti, cioè di crediti la cui restituzione sia facilitata grazie a un sistema di semplici regole pratiche. Questo perché non sono i poveri a creare la povertà, ma il sistema sociale in cui sono inseriti con tutte le sue istituzioni e i suoi preconcetti.

La «banca del villaggio», la Grameen Bank fondata da Yunus nel 1977, è un istituto nazionale che oggi aiuta circa otto milioni di persone, di cui il novantasette per cento sono donne. La banca non chiede le tradizionali garanzie sul credito, stimola l'imprenditoria giovanile e aiuta le famiglie nelle spese per l'istruzione o nella sanità.

L'esperienza della microfinanza deve portarci a trasformare i nostri orizzonti. L'accesso al credito — sottolinea Yunus — deve diventare un diritto umano. Ma non solo: occorre guardare avanti e trasformare le basi teoriche del capitalismo, con la visione (ridotta e distorta) dell'uomo ch'esso comporta. Occorre fare spazio alla gratuità. Un capitalismo fondato sulla gratuità non è un ossimoro. Le persone «non sono macchine per fare profitti, ma creature multidimensionali la cui fedeltà deriva da tante fonti, non solo dal denaro» (p. 16). Ci saranno sempre nuove crisi se non ci fermiano un attimo e non cambiamo la nostra antropologia.

Yunus distingue due tipi d'impresa, «uno mirato all'arricchimento personale e uno dedicato all'aiuto degli altri» (p. 17-18). Anche il secondo genera profitti, ma questi non vanno a vantaggio degli azionisti: tutto viene utilizzato a beneficio degli altri e nulla rimane per i proprietari. Gli investitori hanno diritto alla sola restituzione del capitale inizialmente investito senza alcun dividendo. Quando una quota di capitale viene restituita, i profitti relativi restano di proprietà dell'azienda che li impiega nell'espansione e nel miglioramento della propria attività. L'azienda sociale s'impegna a rispettare l'ambiente e — cosa fondamentale — «è importante che tutto questo venga fatto con gioia» (p. 31). La convinzione di Yunus è che, se le persone conoscessero davvero le potenzialità del business sociale, investirebbero volentieri in questo campo. Il problema, allora, riguarda la comunicazione.

Intendiamoci: Yunus non chiede la fine del primo tipo di azienda, quella rivolta esclusivamente al profitto, ma un ampliamento del mercato. Il suo non è un progetto rivoluzionario in senso stretto, ma la proposta di aprire nuove opportunità. È necessario far capire ai manager e agli investitori che, oltre alle loro abituali attività, potrebbero fare tanto anche in un altro settore. L'esperienza della Grameen Danone, un'azienda sociale che produce yogurt potenziato a scopo nutrizionale, e quella della Grameen Veolia Water, che cerca di risolvere un problema ancor più complesso com'è quello dell'acqua, dimostrano che questo sogno è possibile.

Ma c'è qualcosa di più. Dal business sociale può arrivare anche un'altra opportunità, quella del rinnovamento che tocca l'intimo della persona. «Molti di noi si sentono intrappolati in una vita sicura che non esce dai confini della monotonia di un lavoro di routine e del consumismo insensato — scrive Yunus — e allo stesso tempo vorrebbero sperimentare un diverso modo di vivere per poter lasciare la propria impronta nel mondo e scoprire gli infiniti talenti nascosti dentro di sé» (p. 59-60).

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE