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Capire l’arte

· Il dibattito nei primi anni del Novecento ·

Nell’ottobre del 1912 apriva a Roma, in Palazzo Corsini alla Lungara, nella sede della Accademia dei Lincei, il decimo Congresso internazionale di storia dell’arte. Fino a quell’anno e con l’unica eccezione di Amsterdam, i congressi si erano sempre tenuti nelle città dell’Europa germanofona; dal primo, inaugurato a Vienna nel 1863, a quelli più recenti ospitati dalle città del Reich, Colonia, Lubecca, Monaco. Le ragioni sono ben comprensibili se si pensa che le moderne scienze archeologiche e storico artistiche erano nate e avevano preso forma fra Vienna e Berlino, in quella parte d’Europa dove si parla tedesco. In effetti, fino a quaranta, cinquanta anni prima, gli studiosi italiani pubblicavano in tedesco, come Morelli, o in inglese come Cavalcarelle.

La biblioteca di Palazzo Corsini alla Lungara

Nel 1912 non è più così. Ci sono riviste italiane di storia dell’arte, ci sono giovani e brillanti studiosi italiani conosciuti e apprezzati anche all’estero. Soprattutto c’è, dal 1901, alla Sapienza di Roma, una cattedra di storia dell’arte (la prima e per ora unica) che Adolfo Venturi tiene e fa conoscere in maniera ammirevole. È di questi anni l’avvio dell’opera monumentale in venticinque volumi sulla storia dell’arte italiana mentre si formano, all’ombra di Venturi, giovani destinati a grandi carriere: Giuseppe Fiocco, Mario Salmi, Pietro Toesca, per dire solo di alcuni.

Nell’Italia del 1912 c’erano i “fondamentali” perché a Roma venisse ospitato il decimo Congresso internazionale di storia dell’arte. A ben guardare quella scelta aveva il valore di un riconoscimento alla giovane storia dell’arte italiana chiamata a confrontarsi con la scuola tedesca all’epoca ancora egemone in Europa.

Se dominus del congresso, presidente e organizzatore delle giornate di lavoro, era Adolfo Venturi, la stella popolare di quell’assemblea di illustri studiosi fu Aby Warburg. Era stato lui a scegliere e a far accettare il tema del congresso, «L’Italia e l’arte straniera». Era del resto quello — la migrazione delle idee e delle immagini, la contaminazione delle culture figurative — il fuoco dei suoi interessi scientifici; interessi consegnati a lavori all’epoca già celebri quali il rapporto fra Dürer e l’Antico e fra la pittura fiamminga e il primo Rinascimento fiorentino, i reciproci scambi fra il Sud e il Nord del continente, fra il mondo franco-germanico e il Mediterraneo.

«Non si possono mettere i gendarmi a presidiare i confini delle culture» disse in quella occasione Warburg e la frase ha qualcosa di commovente e di profetico se si pensa che siamo alla vigilia della grande guerra: una guerra che vedrà le potenze combattenti usare le culture nazionali come strumenti bellici, al pari dei gas tossici, delle batterie da campo e degli aerei da combattimento. Come dimostra il ruolo svolto nel conflitto dal nostro Gabriele D’Annunzio.

Nel novembre del 2012, a cento anni dal Congresso del 1912, dopo due guerre mondiali e il rimescolamento di tutte le carte nella politica, nella cultura, nella geografia degli studi, negli obiettivi e negli strumenti della ricerca, un selezionato gruppo di studiosi italiani e stranieri si è raccolto all’Accademia dei Lincei per evocare quella remota data dello scorso secolo e per discutere della nostra disciplina nella sua realtà attuale e nelle sue prospettive. Il risultato è il volume nr. 289 degli Atti dei Convegni Lincei che si intitola «L’Italia e l’Arte straniera. La Storia dell’Arte e le sue frontiere» (2015).

Per capire che cos’è oggi la storia dell’arte, su cosa si fonda l’emozione estetica, ha ancora senso studiare le cartografie Warburghiane oggi travolte dal mondo globale, oppure dobbiamo affidarci alle neuroscienze, alle nanotecnologie che scrutano e registrano ogni infinitesimale pulsione del cervello? Sapendo bene che l’esito della seconda opzione è il ritorno al positivismo più volgare, ma che la prima può portare a una gerarchia di dipendenze e di primati di tipo velatamente, anche quando inconsciamente, razzista.

di Antonio Paolucci

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