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Capire Francesco

· Nel libro di Silvina Pérez e di Lucetta Scaraffia ·

Il 26 marzo a Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato presentato il libro di Silvina Pérez e di Lucetta Scaraffia, Francesco, il papa americano (Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 144, euro 13). Introdotti dal rettore Franco Anelli, sono intervenuti il vescovo assistente ecclesiastico generale dell’ateneo Claudio Giuliodori, lo storico Vittorio Emanuele Parsi e il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana, di cui pubblichiamo l’intervento. 

Murale dedicato a Papa Francesco Città del Messico (2016)


Ogni volta che si riflette su un fatto di stringente attualità o, come in questo caso, su un Papa ancora regnante si corrono sempre due rischi. Innanzitutto, il rischio di essere superficiali, di fare affermazioni banali e scontante che non aggiungono nulla di nuovo a quanto già detto e conosciuto. In secondo luogo, il rischio di scadere in un’ossequiosa agiografia di comodo che si traduce facilmente in un lungo elenco di successi personali e virtù memorabili, senza lasciare spazio ad alcuna domanda o ad alcuna grande questione aperta.
Posso dire con certezza che questo volume, scritto da due donne, Silvina Pérez e Lucetta Scaraffia, entrambe accomunate professionalmente da questo pontificato — Pérez dirige l’edizione spagnola dell’Osservatore Romano, Scaraffia dirige il mensile «donne chiesa mondo» — non incorre in nessuno dei due rischi. Si tratta, infatti, di un volume ben scritto, per nulla banale, ricco di spunti e che ci fornisce un ritratto biografico del Pontefice con una densità storica non comune e che riesce a ricostruire la trama della vita di Jorge Mario Bergoglio a partire dalla sua famiglia e dalla sua patria di origine.
Ci troviamo di fronte a un libro che ambisce a fornire, dunque, un’interpretazione di questo pontificato senza rinchiudersi in una dotta dissertazione accademica o, al contrario, strizzando l’occhio al lettore avido di aneddoti o retroscena. Anche se, devo ammettere, molte pagine scritte sul Bergoglio argentino erano per me del tutto sconosciute. Ma la lettura del libro, dall’inizio alla fine, ci aiuta a capire molto di Papa Francesco e a superare molti luoghi comuni giornalistici, che non spiegano in profondità questo pontificato.
In questa breve e non esaustiva presentazione, vorrei tracciare solo tre elementi, quelli a mio avviso più importanti, che delineano la biografia di Francesco e, alla fine, di fornire una conclusione molto personale: direi, quasi, una suggestione finale che scaturisce dalla lettura del volume e dalla mia conoscenza personale con il Santo Padre.
Il primo elemento scaturisce proprio dal titolo del volume: Francesco. Il papa americano. Il Papa americano è, prima di tutto, come scrive il direttore dell’Osservatore Romano nell’introduzione, «un papa nuovo». E lo è per «molti aspetti». Ma è nuovo soprattutto per quell’elemento biografico riportato già nel titolo del volume ed è ben presente in entrambi i capitoli delle due autrici: Francesco è un papa preso «quasi alla fine del mondo», un papa argentino, ovvero un papa americano.
Scrive Silvina Pérez: «Francesco è il primo papa che viene da una megalopoli dell’emisfero sud». Questo elemento sudamericano non è solo un tratto geografico ma assume una caratterizzazione culturale e, oserei dire, antropologica. Bergoglio conoscendo personalmente i drammi del Sud del mondo — le esclusioni sociali e gli sfruttamenti — ne assume progressivamente lo sguardo. Ben prima di diventare pontefice, Bergoglio, partendo dalla periferia del mondo, assume lo sguardo delle periferie. Coglie un punto di vista diverso, riesce a vedere nuove sfumature e nuovi colori; soprattutto, riesce a vedere gli invisibili. Ovvero gli scarti umani di quella che chiamerà, da papa, la globalizzazione dell’indifferenza.
Questo sguardo innovativo — che non è in alcun modo riassumibile in una dimensione sociologica ma è tutto racchiuso in una prospettiva pastorale concreta che mette al centro Cristo e il mistero dell’incarnazione e non una dottrina morale — sta alla base di un’esperienza senza dubbio fondamentale del suo ministero episcopale: la Quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi (il Celam) nel 2007 ad Aparecida in Brasile. Silvina Pérez definirà questo momento con il titolo del paragrafo paradigmatico: «Aparecida prove tecniche di un pontificato». In quel documento, troviamo molte delle intuizioni pastorali del suo magistero da pontefice: «Il primato della grazia, la misericordia, il coraggio apostolico, la visione di una Chiesa che non regolamenta la fede ma la facilita e si offre a tutti».
Questo sguardo periferico che nasce nell’America del sud è ben presente nel suo magistero pontificio. A mio avviso in due scelte, che Scaraffia definisce addirittura rivoluzionarie. In primo luogo le nomine nel collegio cardinalizio che non solo hanno operato un ricambio generale dei porporati ma che soprattutto hanno premiato prelati «dalla periferia del mondo: Bamako, Bangui, Capo Verde, Tonga» e forse potrei aggiungere anche Perugia. In secondo luogo, lo svolgimento di un «Giubileo poco europeo» inaugurato simbolicamente in Africa e non a Roma aprendo la porta della “povera porta di legno” della cattedrale di Bangui della Repubblica Centroafricana.
A questo elemento americano, su cui si potrebbero aggiungere molti altri fatti e interpretazioni, vorrei aggiungere un altro elemento caratterizzante della biografia di Francesco: i poveri. Gran parte delle critiche attuali, a mio avviso, sono riconducibili alla nuova centralità che il papa ha dato ai poveri. La povertà, occorre sottolinearlo, fa scandalo, da sempre. Ma fa ancora più scandalo nel nostro mondo ricco, vecchio e stanco dove i poveri sono la minoranza. Nella nostra società opulenta la povertà è vista con orrore, come se fosse una piaga sociale da nascondere o, meglio, da occultare.
Bergoglio, invece, la povertà l’ha vissuta sulla propria pelle, all’interno della propria famiglia, e l’ha conosciuta bene da vescovo. Troppo spesso ci dimentichiamo che il papa è un figlio di emigranti, che hanno conosciuto il dramma delle lunghe traversate marittime intercontinentali, della tragedia della nave Principe Mafalda, dei fallimenti lavorativi e della migrazione interna in Sud America. E ci dimentichiamo anche di cosa è stata la drammatica crisi economica argentina del 2000-2002, che in Italia giunse soltanto attraverso l’acquisto fallimentare di bond argentini, ma che invece nella patria del papa si tradusse in una tragedia sociale epocale simbolicamente rappresentata dalle vicende dei cartoneros.
Mi ha molto colpito che l’inizio e la fine del capitolo scritto da Silvina Pérez sul Bergoglio argentino, iniziano e finiscono, di fatto, raccontando due grandi crisi economiche: quella del 1929 e quella del 2001. E in mezzo si colloca la dolorosa e sanguinosa esperienza della dittatura argentina. Ecco, se vogliamo veramente capire da dove sono stati ispirati alcuni passi dell’Evangelii gaudium e della Laudato si’ forse bisogna partire da qui. È dopo queste vicende che si può forse comprendere a fondo una definizione celebre di papa Francesco: la «Chiesa è un ospedale da campo dopo una battaglia».
Cosa può essere la Chiesa dopo l’immane tragedia silenziosa dei desaparecidos o dopo la rumorosa crisi economica argentina del 2002, quando il Presidente della Repubblica fugge in elicottero e i «camion blindati delle banche» avanzano «come carri armati tra le strade di Buenos Aires portando fuori del Paese i risparmi della gente?». La Chiesa, pensa Bergoglio, in prima battuta non può che prendersi cura dell’umanità ferita. E la cura è la medicina della misericordia così come l’aveva illustrata Giovanni XXIII, il papa che aveva pensato il concilio e Paolo VI il papa che aveva realizzato il concilio.
I poveri di Bergoglio sono poveri reali e concreti. Che hanno perso tutto, anche la fede, anzi, anche il più basilare rudimento morale e culturale di cristianesimo. A queste donne e queste uomini colpiti al cuore, a queste periferie esistenziali, bisogna prestare prima di tutto delle cure e non colte dissertazioni teologiche. Quello che appare nitidamente agli occhi del papa è un’emergenza pastorale che viene prima di ogni riflessione: è la conversione pastorale, la conversione del cuore, la rivoluzione della tenerezza e, in definitiva, una Chiesa madre e maestra. Una «Chiesa poliedrica» come riporta Scaraffia citando il papa: ovvero una Chiesa composta da tutto il popolo di Dio e non solo dai sacerdoti. Questa è a mio avviso la più grande sfida del futuro. Una Chiesa poliedrica, non autoreferenziale, non solo romana ma globale, attenta alle sensibilità di tutti.
Quando parliamo di una Chiesa globale attenta alle sensibilità di tutti parliamo ovviamente anche di un tema caro alle due autrici: mi riferisco alle donne. È questo il terzo e ultimo elemento del libro che voglio sottolineare e che a me pare importante. Nel volume, in realtà, c’è un solo paragrafo che ne parla e che mette in evidenza uno sviluppo del magistero di Francesco su questo tema: da una prassi abituale a un’attenzione sempre maggiore e con un’aspettativa finale carica di speranza: «Molti aspettano un documento sul tema delle donne» scrive Scaraffia.
A me pare che questo libro metta in evidenza un tratto femminile, a partire dalle autrici. Non è così scontato che a scrivere una biografia ragionata sul pontefice siano state due donne che hanno messo a servizio di questo pontificato le proprie capacità e professionalità. E partendo da questo dato di fatto, alcune donne, che hanno svolto un ruolo importante nella vita del pontefice, emergono drammaticamente e direi eroicamente nel volume. Voglio fare solo un nome: Esther Ballestrino. Un insegnante di Bergoglio quando studiava chimica, di idee socialiste e quindi non cattolica. Questa figura, che occupa alcune pagine di questa biografia, mi ha colpito: prima di tutto per il suo rapporto con il futuro papa. Un rapporto laico, vero, amicale, sincero. Un rapporto che potrebbe essere preso a modello di come si sviluppa il dialogo. E poi per la fine tragica della donna durante la dittatura: «viene narcotizzata e imbarcata su uno dei voli della morte, per poi essere gettata nel Rio de la Plata».
Penso che non bisogna aggiungere molte altre parole, se non una che mi capita di ripetere spesso: la dignità della vita umana va difesa sempre, senza guardare al colore della pelle, alle idee politiche o se è uomo o donna. Non dimentichiamoci mai, infatti, come hanno scritto nel libro, che «Maddalena è la prima persona alla quale compare il Cristo risorto, e quella che riceve il compito di dare questa rivoluzionaria notizia al mondo».
Voglio concludere questa mia breve presentazione con una suggestione personale. Nel libro le autrici hanno sottolineato «l’effetto sorpresa» e lo sguardo profetico, l’amore per i poveri e la vocazione al dialogo e alla pace. Elementi che ho respirato a Firenze quando era sindaco La Pira, ovvero di un papa che si prende cura della povera gente, che non si limita mai al protocollo, che si colloca nel presente con gli occhi di chi guarda lontano e che fa della spes contra spem il suo tratto distintivo. Un pontificato profetico, di cui riusciremo a cogliere i frutti autentici tra alcuni anni quando questo mondo in transizione non ci sarà più e il cambiamento d’epoca evocato da Francesco sarà ormai una concreta realtà.

di Gualtiero Bassetti

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16 ottobre 2019

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