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Capaci di paternità
perché figli

· Ricezione e prospettive dell’«Evangelii gaudium» ·

La parte dell’Evangeli gaudium che mi spetta mostra in sostanza la preoccupazione del Pontefice che l’evangelizzazione non sia ingombrata dalla nostra attività, ragionamenti, schemi ma che appaia in primo piano il Signore stesso e il dono della sua vita.

Il Kerigma non è solo il primo annuncio come se poi venisse sostituito da realtà più perfezionate e sviluppate, ma è il primo in quanto ha la priorità e il primato, sta al cuore di ogni cura pastorale.

Raffigurazione del Cristo Pantocratore nel duomo di Cefalù

Il Kerigma esprime, comunica, manifesta il dono della vita nuova, della vita in Cristo e perciò confluisce a un’esperienza di bellezza. Bellezza non nel senso di una ricerca estetica ma come esperienza comunionale, ecclesiale della vita. Per questo il Kerigma prevede un camminare con le persone, un vero e proprio accompagnamento. Anche nell’accompagnamento non si tratta di sentirsi protagonisti delle storie e dei destini degli altri e applicare su di loro le nostre conoscenze e teorie proponendo le nostre soluzioni, ma si tratta di accompagnamento come espressione di una relazione che affonda nella comunione dello Spirito Santo e dunque nasce come una vera e propria esperienza della carità, dell’amore.

Il cuore del Kerigma

Quando Paolo ai Corinzi dice «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1 Corinzi 4, 15) rende molto chiaro che annunciare il Vangelo significa generare le donne e gli uomini, l’annuncio del Vangelo non è semplicemente una sorta di insegnamento o una semplice predicazione, ma è la comunicazione di una vita, le persone cui ci si rivolge annunciando il Vangelo vivono l’esperienza di essere rigenerati. Giovanni evangelista nel colloquio con Nicodemo esplicita che bisogna essere rigenerati dall’alto cioè dallo Spirito Santo che è il Signore della comunione, ovvero della stessa vita di Dio che è Amore (cfr. Giovanni 3, 3-7). Dunque essere rigenerati significa ricevere in dono la vita che per sua costituzione appartiene al respiro di Dio e si realizza come amore perché è lo Spirito stesso che versa nei nostri cuori l’amore di Dio Padre (Romani 5, 5).

La prima caratteristica del Kerigma dunque è la rinascita dell’uomo, è la partecipazione alla vita di Dio. Il modo di esistenza dell’uomo partecipa a quel modo di essere che caratterizza Dio. Tra l’uomo e Dio esiste una reale parentela, esiste una relazione che costituisce l’identità dell’uomo. Paolo parla della sua paternità nei riguardi dei Corinzi, ma come lui stesso dichiara, ogni paternità sulla terra, ogni generare sulla terra ha una sola fonte, una sola paternità, quella nei cieli (Efesini 3, 14-21). Il Kerigma come annuncio del Vangelo è sì l’annuncio di Cristo ma in modo tale che l’uomo lo sperimenta come partecipazione alla sua vita e questa è una novità grande così come essere rigenerati. Il Kerigma è dunque iniziare le persone a un’esperienza di rinascita come se avvenisse in un modo nuovo, anzi radicalmente nuovo, la creazione dell’uomo, come se la Genesi venisse rivissuta e questa volta non come creazione ma come rigenerazione. O, stando solo alla visione di san Paolo, una risurrezione alla vita nuova dell’uomo in Cristo Gesù: «Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato» (Romani 6, 6).

Per questo motivo il Kerigma sgombra il terreno dalla “macchina” pastorale dell’evangelizzazione. Non si tratta di colpire l’interesse delle persone, non si tratta di captare la loro attenzione, non si tratta di muovere tutto un sistema intellettuale razionale di argomentazione e convincimento delle persone. Tutto questo è addirittura fuorviante. Non si tratta di venire addosso alle persone con una marea di parole, di testi psicologici o sociologici dei diversi effetti della fede cristiana. Tutto questo ha comunque un handicap di fondo, che si ferma al binomio uomo – Dio o Dio – uomo, ma è proprio questo binomio che il Kerigma supera ed evita perché al cuore del Kerigma c’è il Figlio di Dio che resosi uomo instaura un rapporto intimo con ogni persona umana la quale in Cristo Gesù si apre a un’esistenza filiale. L’asse centrale è il binomio figlio — Padre o Dio Padre — uomo figlio. Qui è immediatamente chiaro che non serve molto parlare, ma si tratta di iniziare alla rinascita, all’esperienza della paternità e della vita da figlio. Perciò è anche immediatamente chiarito che diventare cristiano non è frutto di un impegno ma un dono da accogliere perché figli non si diventa realizzando i progetti ma si è generati. Si mette subito in evidenza che ciò che sta a fondamento dell’esistenza dell’uomo, ciò che è la sua vera ontologia è la relazione, la figliolanza.

La concretezza di Cristo

Nel Vangelo di Luca al capitolo 4, quando Cristo appare nella sinagoga di Nazaret, arrotola il rotolo del libro dopo averlo pronunciato e l’evangelista dice che «gli occhi di tutti erano puntati su di lui» (4, 20). Lui pronunciava la Parola e questa si faceva vedere come presenza personale nel vero uomo, nell’umanità del Figlio di Dio. «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Luca 4, 21): gli occhi contemplano ciò che gli orecchi ascoltano. Ciò che gli orecchi ascoltavano fino a quel momento non era ancora l’evento della Parola perché mancava ancora la constatazione con gli occhi. Mentre è l’umanità di Cristo che permette di vedere chi è la Parola di Dio che è il Figlio suo. Che la Parola Dio l’ha pronunciata perché si è rivolto all’uomo e voleva che l’uomo fosse rivolto a lui. Dio e l’uomo secondo la Parola convergono e Cristo è tutta la concretezza umana, carica della dimensione della storia, di questa convergenza che si adempie come unità divino umana. Nella Persona del Figlio.

Il Kerigma dunque condensa davanti agli uomini la concretezza di Cristo come accoglienza che Dio compie dell’umano e dell’umanità che si compie nell’accoglienza di Dio, ma questo è possibile solo perché Dio è Padre e Cristo vero uomo è suo Figlio.

In Cristo Dio si rivolge a noi come a Figli amati

Nel Vangelo di Marco subito nel primo capitolo Cristo risale dalle acque del Giordano dopo il battesimo, si squarcia il cielo e lo Spirito Santo copre, cioè manifesta la relazione tra Lui e il Padre. Si sente la voce del Padre «Tu sei il Figlio mio, l’amato» (Marco 1, 11). Cade dunque l’enigma dell’aldilà, non ci vogliono più le costruzioni filosofiche, metafisiche, ciò che ammaliava tutti i filosofi e attirava tutte le religioni. Ormai è manifesto, il cielo è squarciato e nell’ultimo libro della Bibbia Giovanni dice che la porta è aperta (Apocalisse 3, 7-8; 4, 1); nella lettera agli Ebrei insiste sul passaggio che è una via nuova e vivente (Ebrei 10, 20). Dunque il santuario è accessibile all’uomo e il Padre che vi abita, in Cristo finalmente si rivolge agli uomini secondo la nostra vera identità, figlio amato. La promessa del battesimo in Spirito Santo che Gesù stesso fa (Atti 1, 5) ci dice che la verità di Cristo si manifesta a noi come la persona divina nella cui umanità ci viene donato lo Spirito Santo in modo da vivere la vita secondo Dio. Se lo Spirito Santo è il Signore della comunione la prima constatazione che il Kerigma è davvero attivo, operante è che si sperimenta la dimensione ecclesiale, cioè l’ecclesia come esistenza comunionale. La comunione delle donne e degli uomini, unità dell’umanità è l’indice di essere rigenerati, di non essere più schiavi di noi stessi, delle nostre paure perché schiavi della morte, ma abilitati a vivere una vita non soggetta alla preoccupazione per se stessi e realizzata invece come dono di sé.

Qui non possiamo non domandarci anche con una certa preoccupazione che cosa è successo con le comunità cristiane, con i popoli che si proclamavano cristiani o addirittura cattolici che invece si sono smarriti in una cultura individuo-centrica e agitata proprio dalla preoccupazione per se stessi, pronti a blindarsi per conservare il benessere materiale ed economico come un valore dominante. Non è possibile non accorgersi della frammentarietà della nostra cultura e della realtà stessa della Chiesa nelle sue strutture pastorali. Non ci si può non chiedere quanto veramente sia viva nei cristiani la coscienza della vera identità, di essere figli, figli di Dio in Cristo Gesù. Questa dimensione essenziale nella nostra fede che è quella dello Spirito Santo che ci inabita e ci insegna a rivolgerci a Dio come Padre va veramente rifocalizzata se vogliamo che qualcosa davvero cambi. Non c’è dubbio che c’è stato un tempo lungo troppi secoli dove la nostra attenzione è stata posta sull’aspetto della pratica religiosa, paragonabile come struttura e come valore culturale a qualsiasi religione. Per esempio la partecipazione agli eventi liturgici, il rispetto del calendario, del riposo domenicale, i valori morali sanciti con precetti invece di porre la priorità e il primato della concretezza storico esperienziale di Cristo, della nostra vita in Cristo e della realizzazione della Chiesa come comunione dell’umanità (cfr. Colossesi 2, 20-23).

La caratteristica fondamentale del Figlio è l’esperienza della relazione che è garante della persona perché è una relazione d’amore nella quale la persona sperimenta di essere libera. Ed è proprio su questo che una pastorale non kerigmatica rischia la deriva. Noi ci stiamo lasciando alle spalle un’epoca che è quella della modernità che nasce come esigenza di esperienza della libertà e si conclude senza risolvere questo problema, con mille fraintendimenti della libertà stessa. Come cristiani siamo stati in grado di scrivere testi sulla libertà ma la nostra testimonianza anemica non è riuscita ad attirare, affascinare e manifestare il modo di essere liberi perché esseri amati. La libertà non è possibile insegnarla, è come l’amore, si trasmette.

Il Kerigma si realizza nella bellezza

Dionigi Aeropagita nel IV capitolo del testo I nomi divini affronta la questione della bellezza indicando che la bellezza è Colui che chiama a sé, cioè la bellezza affascina, attira ma con amore e perciò fa partecipare se stessa. Dionigi dice apertamente che la bellezza rende bello colui che si lascia chiamare. Appare così immediatamente la prima caratteristica fondamentale della bellezza. Non è una questione formale come si è ridotta nell’epoca moderna. Anzi per i cristiani non lo era proprio. La bellezza è una realtà vocazionale, cioè relazionale. La bellezza si sperimenta quando si risponde alla chiamata, si diventa belli perché si sperimenta di essere chiamati. In questo senso si comprende Florenskij quando dice che la Chiesa è bella, perché è una realtà dei chiamati, dei convocati, di quelli che partecipano alla vita che li rende belli perché li mette in relazione gli uni agli altri. Perché è l’amore di Dio Padre che si manifesta in tutti. Ed è il volto del Figlio che attraverso la sua umanità ci chiama a partecipare a un tale modo di esistere dell’umanità. La bellezza è l’esistenza personale, un amore personale, un volto della persona che si manifesta attraverso le realtà e gli eventi e ci coinvolge.

«La verità rivelata è l’amore, l’amore realizzato è la bellezza» (Florenskij). Quando gli eventi, la storia, la materia del mondo, i gesti della persona diventano impregnati dell’amore, della comunione allora noi sperimentiamo di essere parte di questa manifestazione dell’amore del Padre. A ragion veduta Solovev dice che la bellezza è lasciarsi coinvolgere nella manifestazione del bene e del vero nella storia. La bellezza costituisce una mentalità, anzi, una intelligenza simbolica capace di tenere insieme la persona e la sua manifestazione nelle cose, negli eventi. Il simbolo è l’unità di due mondi, quello assolutamente personale che è di Dio e quello del creato che è in divenire nella personalizzazione. Ed è proprio l’amore che coinvolge la materia del mondo nelle relazioni libere, gratuite dove la persona per potere amare attinge alla materia del mondo. Allora è l’inclusione della materia nell’amore tra le persone. Il Kerigma coinvolge le persone in questa esistenza personale, comunionale e non si può coinvolgere in modo astratto, ma attraverso l’amore che è costitutivamente concreto. Essendo Dio Amore il Kerigma coinvolge le persone nell’amore, il Kerigma consiste proprio nel far precedere l’amore nell’annuncio e l’amore non può essere proclamato e basta, esige di essere vissuto e non lo si può vivere da soli ma includendo gli altri, e non si può includere gli altri se non includendo la materia del mondo attraverso la quale si manifesta l’amore.

Infatti Cristo ha preso il pane e ha detto questo è il mio Corpo offerto per voi, perché lui come Persona del Figlio è quel dono che il Padre ha dato al mondo perché ha tanto amato il mondo (cfr. Giovanni 3, 16). Il Figlio non può amare se non attraverso ciò che è, e Lui è anche uomo e dunque è la sua umanità concreta che diventa dono per gli uomini, così come è concreto il pane per la vita del mondo. Perciò solo nella interezza di Cristo si comprende la sua parola «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Giovanni 14, 9), ed è questo il fondamento di una intelligenza kerigmatica, di una mentalità kerigmatica che non solo tiene continuamente insieme i due mondi ma manifesta l’unità di questi due mondi, manifesta la Persona di Cristo che è unità di creato e increato, degli uomini e di Dio Padre. E lo fa perché ci rende figli, ecco la sorgente della bellezza: lo Spirito Santo ci rende figli nel Figlio così che noi partecipiamo a questo amore realizzato che è Cristo.

La bellezza come dimensione del Kerigma ci libera dalla mondanità, dalle sovrastrutture delle varie scienze ausiliari che cominciano a dominare invece di rimanere ausiliari, ci libera da tanti “ismi” perché ci mette in comunione con Colui che ci chiama rendendoci partecipi di lui come uomini cioè partecipi nella nostra umanità alla sua perché ci rende persone filiali, perché ci fa conoscere Dio Padre e diventa un principio attivo della comunione tra di noi. Pavel Florenskij viene addirittura ad affermare che il senso della vita spirituale nella Chiesa è diventare belli, cioè realizzarci nell’amore manifestando l’Altro, il Padre. Il cristiano non ferma lo sguardo degli altri su di sé. Il cristiano è un orizzonte aperto, è la porta attraverso la quale si passa da un’esistenza all’altra perché partecipando a Colui che chiama diventiamo chiamati.

L’arte dell’accoglienza

La liturgia è la redenzione di Cristo in realizzazione nei fedeli. Ciò che era l’opera di Cristo è passato nei sacramenti e nella liturgia. Se guardiamo nei Vangeli chi ha accolto Cristo come redentore, vediamo che erano le persone umili che hanno riconosciuto la loro verità come incompiutezza (proprio questo si collega di nuovo con la questione di essere chiamati al compimento che è la bellezza, dove bellezza è la convocazione che dice la pienezza) per esempio il pubblicano nel tempio, l’emoroissa, il lebbroso e così via… quelli che hanno avuto un’idea di perfezione e che secondo quella si consideravano e giudicavano a posto non l’hanno mai incontrato come loro redentore. Guardando l’antica arte dei cristiani nella liturgia o nello spazio dove la liturgia si celebra, vediamo che è un’arte umile, appena abbozzata perché testimonia che il compimento viene con l’azione dello Spirito Santo. Quest’arte fa integralmente parte della liturgia come il nostro pane messo sull’altare che per compiersi come Corpo di Cristo ha bisogno che scenda lo Spirito Santo. Così la liturgia e la sua arte testimoniano il compimento di ogni aspetto della vita dell’uomo solo in Cristo Gesù per mezzo della nostra apertura accogliente e la discesa dello Spirito Santo.

Il kerigma è infatti un’opera in realizzazione. Siamo invitati a essere particolarmente attenti che nella nostra opera pastorale e nella nostra opera di evangelizzazione noi non chiudiamo il cerchio, non chiudiamo il progetto, non elaboriamo tutti i dettagli secondo la nostra visione. Questo è avvenuto nei nostri spazi quando abbiamo importato un’arte che lavora sulla perfezione formale secondo un’idea elaborata ma che difatti stride con l’evento della liturgia stessa e non può presentare la perfezione secondo la nostra fede. Perciò il Kerigma deve vigilare per rimanere Kerigma e che manifesti Cristo nella sua concretezza, che l’uomo si senta e scopra coinvolto, chiamato a partecipare alla novità dell’esistenza e che per questo motivo la persona si senta accompagnata ma non spinta. Noi cristiani camminiamo con quelli cui annunciamo, aprendo porte e orizzonti, senza che noi costruiamo spazi nei quali facciamo entrare le persone ma lasciamo che lo spazio sia quello della figliolanza in Cristo Gesù.

Nell’accompagnamento delle persone è pericolosissima la trappola di sentirsi maestro, di elaborare percorsi, di definire tappe, perché questo esclude l’artefice del Kerigma che è lo Spirito Santo, carica troppo l’opera dell’uomo e in questo modo prepara un possibile rifiuto futuro.

Invece si tratta di avere coscienza che camminando nell’amore con le persone stiamo già compiendo la nostra vocazione. Poiché siamo chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo Signore nostro (1 Corinzi 1, 9).

di Marko Ivan Rupnik

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19 gennaio 2020

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