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Caos Brexit

· Spaccature nel governo e all’interno delle parti politiche aprono pesanti incognite ·

Tanto è stato netto, numericamente forte e deciso il pronunciamento dei deputati britannici nel respingere l’accordo May sulla Brexit, tanto è difficile soppesare le posizioni nello scenario che si apre. Non si intravedono decisioni certe all’interno del partito Tory. Non c’è armonia tra la base dei laburisti, che chiede un secondo voto popolare, e il leader Jeremy Corbyn, che continua a dirsi contrario. Di certo c’è che il parlamento ha, di fatto, sottratto al governo la gestione della Brexit e che può sempre ricordarsi che il referendum tenutosi il 23 giugno 2016 era tecnicamente solo consultivo. Se, però, sembra sempre più possibile una vera e propria marcia indietro del Regno Unito rispetto all’uscita dall’Ue, non sembra probabile che Westminster decida senza ricorrere a un ulteriore pronunciamento popolare. E non bisogna dimenticarsi nemmeno che in punta di diritto comunitario, la Gran Bretagna, a questo punto della vicenda, può recedere dalla Brexit senza il consenso di Bruxelles, ma non può da sola decidere di darsi più tempo per un nuovo accordo. E, a quel punto, stando così le cose, scatterebbe il drammatico no deal.

La bocciatura del piano che il premier Theresa May aveva concordato con i 27 membri Ue a novembre scorso, anche se pesante, lascia la possibilità alla leader Tory di ripresentare una bozza di accordo entro lunedì mattina. Da parte sua, infatti, ha escluso le dimissioni. Resta però da verificare cosa ne sarà della mozione di sfiducia prevista in serata. In ogni caso, se tra i conservatori, nella discussione dei giorni scorsi, ci si è scaldati molto intorno alla questione backstop relativa al confine nordirlandese, a ben guardare in questi due anni e mezzo è emersa una spaccatura ben più significativa tra due diverse anime: quella dei cosiddetti brexiteers, da sempre euroscettici e favorevoli al ripudio dell’Unione, e quella di quanti avrebbero voluto e vorrebbero conservare l’equilibrio che Londra aveva raggiunto: essere parte del mercato unico europeo e doganale, fuori dall’euro ma dentro la Sepa, Single euro payments area, come altri otto paesi Ue che non hanno aderito all’eurozona. Tutto questo pesa in termini economici per Londra e molti conservatori lo sanno bene e non hanno votato Leave. In fondo, David Cameron quando nel 2016 ha voluto il referendum lo ha fatto come strategia politica per compattare le due anime. Ma, come non è riuscito allora a Cameron, non è riuscito oggi a May.

In casa laburista lo scollamento non è da meno. E anche qui la memoria va alla campagna elettorale per il referendum, che ha visto il partito Labour diviso e spaccato sull’impegno da assicurare per il Remain con le forti critiche a Corbyn per la sua debolissima esposizione. Oggi torna una divisione tra Corbyn e la base. Il leader cerca la sfiducia all’esecutivo May, insegue le elezioni anticipate e si schiera apertamente tra i contrari a un nuovo pronunciamento popolare, mentre la base è tutta a favore di un secondo voto, che sarebbe giustificato — secondo i sostenitori — dalle molte manifestazioni a favore e dalla sopraggiunta consapevolezza che in campagna elettorale non si è fatta adeguata informazione sulle conseguenze. Inoltre, Corbyn sembra in minoranza anche rispetto ai deputati: sostiene che potrebbe, una volta al governo, rinegoziare un nuovo accordo, mentre il voto della camera dei deputati, così netto e trasversale, sembra dire in realtà che la stragrande maggioranza dei deputati non ipotizza e non cerca un accordo migliore. Piuttosto, semplicemente cerca di tornare indietro: di restare in Europa. E il motivo è che qualunque accordo palesa incognite inquietanti sul Pil britannico.

Di fronte all’opinione pubblica, difficilmente Westminster potrà liquidare il referendum come una consultazione archiviata, molto probabilmente vorrà legittimare un cambio di rotta con un altro voto popolare. In ogni caso, dovrà ricordarsi che, in base al pronunciamento — il 10 dicembre scorso — della Corte di giustizia Ue, Londra può unilateralmente cancellare l’attivazione dell’articolo 50 del trattato sull’Unione fino alla conclusione dell’accordo di separazione, ma quello che non può fare è confermare la Brexit rinviando la data di entrata in vigore, fissata al 29 marzo 2019. Se Brexit ci sarà, sarà in quella data. A meno di una decisione in tal senso condivisa da tutti gli stati membri, che al momento non è lontanamente immaginabile.

In definitiva, in assenza di colpi di scena, si scivola verso un’uscita senza accordo: il famigerato no deal. Se non ci sarà una qualche alternativa in grado di ricucire tutte le suddette divisioni, la via è quella. Ma su questo aspetto spunta un’opinione condivisa: sarebbe un disastro. Da confindustria alla City, dai conservatori ai laburisti, dagli agricoltori del Galles all’agenzia di rating Standard & Poor’s, tutti concordano sul rischio di una perdita immediata dell’8 per cento del Pil.

Si capisce meglio perché il resto dei membri Ue abbiano dimostrato sulla Brexit una compattezza mai registrata: è ormai evidente che il ripudio dell’Unione non fa male a Bruxelles, e a nessuna altra capitale, ma a Londra. Senza considerare lo spettro della minaccia della Scozia di lasciare il Regno Unito per restare nell’Ue.

di Fausta Speranza

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26 maggio 2019

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