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Canzoni e romanzi

· ​Dylan il Nobel per la letteratura ·

Alcune sue liriche sono bellissime, di un’intensità di cui solo i veri artisti sono capaci. Altri testi riescono a pungere, destinati come erano a scuotere le coscienze assopite e così distratte da non percepire i grandi cambiamenti in atto negli anni Sessanta. «Fareste meglio a iniziare a nuotare o affonderete come un sasso» cantava in The Times They Are a-Changin’, un giovane e “arrabbiato” Bob Dylan, che dopo oltre cinque decadi di carriera si è visto assegnare il premio Nobel per la letteratura.

Un premio che in realtà non giunge del tutto inatteso. Erano ormai anni che in ottobre, alla vigilia della scelta del comitato di Stoccolma, veniva riproposta la candidatura di Dylan, al secolo Robert Zimmerman. Secondo la motivazione, l’artista «ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana». Questo Nobel è quindi una sorta di premio alla carriera, che certamente riconosce il grandissimo talento dylaniano nella scrittura dei testi, ma che altrettanto certamente non deve avere fatto piacere agli scrittori veri, quelli che — come Don De Lillo, Philip Roth o Haruki Murakami, tutti dati per possibili vincitori — conoscono l’enorme fatica che comporta la scrittura di un romanzo.

Bob Dylan ha invece composto canzoni, con testi a volte bellissimi, in grado di influenzare intere generazioni di cantautori, molti dei quali davvero noiosi. Il suo merito maggiore, forse, va rinvenuto nella sua ferrea volontà di restare estraneo alla logica dello show business, pur rimanendo una stella di prima grandezza. Una delle poche rock star a non tingersi i capelli, ha sottratto i suoi brani più famosi ai riti corali dei concerti, sconvolgendone la metrica. Un invito a non conformarsi. E a pensare con la propria testa. (giuseppe fiorentino)

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14 novembre 2019

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