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Canzoni dell’anima
e del suo sposo

· La poesia mistica di san Giovanni della Croce ·

San Giovanni della Croce

«Di questo sommo sapere è tale il valore / che non può valere arte o scienza / che comprendere la possa; e solo colui / che vince se stesso, e desidera un sapere / senza sapere alla fine lo ottiene /salendo sopra la scienza tutta». Da queste apparenti contraddizioni si può tentare una ricognizione sui significati della poesia sacra di san Giovanni della Croce, al secolo Juan de Yepes y Alvarez (Fontiveros, Avila, 1542 — Ubeda, 1591), uno dei mistici che hanno maggiormente influenzato l’immaginario di santi, scrittori, poeti, artisti con quella noche oscura del alma, divenuta l’espressione con cui vengono definiti i momenti di angoscia anche in santi e cercatori d’assoluto, come Teresa di Calcutta. I suoi versi hanno però una caratteristica: riescono ancora, nella maggior parte dei casi, a stabilire un legame intellegibile con il lettore, anche attraverso un commento, talvolta estesissimo, che egli stesso poneva in chiusura dei suoi Canti. A un passo però dall’indicibile, perché la poesia mistica corre inesorabilmente il rischio dell’oscurità: il contatto con il divino pone il problema del come dire quel contatto. Come ha giustamente notato Stefano Arduini nella sua introduzione al Cantico spirituale (Città Nuova, 2008), «il linguaggio mistico vive la grande contraddizione dovuta al suo oggetto che è in sé non dicibile». Un discorso affrontato anche da altri studiosi, come ad esempio Giovanni Pozzi che, di fronte a un altro grande interrogativo della cultura, vale a dire il perdurare del Cantico di Frate Sole nei secoli, nonostante il rifiuto di Francesco proprio della cultura e del successo, coglie un elemento fondamentale della poesia mistica: «oggetto del discorso mistico è l’io che si trasforma nell’assoluto di Dio annullandosi» (Sul Cantico di frate Sole, in Alternatim, Adelphi, 1996). Ma né il Poverello, né Giovanni della Croce arrivano alla assoluta incomprensibilità. Juan la sfiora, le gira intorno, ma poi ritorna con la faticosa preda della parola che comunica, che dice, che racconta quello che è altrimenti indicibile. Lo stesso Dante prega affinché Dio gli dia la forza di trovare il modo di raccontare ciò che ha veduto nel Paradiso. Ma lo spagnolo deve pagare lo scotto di questo sfioramento dell’ineffabile: deve affidarsi ai mezzi che possano rendere l’idea del contatto urticante con l’Inviolato, che sono poi quelli degli espedienti retorici. Ma, attenzione, qui l’uso retorico è opposto a quello delle scuole poetiche che ne fanno un semplice abbellimento. In lui la ripetizione, l’ossimoro, la metafora, per citare solo alcune delle figure più usate, servono alla sopravvivenza stessa della parola, perché non ci sono termini capaci di definire l’indefinibile, e allora bisogna cercare similitudini, pezze d’appoggio, suoni in grado di suggerire ciò che si è visto o provato nell’estasi.

Lo stesso poeta ne è consapevole e nella sua spiegazione alla strofa settima del suo Canto spirituale (“E quelli che attorno vagano/ di te mille grazie van raccontando/ e più così mi piagano/ e mi fa poi morire/ un non so che di cui van balbettando”) afferma coraggiosamente che il linguaggio poetico, quando sfiora l’inesprimibile, “significa balbettare, come il parlare dei bambini, cioè non riuscire a dire ciò che si deve dire”. È così che Juan riesce a rimanere da questa parte del senso, usando, nella strofa che abbiamo posto in apertura, il paradosso del “sapere senza sapere” ottenuto andando oltre la scienza, che nella cultura del tempo voleva dire soprattutto la teologia e la filosofia. Anche perché l’ossimoro, la contiguità di due termini opposti, torna nella stessa lirica, quando il poeta afferma che questa “somma scienza” non è altro che un “inabissare/ l’anima con un altissimo pensiero/ nella divina, infinita essenza”: è evidente l’uso della coppia oppositiva inabissare-altissimo per significare la violazione di ogni razionalità nella parola. Anche nella celebre Notte oscura sono frequenti le contraddizioni logiche, come nei versi “Notte che mi guidasti,/ oh notte più dell’alba compiacente”: La notte è nella retorica classica il simbolo della perdizione e della mancanza di luce, sia essa quella divina o diurna, mentre qui è portatrice di piacere interiore. È evidente l’impossibilità da parte del poeta di dire altrimenti quella coincidentia oppositorum di cui parlava più di un secolo prima Nikolaus Krebs, conosciuto da noi come Nicola Cusano. E abbiamo visto che Giovanni della Croce affronta il delicato tema della necessità di andare oltre la scienza dei colti, per riuscire a sfiorare l’abissale unità del tutto, avvicinandosi al tema ripreso dallo stesso Cusano della Dotta ignoranza. Ma la vicinanza dello spagnolo alle tematiche della teologia negativa o apofatica non vuol dire adesione completa, semmai coscienza dei limiti della parola umana, anche perché Juan continua nel tentativo di dire il non-dicibile. E soprattutto perché, nonostante tutto, come alcuni hanno notato, egli è il prosecutore della poesia d’amore. La poesia d’amore umano intreccia spesso i suoi sentieri con quella riservata a Dio, prova ne è il Cantico dei cantici. Jerònimo de san Josè infatti intitolerà Canto spirituale nell’edizione 1630 le Strofe tra l’anima e lo sposo (Canciones entre el Alma y el Esposo) iniziate probabilmente durante il periodo di prigionia nel carcere monastico di Toledo tra il dicembre 1577 e l’agosto successivo: il curatore aveva in mente il Cantico dei Cantici e la sua polisemanticità, vale a dire la sua capacità di poter essere letto sia come amore tra sposi che tra l’anima e Dio. La stessa poesia trobadorica, che si sviluppa in Provenza a partire dall’xi secolo, e poi lo Stil Novo, soprattutto in Dante, pongono la donna amata sullo stesso piano di una divinità irraggiungibile, e non è un caso che Denis de Rougemont, in un affascinante studio intitolato L’amore e l’occidente, terminato nel 1936, ponga il grande quesito del contatto tra amore umano e amore divino. Lo studioso afferma che lo studio di Platone aveva portato alcuni mistici islamici verso la concezione dell’amore umano come simbolo «al tempo stesso dell’amore divino». La poesia d’amore provenzale nascondeva, secondo lui, l’ideologia dei Catari, che vedeva nell’innamorato il perfetto e nella donna amata la chiesa albigese.

Come si vede, Juan de la Cruz attingeva a un’idea molto antica: l’amore umano non è altro che lontana eco dell’amore divino.

di Marco Testi

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23 febbraio 2020

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