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Cantore di una civiltà
ormai scomparsa

· ​In "terra amata" il meglio delle fotografie di Pepi Merisio ·

Non si poteva scegliere un titolo più adatto — Terra amata — per un libro antologico che raccoglie il meglio delle istantanee di Pepi Merisio. Perché ha amato e ama la sua terra, l’Italia, che racconta con passione da oltre sessant’anni attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica. 

Carnevale sul Lago d’Endine (1967)

Davanti a lui sono passati i volti di migliaia di donne e di uomini, ognuno con la propria storia. Li ha ritratti soprattutto nei campi — quello contadino è l’ambito ideale della sua poetica — ma anche nelle botteghe, nelle fabbriche, così come nei vicoli di borghi antichi e nelle strade delle città, dalle periferie ai centri storici. Li ha colti nella loro realtà quotidiana, con uno sguardo onesto e partecipe, benevolo si potrebbe dire, mai incline all’enfasi. Perché si è sempre sentito uno di loro. Ne ha saputo cogliere la fatica, le ansie, le speranze, l’afflato religioso seguendoli laddove trascorrevano le giornate di lavoro ma anche i momenti di svago, tra osterie e fiere di paese, feste popolari e processioni sacre. Questo ha visto e raccontato Pepi Merisio: la storia di un’Italia che in gran parte non c’è più, ma che rivive nell’ampia selezione di foto presentate in Terra amata. Fotografie 1952-2015 (Roma, Contrasto, 2016, pagine 239, euro 29), curato da Giovanni Gazzaneo e arricchito dai testi di Cesare Colombo, Roberto Koch e Ferdinando Scianna. Sfogliarne le pagine significa dunque intraprendere un viaggio nel tempo attraverso lo sguardo di questo maestro, nato nel 1931 a Caravaggio, come il quasi omonimo Michelangelo Merisi, con il quale condivide la sensibilità per la luce, uno sguardo che apre l’orizzonte all’infinito, lo stupore della bellezza. Merisio inizia a fotografare nei primi anni Cinquanta. Nel 1963 la rivista di Zurigo “Du” presenta il suo reportage “In morte dello zio Angelo” che segna la sua affermazione a livello internazionale, grazie anche agli elogi di Henri Cartier-Bresson. Gli si aprono le porte di «Epoca» su cui esce nel 1964 il celebre servizio “Una giornata col Papa”, dedicato a Paolo vi. Caposaldo della sua attività di narratore per immagini — oltre cento i libri pubblicati in Italia e all’estero — è l’opera Terra di Bergamo, in tre volumi (1969), la sua terra. Quella narrata da Merisio è un’Italia “minore”, fiera delle sue origini contadine, delle sue tradizioni e della sua profonda religiosità, custode delle bellezze della natura. Le sue foto costituiscono un archivio visivo del recente passato dal quale attingere per ricostruire la memoria di un popolo. Con la sua macchina fotografica Merisio è di fatto diventato il cantore di una civiltà ormai scomparsa. Il suo obiettivo ha puntato dritto al cuore dei semplici, regalandoci immagini che colgono le varie sfaccettature dell’umano — l’amore, il lavoro, l’amicizia, il gioco, l’attesa, la gioia, la preghiera — componendo un canto sospeso tra terra e cielo, tra vita e morte. Per farlo ha usato la sua sensibilità di fotografo umanista, per il quale ogni scatto equivaleva a un incontro: un incontro con l’altro. E forse il segreto del suo bellissimo bianco e nero, austero ed essenziale, sta — come sottolinea Gazzaneo — nella sua la capacità di racchiudere gli estremi in un unico sguardo. «La purezza dello sguardo — aggiunge il curatore del volume — è il tratto distintivo della fotografia e dell’arte di Pepi Merisio, che non solo ritrae, ma condivide lo sguardo altrui. Negli occhi vivaci di questo ragazzo dalle ottantacinque primavere e nel suo cuore sempre pronto a entrare in empatia con i soggetti che ritrae c’è la chiave del suo essere fotografo e prima ancora del suo essere uomo».

«Sono belle le sue fotografie. Limpide, ordinate. Cercano forme belle per cose viste e sentite come belle», scrive Scianna di Merisio riconoscendogli «il coraggio della bellezza». Perché non ha intenzione di scioccare o denunciare attraverso il racconto della tragedia. Vuole solo documentare, come un antropologo, o più semplicemente come un testimone. «Pepi — aggiunge Scianna — è un fotografo dallo sguardo tranquillo, di cristianesimo semplice, aderente all’universo dei valori del mondo contadino, se non si vuole usare la connotazione fotografo cattolico tout court. I luoghi, le cose, i gesti del lavoro e della sua vita scorrono nelle immagini di Pepi Merisio come un rito antico e codificato. Ma non credo che si possa contestargli il diritto di raccontare il mondo come si vorrebbe che fosse rimasto, oppure da un altro punto di vista, quello del tempo lungo, della durata, della rivendicazione di certi valori, di certi paesaggi, magari di una certa nostalgia per un universo trasparente, che si può guardare con occhi sereni. Partecipi». E davanti alle immagini di Terra amata sarà certo un po’ nostalgico lo sguardo di chi quel tempo l’ha vissuto o anche solo sfiorato. Magari con un pizzico di rimpianto.


di Gaetano Vallini

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20 giugno 2019

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