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Cantiere di lavoro e di umanità

· ​La Fabbrica di San Pietro ·

La Basilica Vaticana è un edificio sempre in grado di sorprendere ogni qualvolta se ne cambi prospettiva di indagine. La sensazione di scoperta continua generata dall’esperienza dei suoi spazi e dalla conoscenza delle vicende che ne hanno determinato la costruzione sono all’origine di tale esperienza estetica, un’emozione prodotta dall’edificio a prima visita, ma sempre viva anche in quanti hanno la fortuna di accedervi ogni giorno. 

La dimensione artistico-architettonica, tuttavia, è soltanto uno degli infiniti aspetti di un fenomeno assai più esteso e legato alla devozione per l’Apostolo Pietro e all’espressione di un culto manifestato quotidianamente da donne e uomini che apparentemente non sembra lasciare traccia. Questo volume (Quando la Fabbrica costruì San Pietro. Un cantiere di lavoro, di pietà cristiana e di umanità. XVI-XIX secolo, a cura di Assunta Di Sante e Simona Turriziani, Foligno, Il Formichiere, 2016, pagine 592, euro 35), composto da oltre venti contributi, è l’esito di uno sforzo pluriennale di ricerca e di conservazione dedicato ai preziosi documenti custoditi nell’Archivio Storico della Fabbrica, un’istituzione concepita per garantire autonomia nella gestione della Basilica, che da secoli conserva le testimonianze della propria storia.

Giovanni Guerra e Cesare Nebbia, «L’incoronazione di Sisto V del 1 maggio 1585»  riportata nella copertina del volume

Accostando opere d’arte, persone e vicende di natura diversa, le curatrici hanno saputo mettere in luce uno dei tratti distintivi della storia dell’edificio, riservando sorprese anche per quanti abbiano dedicato specifici studi a segmenti più o meno estesi della sua storia. Il volume si apre con un affascinante saggio di Antonella Ballardini, che riconosce un’immagine della «piccola ma aurea» Porta Santa della Basilica quattrocentesca in un dettaglio del celebre affresco di Beato Angelico nella cappella Niccolina. Dalle prime pagine il lettore è guidato dal fronte della Basilica antica al cuore dei Palazzi Vaticani, mettendo in primo piano il legame tra chiesa e residenza papale, determinante per comprendere le origini e il significato dell’intero complesso edilizio sorto intorno alla tomba dell’Apostolo.
I contributi che seguono permettono di penetrare le dinamiche del lavoro quotidiano svolto per la Fabbrica nei secoli cruciali della sua storia. L’amministrazione, il cantiere con le sue prassi ordinarie e le sue “allegrezze”, i laboratori artistici e in particolare quelli legati al mosaico, le comunità di ospizi e le confraternite sono qui ritratti come manifestazioni della Misericordia di un’istituzione nata per costruire un edificio e per dare continuità attraverso il lavoro.
Diversamente da quanto lascerebbe supporre il titolo, nell’economia del volume la parte dedicata all’edificazione della Basilica occupa uno spazio limitato, ma non per questo secondario. Nicoletta Marconi, autrice di contributi di primo piano in questo campo, affronta il complicato tema della sicurezza nei cantieri, fornendo un’acuta lettura dei dati riguardanti un ambito di studio difficile da indagare su base documentaria, analizzando rischi, fallimenti e opere di assistenza in favore di quanti ebbero più o meno gravi infortuni. Da felice contrappunto fa il saggio di Pietro Zander, concentrato sui successi dei costruttori e sulle celebrazioni pubbliche legate a tali risultati, dedicandosi anche alle firme con cui artisti quali Filarete e Michelangelo — e con loro altre maestranze più recenti e meno note —, lasciarono il segno del proprio passaggio nella Basilica.
La Fabbrica, considerata come organismo aperto e dal forte carattere parlante, prende forma soprattutto nei saggi che seguono. Lo studio dell’intera area di Santa Marta di Ilaria Delsere presenta una ricostruzione accurata, basata su fonti di prima mano, di un’area profondamente rimaneggiata di recente, posta all’estremità occidentale del complesso, che ben si presta a fare da introduzione topografica a un’intera sezione del volume dedicata allo studio delle comunità sorte all’ombra della cupola. Insieme all’accoglienza, il mondo intorno a San Pietro appare costellato da attività professionali fondate su una tradizione secolare. Tra queste il mosaico costituisce un filo ininterrotto che emerge a più riprese nel volume e culmina nelle pagine dedicate da Veronika Seifert e Sante Guido alla croce di Borromini per la Porta Santa del 1625, recentemente identificata da Assunta di Sante nel portale della chiesa romana di Santa Maria in Cappella in Trastevere.
Nella vasta e ramificata letteratura intorno alle Arti in San Pietro, ciò che sembra distinguere questo volume per originalità e freschezza è rappresentato dalle ricerche dedicate a donne attive nei secoli per la Fabbrica. Lo sguardo verso questa “metà del cielo” si apre con una documentatissima analisi di Simona Turriziani, che introduce a ritratti di donne, spesso avviate al lavoro in contesti familiari, le quali nel tempo divennero interlocutrici autonome e responsabili di imprese artistiche di primo piano. Tra queste emerge il profilo umano e professionale di Francesca Bresciani, delineato da Assunta Di Sante e approfondito da Sante Guido negli aspetti più legati al lavoro di intagliatrice di lapislazzulo. Questa storia mette in luce le capacità professionali dell’artista, impegnata nella decorazione del tabernacolo del Santissimo Sacramento, e la sua tenacia nel far valere la qualità del proprio lavoro di fronte a Gianlorenzo Bernini, dal quale seppe pretendere un compenso adeguato alla straordinaria qualità dell’opera realizzata. Ma forse il punto più interessante del caso Bresciani non sta nella disputa con Bernini, prassi consueta nella valutazione di opere d’arte, ma nella posizione di imprenditrice autonoma che essa rivendica, assumendo ciò che in termini moderni definiremmo il rischio d’impresa. In questa linea si colloca pure la vicenda delle tre sorelle Palombi studiata da Giovanna Marchei, che rinunciarono a parte dell’eredità pur di mantenere la licenza di “ferrare” della Fabbrica: un’impresa che, per la natura del lavoro, imponeva di fatto l’impiego di maestranze maschili stipendiate.
La storia dell’arte al femminile è un fenomeno che da tempo ha attirato l’interesse degli storici e si rivela tuttora esteso e fertile, come dimostra Paola Torniai nel saggio che conclude questa parte del volume, tracciando un breve bilancio relativo alla Fabbrica di San Pietro. Più che nell’abilità delle singole artiste, il lungo processo di affrancamento delle donne da ruoli subalterni va ricercato proprio in quelle figure capaci, per sorte oltre che per doti personali, di costituirsi quali interlocutori autonomi nei confronti della Fabbrica dal punto di vista economico.
Nell’attenzione alla presenza femminile risiede dunque un punto di originalità del volume, ma non certo l’unico. Economia della Fabbrica, significati e modalità del costruire, impegno quotidiano nell’opera minuta di intarsio, intaglio e decorazione non sono soltanto analisi del modo in cui l’Istituzione seppe promuovere la realizzazione di opere d’arte di primo piano nella storia dell’umanità, ma immagini del lavoro umano, o meglio della condizione dell’uomo nel proprio lavoro. E che si tratti di una condizione mutevole appare evidente semplicemente considerando i ritratti delle persone che ritroviamo in queste pagine, raccolti in un accurato indice alla fine del volume. Arte, architettura e lavoro concorrono dunque a mostrare il carattere più autentico della Fabbrica come edificio di pietra e di persone.
Ancora oggi, ogni mattina, quando i primi raggi di sole illuminano la facciata della Basilica Vaticana e sottili lame di luce rosata penetrano tra le sue mura mettendo in chiaro le architetture, voci e rumori di passi risuonano nel silenzio, diffondendo nell’aria tracce invisibili dell’attività di donne e uomini che si muovono in uno spazio apparentemente senza limiti. A questi delicati rumori del mattino presto si sostituiscono quelli più incisivi delle masse di fedeli e visitatori che popolano la Basilica durante il giorno, impegnati nelle funzioni, attratti dall’arte o semplicemente coinvolti, ognuno a modo proprio, dalla straordinaria esperienza che sempre rappresenta una visita.
Così, fedele alle sue origini, la Basilica nel tempo cambia, come muta lo sguardo di chi la osserva, restituendo a chi la voglia cercare l’immagine di una Chiesa da secoli costantemente in moto.

di Vitale Zanchettin

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19 marzo 2019

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