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Cantautore senza inganni

· Un anno fa moriva Goran Kuzminac ·

Il gigante buono della musica. Ricordarlo così forse è fin troppo banale, fatto sta che Goran Kuzminac, il cantautore morto un anno fa, il 18 settembre del 2018, aveva fatto la cifra della sua vita la bontà di sentimenti, riversata a piene mani anche nelle note che scolpiva attorno ai suoi testi poetici altrimenti detti “canzoni”.

Goran Kuzminac

Nato in Serbia, a 6 anni Goran aveva seguito i suoi in Italia, a Trento, un viaggio che 30 anni dopo ricordò nella canzone Andando ad est: «Io sono scappato via / avevo quasi dieci anni / ora c’è un confine che non passerò / dietro lunghe carovane /oltre i porti lontani».

La passione per la musica era alternata a quella per gli studi in medicina e, una volta dottore, volle dedicarsi alla musicoterapia, per aiutare i malati psichici e i giovani con problemi di anoressia.

A scoprirne la vena artistica era stato Francesco De Gregori, colpito da quel ragazzone che suonava la chitarra come pochi altri, con la tecnica particolare del finger picking. A farlo scoprire dal grande pubblico (che era anche quello di Lucio Dalla, fino a Ivan Graziani e Ron, con i quali Goran incise un “Q disc” e attraversò l’Italia per decine di concerti da tutto esaurito) furono soprattutto i primi album, le sonorità di una voce allegramente malinconica, i testi sempre frutto di una ricerca interiore mai approssimativa.

Si ritrovava, ad esempio, e basta scoprire in rete i vecchi video e la dolce energia che mette nel cantarla, in Canzone senza inganni, scritta da Ivan Graziani per il primo “Q disc”: «Stanotte ho scritto una canzone che come una figlia si mette a giocare / io chiudo gli occhi e la lascio fare / per poi volare più in là».

Così Goran, che qualche anno dopo intitolò uno dei suoi 13 album Contrabbandieri di musica, lo immaginiamo scrivere di notte canzoni come Stasera l’aria è fresca, il suo primo successo, oppure Ehi ci stai che nel 1980 passava come un allegro tormentone sulle radio libere. La scialuppa della scrittura di Goran non ha mai imbarcato banalità, in quello scorrere del Tempo che resta una delle sue canzoni più belle (e pensare che era solo il lato B di un 45 giri, come usava allora), con l’impronta forte della composizione a quattro mani con Shel Shapiro: «Adesso sì comincia l’avventura / insieme soli o soli insieme chi lo sa / un passo e poi un passo e poi un altro / che qualche santo prima o poi ci aiuterà».

Ecco, adesso non vorremmo spingerci a declinare una “religiosità” che Goran probabilmente custodiva in fondo al cuore, ma capace di aprirlo, quel cuore, per altri versi come quelli di Sogno: «E il Natale sarà diverso se arrivano i Re Magi / Con in dono tutti i nomi degli autori delle stragi / E agli egoisti poco sazi, carestia per tutti gli anni / Mentre agli zingari gli spazi/ Per piazzarci le roulotte / Ma era un sogno, solo un sogno / Certe notti ne ho bisogno/ E butto il sasso nello stagno / Perché adesso ne ho bisogno».

Un album intero, Kuzminac volle inciderlo proprio tessendo il filo dei suoi sogni, e non a caso intitolandolo “Dio suona la chitarra” (con accanto Alex Britti, altro re della chitarra), con il brano omonimo a ricordare che «Dio suona una chitarra per le strade e gira il mondo/ Proprio come me/ Le scarpe sono vecchie e la camicia è da stirare/ E anche oggi non c’è una lira/ Ma stasera si può suonare/ E andiamo molto forte che è l’amore che ci ispira».

Di Kuzminac il grande pubblico poi non ha saputo più granché, ma i cultori della buona musica d’autore non ne hanno mai perduto le tracce, compresi i concerti, acustici e no, in giro per l’Italia di provincia. Quella provincia che amò tanto da stabilirsi per un certo periodo in Abruzzo dove, nel gennaio del 2017, sorpreso da una tormenta di neve e costretto in casa da ritardi e improvvisazioni nei soccorsi, scrisse sul suo blog (lettera poi ripresa da Avvenire) dell’amarezza di ritrovarsi come a fine ‘800, ma senza esasperare i toni, perché, pensando a quelle stesse latitudini già segnate dal terremoto, «non è il momento delle polemiche, dobbiamo restare uniti». Perché Goran era fatto così: un gigante buono «che se non avesse scritto canzoni — ci rispose quando glielo chiedemmo — avrebbe voluto scrivere canzoni».

di Igor Traboni

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