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In cammino verso la pace


· L’incontro nei giardini vaticani tra Francesco, Shimon Peres, Mahmoud Abbas e Bartolomeo ·

Per farla ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra

«L’inizio di un cammino nuovo, alla ricerca di ciò che unisce per superare ciò che divide». Papa Francesco ha spiegato così il senso dello storico incontro per invocare da Dio il dono della pace per la Terra santa, avvenuto all’imbrunire della domenica di Pentecoste 2014, 8 giugno, nei giardini vaticani, alla presenza dei presidenti israeliano Shimon Peres e palestinese Mahmoud Abbas, e del patriarca Bartolomeo. L’invito era stato rivolto da Papa Francesco ai due leader politici domenica 25 maggio, durante il pellegrinaggio nei luoghi santi.

Nel ringraziare i suoi ospiti per la loro presenza il Papa l’ha definita «un grande segno di fraternità che compite quali figli di Abramo, ed espressione concreta di fiducia in Dio, Signore della storia, che oggi ci guarda come fratelli l’uno dell’altro e desidera condurci sulle sue vie». L’attenzione con il quale «questo nostro incontro di invocazione della pace in Terra santa, in Medio oriente e in tutto il mondo» è seguito da tantissime persone, appartenenti a diverse culture, patrie, lingue e religioni, testimonia che si tratta di un avvenimento «che — ha proseguito — risponde all’ardente desiderio di quanti anelano alla pace e sognano un mondo dove gli uomini e le donne possano vivere da fratelli e non da avversari o da nemici».

Una situazione quest’ultima che in Terra santa ha causato troppe vittime innocenti, tutti figli nostri che, ha notato il Papa «sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino».

Del resto «il mondo — ha sottolineato ancora Papa Francesco — è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei nostri figli». E invece sono stati lasciati morire. Ecco perché, ha ammonito il vescovo di Roma, «è nostro dovere far sì che il loro sacrificio non sia vano. La loro memoria infonda in noi il coraggio della pace». Sì perché «per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra». Come ci vuole coraggio per dire «sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza». E oltre al coraggio ci vuole una «grande forza d’animo». Cosa che, ha riconosciuto il Pontefice, non possiamo darci da soli; abbiamo bisogno di Dio. «Abbiamo sentito una chiamata — ha quindi aggiunto rivolgendosi ai suoi ospiti — e dobbiamo rispondere» e «spezzare la spirale dell’odio e della violenza» con una sola parola: «“fratello”. Ma per dire questa parola dobbiamo alzare tutti lo sguardo al Cielo, e riconoscerci figli di un unico solo Padre». A conclusione un’invocazione al Signore affinché «dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam!». Analoghe aspettative di pace le hanno poi manifestate i presidenti Shimon Peres e Mahmoud Abbas.

Questa mattina, lunedì 9, a causa di una lieve indisposizione, il Papa ha rinviato alcuni impegni in programma, tra cui la prevista udienza ai membri del Consiglio superiore della magistratura italiana.

Il discorso di Papa Francesco

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