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Cammino coraggioso

· Giappone e Santa Sede ·

I primi contatti tra Giappone e Santa Sede avvennero all’inizio della diffusione del cristianesimo in Giappone o nell’ultimo quarto del XVI secolo. Alcuni signori feudali cristiani giapponesi presero l’iniziativa di inviare i loro rappresentanti a incontrare il Papa. Poi, però, a inizio XVII secolo, il shogunato Tokugawa perseguitò il cristianesimo, finendo per bandirlo nel 1614 come religione antisociale e antipatriottica. Il bando rimase in vigore per oltre due secoli fino al 1873, quando l’imperatore Miji lo tolse. 

Monsignor Theodore-Augustin Forcade primo vicario apostolico in Giappone

Verso la metà del XIX secolo, poco dopo che il Giappone ebbe riaperto i suoi porti al commercio con l’occidente dopo duecentoventi anni anni di isolamento, la Società per le missioni estere di Parigi (Mep), gruppo missionario ovviamente gestito da francesi, si assunse la responsabilità di evangelizzare il Giappone fino al primo quarto del XX secolo. La Francia, a sua volta, si impegnò a dare protezione ai cattolici nel paese asiatico. Percependo che la presenza di un delegato apostolico in Giappone sarebbe stata contraria agli interessi francesi, il governo di Parigi e la Mep non reagirono favorevolmente alle relazioni tra Santa sede e Giappone. Dopo il 1900, con il deteriorarsi dei rapporti tra la Francia e la Santa Sede, quest’ultima si adoperò più intensamente per inviare un delegato apostolico in Giappone. Nel 1927 la Francia rinunciò ufficialmente al suo ruolo di protettore dei cattolici in Estremo oriente, ma la Santa Sede aveva già preso iniziative per proteggere la Chiesa e la libertà religiosa in Giappone: nel 1919 in Giappone c’erano solo 74.000 cattolici e circa 117.000 protestanti; oggi ci sono mezzo milione di cattolici e altrettanti protestanti.
Nel 1876 la Santa Sede nominò monsignor Forcade primo vicario apostolico in Giappone, ma questi non giunse mai in Estremo oriente. Nove anni dopo Leone XIII inviò una lettera all’imperatore Meiji, come ringraziamento per il trattamento generoso concesso ai missionari e ai cristiani. A parte ciò, non ci furono altri contatti tra la Santa Sede e il Giappone fino al volgere del secolo.
Durante i primi due decenni Novecento ci furono solo due iniziative da parte della Santa Sede per inviare i propri rappresentanti. Dopo la guerra con la Russia nel 1905, il vittorioso Giappone iniziò a svolgere un importante ruolo politico in Estremo oriente, oltre che decidere la propria politica estera: alla luce di questa nuova situazione, la Santa Sede prese l’iniziativa di stabilire contatti diretti con il paese asiatico, ricevendo dal governo nipponico una risposta positiva. Nel luglio 1905, Pio X nominò monsignor William Henry O’Connell, vescovo di Portland, suo delegato speciale in Giappone: fu la prima iniziativa ufficiale in assoluto della Santa Sede nell’ambito delle sue relazioni con il Giappone.
A quel tempo, la Chiesa nel paese asiatico era ancora sotto tutela francese, ma il governo transalpino non intendeva assumersi l’impegno di proteggere i cattolici in Estremo oriente poiché in quella guerra la Francia era schierata dalla parte della Russia. Fu invece il governo giapponese ad assumersi la responsabilità di proteggere i cattolici che vivevano nei territori sotto il suo controllo. La visita di O’Connell contribuì a rendere la Chiesa cattolica in Giappone più internazionale in termini di presenza missionaria, riducendo così l’esclusività e il monopolio della Mep. Infine, cosa ancor più importante, a monsignor O’Connell era stata affidata la missione di suggerire alle autorità giapponesi la possibilità di instaurare relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Chinda (cristiano protestante), segretario del ministero degli Affari Esteri, rispose in maniera molto positiva all’iniziativa della Santa Sede. E, per contraccambiare la presenza di O’Connell in Giappone, due anni dopo, nel 1907, il Giappone inviò il suo ambasciatore in Austria presso la Santa Sede con una lettera per Pio X.
La seconda iniziativa da parte della Santa Sede fu presa durante la prima guerra mondiale. Nel 1916, l’arcivescovo Joseph Petrelli, delegato apostolico nelle Filippine, visitò il Giappone come inviato papale per portare i saluti personali di Benedetto XV all’imperatore Taisho Yoshihito in occasione della sua ascesa al trono. Petrelli fu considerato dal Giappone un ospite di Stato e la sua visita creò nel paese una percezione positiva della Santa Sede e della Chiesa cattolica. In risposta alla visita di Petrelli, nell’ottobre di quell’anno il governo giapponese nominò un suo ministro in Svizzera, Yagoro Miura, inviato speciale per incontrare Benedetto XV.
Le relazioni tra la Santa Sede e il Giappone continuarono a evolvere malgrado gli ostacoli nazionali e internazionali. La percezione che i giapponesi avevano del cattolicesimo nel periodo post-bellico fu tutt’altro che utile per qualsiasi relazione tra la Santa Sede e il Giappone. Gruppi di buddisti pretesero che fosse ridotta la libertà religiosa dei cattolici e pertanto furono approvate delle leggi a tal fine. Negli anni Trenta del Novecento, con la militarizzazione del Giappone, il paese iniziò a imporre ai suoi cittadini l’antico culto dell’imperatore, culto che i cristiani consideravano contrario alla loro fede. Preoccupata per i pregiudizi religiosi e la libertà di religione, la Santa Sede dichiarò che il cattolicesimo in nessun modo negava il patriottismo e la lealtà all’imperatore. Tuttavia, la percezione locale della condotta cristiana come antipatriottica e sleale continuò a persistere. In tali circostanze, nel 1918 fu firmato un memorandum tra la Santa Sede e il Giappone, segnando l’inizio dei contatti diplomatici ufficiali.
Pur non prendendo iniziative diplomatiche suo moto, l’anno dopo la Santa Sede espresse l’intenzione di inviare un delegato apostolico in Giappone, intenzione che fu ben accolta dalle autorità nipponiche. Sia la Santa Sede sia il Giappone erano aperti a scambiarsi rappresentanze diplomatiche. Per la Santa Sede, una rappresentanza stabile in Giappone significava speranza per i cristiani che vivevano lì.
Sempre nel 1919 la Santa Sede inviò a Tokyo il primo delegato apostolico, monsignor Pietro Fumasoni Biondi. A lui venne affidato il compito di riorganizzare l’attività missionaria e le diocesi, nonché di offrire alla Chiesa in Giappone una guida salda in tempi di difficoltà. Dovette sovraintendere al trasferimento al clero giapponese della leadership della Chiesa locale, che fino ad allora era stata in mano ai missionari stranieri. Pur operando come rappresentante papale religioso e non diplomatico, la presenza di Biondi segnò l’inizio di relazioni diplomatiche durature tra il Giappone e la Santa Sede.
Negli anni seguenti, durante il mandato del secondo delegato apostolico, crebbe la diffidenza della gente nei confronti dei cattolici. Il governo giapponese cercò di assicurare ai cittadini che le relazioni diplomatiche con la Santa Sede avrebbero servito gli interessi degli emigranti giapponesi in Europa e che la Chiesa cattolica, o il cristianesimo, in Giappone non avrebbero in alcun modo ridotto la libertà di altre religioni. Ciononostante, nel 1923 gruppi buddisti ultranazionalisti costrinsero la Camera dei rappresentanti (Camera bassa) e la Camera dei consiglieri (Camera alta) a congelare le relazioni con la Santa Sede. Il governo aveva inoltre compreso che il riconoscimento della Santa Sede avrebbe potuto peggiorare le relazioni con l’Italia, che ancora non aveva risolto la questione romana. Pertanto, nei venti anni successivi, i contatti tra Santa Sede e Giappone giunsero quasi a un punto morto, fino a quando, nel 1941, l’imperatore Hirohito non cominciò a prendere iniziative per rafforzarli. Intanto era scoppiata la guerra con gli Stati Uniti: il Giappone comprese il potenziale della Santa Sede di agire come canale per il dialogo e come mediatore per evitare eventi peggiori.
L’imperatore diede istruzioni al suo governo di inviare un ministro giapponese presso la Santa Sede. La storia mostra che gli Stati Uniti non erano favorevoli ad alcun rapporto tra Santa Sede e Giappone. Tali relazioni erano considerate un’approvazione esplicita da parte della Santa Sede delle azioni aggressive giapponesi. Tuttavia, senza cedere alle pressioni internazionali, la Santa Sede procedette a stabilire relazioni diplomatiche con il paese asiatico. Non vi è alcun dubbio che a essere in gioco in Giappone era la Chiesa cattolica stessa.

Grazie all’intervento diretto dell’imperatore Hirohito, nel 1942 Ken Harada fu nominato ministro presso la Santa Sede e presentò le sue credenziali a Pio XII. Dopo la sconfitta del Giappone, Harada fu richiamato e la legazione giapponese presso la Santa Sede fu temporaneamente sospesa. Con il trattato di San Francisco del 1952, il paese riottenne la sovranità e inviò il proprio ministro diplomatico presso la Santa Sede. Quest’ultima accolse con piacere il ministro e promosse il suo quinto delegato apostolico, monsignor Furstenber, a internunzio apostolico. In sostanza, la misura adottata nel 1952 segnò l’inizio ufficiale della diplomazia tra la Santa Sede quando il delegato apostolico, presente in Giappone sin dal 1919, fu promosso internunzio apostolico con carattere diplomatico. In seguito, nel 1958, la delegazione giapponese presso la Santa Sede fu elevata ad ambasciata e Paolo VI nominò il primo nunzio apostolico in Giappone della Santa Sede.

di Délio Mendonca

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