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​In cammino, anzi di corsa

 In cammino verso la piena comunione col passo dei «pellegrini», per donare insieme il Vangelo al mondo e gettare «semi di pace». È l’invito ripetuto e accorato rivolto da Francesco al catholicos di tutti gli Armeni negli incontri che tra la sera di sabato 25 e la mattina di domenica 26 giugno hanno alimentato il respiro ecumenico della visita papale “al primo Paese cristiano”. E con la concretezza e l’immediatezza del suo linguaggio, il Pontefice ha colorito il suo auspicio di unità con un’immagine significativa: «proseguiamo il nostro cammino con determinazione, anzi corriamo!».

Dopo il pomeriggio di sabato trascorso a Gyumri e l’ultimo caloroso saluto alla comunità cattolica che numerosa lo ha atteso all’esterno della piccola cattedrale dedicata ai Santi Martiri, il Papa si è diretto all’aeroporto per fare ritorno a Yerevan, come sempre accompagnato da Karekin II che ha viaggiato a bordo del volo papale insieme ad alcuni dignitari di Etchmiadzin. Ad attenderli, nella grande piazza della Repubblica, dove si affacciano il palazzo del Governo, vari ministeri e la Galleria nazionale, c’erano circa cinquantamila persone, radunate per il grande incontro ecumenico che ha chiuso il secondo giorno della visita papale in Armenia.

Francesco e Karekin II sono giunti in piazza alle 19, attraversando a piedi il viale centrale ricavato tra due ali di folla: prima di salire sul palco — ai piedi del quale era stata posta una riproduzione simbolica dell’arca di Noè poggiata sulla doppia cima del monte Ararat con la colomba della pace — si sono fermati a salutare il presidente Sargsyan.

La recita del Padrenostro e l’acclamazione alla Trinità hanno dato inizio all’incontro, durante il quale letture e preghiere sono state dedicate all’invocazione del dono della pace. Memoria, riconciliazione e futuro. L’incontro si è concluso con un ulteriore gesto di fraternità fra le due Chiese. Armeni provenienti da Siria, Iraq, Libano, Emirati Arabi, Egitto, Turchia, Israele, Giordani, Kuwait e Iran, in processione hanno versato una manciata di terra nella miniatura dell’arca all’interno della quale era stata posta una piantina di uva armena. L’arca, ha spiegato il vescovo della diocesi apostolica armena di Damasco, Armash Nalbandian, è stata donata a Francesco per portarla in Vaticano come ricordo della cerimonia.

Sei coppie di bambini del Medio oriente hanno recato in piccoli orci dell’acqua che Francesco e Karekin hanno versato per irrigare la vite piantata nell’arca. Alcuni dei bambini sono discendenti di famiglie vittime dello sterminio del secolo scorso. Oggi le stesse terre subiscono altre persecuzioni e l’Armenia ha accolto finora ventimila profughi siriani.

Il dono dell’arca, gesto di fraternità e di condivisione di uno dei simboli più forti della fede del popolo armeno, ha trovato immediata risposta nella mattina di domenica, quando Francesco — dopo aver incontrato i vescovi cattolici del Paese — ha partecipato alla divina liturgia celebrata da Karekin ii nel piazzale di Tiridate, a Etchmiadzin.

«Sono tutte immagini — ci ha detto padre Zakaria Baghumyan, direttore dell’ufficio del sinodo dei vescovi di Etchmiadzin — che lasciano intendere una stretta vicinanza tra le due Chiese e un grande desiderio di unità. È importante conoscersi, capire ognuno le tradizioni dell’altro e trovare tutto ciò che ci accomuna e che ci unisce. Chi si riconosce nell’insegnamento di Cristo può e deve essere, insieme, una guida morale, specialmente su temi in cui il mondo di oggi sembra essere in crisi: la famiglia, la globalizzazione, la secolarizzazione, i diritti umani». 

dal nostro inviato Maurizio Fontana

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18 marzo 2019

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