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Camillo de' Lellis ministro degli infermi

· L'arcivescovo Zimowski a Bucchianico per la festa del santo ·

L'esemplarità di san Camillo de' Lellis nel servire malati e sofferenti è stata riproposta dall'arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, durante la messa celebrata giovedì 15 luglio scorso nel santuario dedicato al santo fondatore dei Ministri degli infermi a Bucchianico, suo paese natale, nel quale tra l'altro si conserva la reliquia del cuore.

«Camillo — ha detto nel riproporre i tratti salienti della sua personalità — era un uomo di tanta carità, che aveva pietà e compassione non solo verso gli infermi e i moribondi, ma anche in generale verso tutti gli altri poveri e miserabili. Aveva il cuore pieno di tante pietà verso i bisognosi, che soleva dire: “Quando non si trovassero poveri nel mondo, gli uomini dovrebbero andare a cercarli e cavarli di sotto terra per fare loro del bene, e usar loro misericordia”. Ricordando queste parole, vorrei citare quelle di Giovanni Paolo II che, in qualche modo, erano già vive nel cuore del nostro santo. Il compianto Pontefice, all'inizio di un nuovo millennio, parla di una nuova “fantasia della carità”, che si dispiega non tanto e non solo nell'efficacia dei soccorsi prestati, ma anche nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione».

L'arcivescovo, dopo aver radicato il senso di questa carità nelle letture della messa, rivolgendosi ai tanti camilliani presenti ha voluto ricordare che, indicendo l'Anno sacerdotale il Papa ha evocato con tenerezza e riconoscenza l'immenso dono che i sacerdoti costituiscono, non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità. Esemplare anche in questo senso la vita di Camillo de' Lellis e in quella dei suoi figli spirituali così come aveva sottolineato, ha ricordato il presule, Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale del malato 2010: «Il mio pensiero — scrisse il Papa — si dirige particolarmente a voi, cari sacerdoti, Ministri degli infermi, segno e strumento della compassione di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla sofferenza. Vi invito, cari presbiteri, a non risparmiarvi nel dare loro cura e conforto. Il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni della pastorale». «Mi rivolgo infine a voi, cari malati — scriveva ancora il Papa — e vi domando di pregare e di offrire le vostre sofferenze per i sacerdoti, perché possano mantenersi fedeli alla loro vocazione e il loro ministero sia ricco di frutti spirituali, a beneficio di tutta la Chiesa».

Anche durante l'omelia tenuta in occasione della celebrazione solenne dell'11 febbraio di quest'anno, «Il Pontefice — ha ricordato ancora l'arcivescovo — ha detto: “In questo Anno sacerdotale, mi piace sottolineare il legame tra i malati e i sacerdoti, una specie di alleanza, di “complicità” evangelica. Entrambi hanno un compito: il malato deve “chiamare” i presbiteri, e questi devono rispondere, per attirare sull'esperienza della malattia la presenza e l'azione del Risorto e del suo Spirito. E qui possiamo vedere tutta l'importanza della pastorale dei malati, il cui valore è davvero incalcolabile, per il bene immenso che fa in primo luogo al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai familiari, ai conoscenti, alla comunità e, attraverso vie ignote e misteriose, a tutta la Chiesa e al mondo. In effetti, quando la Parola di Dio parla di guarigione, di salvezza, di salute del malato, intende questi concetti in senso integrale, non separando mai anima e corpo: un malato guarito dalla preghiera di Cristo, mediante la Chiesa, è una gioia sulla terra e nel cielo, è una primizia di vita eterna”».

Dopo aver sottolineato la necessità della preghiera come nutrimento della fede ha ricordato l'importanza che la preghiera assume quando si eleva dal mondo del dolore e della sofferenza. «Affidandoci a Cristo — ha detto nel concludere questa parte di omelia — non perdiamo niente, ma acquistiamo tutto. Nelle Sue mani la nostra vita acquista il suo vero senso».

Quindi ha allargato il senso della sua riflessione alla forza dell'amore. «L'amore per Cristo — ha detto — si esprime nella volontà di sintonizzare la propria vita con i pensieri ed i sentimenti del suo cuore». Amare Cristo significa però amare l'uomo. «Non si può escludere nessun uomo dalla sfera del nostro amore — ha detto infatti monsignore — poiché Dio ama tutti. Ha depositato in noi un certo bene che a volte non riusciamo a intravedere. Ma questo bene è dentro di noi. Amando gli altri, anche se fossero i più grandi peccatori, scopriamo in loro briciole di bene, che li rendono degni dell'amore. L'amore eleva l'uomo e gli dà di nuovo la dignità di figlio di Dio».

Concludendo la sua omelia l'arcivescovo ha ricordato che «l'Ordine dei Ministri degli Infermi ha dato inizio alle celebrazioni per i 400 anni della morte di san Camillo (1614-2014). Tra le varie attività è prevista l'ostensione pubblica e la peregrinazione della sacra reliquia del cuore di san Camillo, che da Roma si sposterà nelle Province che compongono l'Ordine religioso».

Venerdì scorso la reliquia del «Cuore di san Camillo» è stata trasferita in Irlanda, dove verrà conservata e venerata sino alla fine del mese di luglio. «Preghiamo dunque e testimoniamo con coraggio il Vangelo dell'amore dinanzi al mondo di oggi — è stata la sua esortazione finale — portando la speranza agli ammalati, ai sofferenti, ai disperati, a coloro che hanno sete di verità, di pace e di amore. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore».

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