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Cambiare il posto delle cose

· In viaggio con Julia Kristeva alla scoperta dell'umano e dei suoi fondamenti ·

La genesi di questo libro a due voci, Je me voyage. Mémoires. Entretiens avec Samuel Dock (Paris, Fayard, 2016, pagine 297, euro 20), di Julia Kristeva, linguista, psicanalista, filosofa e romanziera, è precisa, riflessa con un’eco che rimanda a Montaigne.

Non è un’autobiografia, stesa nella solitudine del proprio studio o al tavolo del caffè preferito, ma una pubblicazione che raccoglie gli incontri, per molti aspetti estemporanei e diretti, fra i due autori in dialogo. Una presa diretta su Julia Kristeva che afferma: «Non intendo fare un bilancio. La clinica psichiatrica mi ha insegnato che le autobiografie mentono e le biografie riorganizzano. Vorrei piuttosto che fosse un “carnet di strada” che segnali il viaggio». Ciò avviene sotto lo sguardo attento e percettivo del giovane Samuel Dock, psicologo clinico e scrittore, che si propone di favorire lo svelamento di una intimità che, a lungo, Julia aveva protetto.

Julia Kristeva in un’immagine giovanile

Se non è il divano di Samuel Dock, è solo la sua poltrona? Nient’affatto. È piuttosto un sapiente e non inquisitorio stare al fianco della viaggiatrice con mosse maieutiche.
La luce di queste pagine, corredate anche da fotografie inedite, illumina tante sfaccettature di una donna poliedrica, sensibile, che si gettò in un’avventura che, dalla natia Bulgaria, la sospinse a Parigi, dove giunse in una fredda e nevosa giornata di dicembre degli anni Sessanta, con cinque dollari in tasca e con documenti che, inizialmente, crearono problemi.
L’atmosfera parigina, malgrado il gelo invernale, fece sbocciare e fiorire in lei l’intellettuale oggi conosciutissima, apprezzata e insignita di onorificenze, fra cui spicca il Premio Holberg. Sposa dello scrittore Philippe Sollers e madre gioiosa di Davide, colpito da una malattia neurologica. Donna appassionata, presente alla storia, ricca di empatia, di curiosità insaziabile, di idee sempre fresche e inedite in un campo di ricerca vastissimo, nella tensione rivolta a rifondare l’umanesimo, in una creatività in continuo movimento. In Kristeva il linguaggio e l’ipermodernità, in in tempi di iperconnessione, non viene minato disconoscendone il problema e poi rimuovendolo, ma affrontandolo con uno sguardo che lo renda strumento utile.
Quale la personalità che si palesa? Solare, pronta allo humor e allo slancio poetico, in cui l’emozione e la teoria dell’inconscio conducono all’intimità con se stessi che, ben conosciuta e calibrata, libera desideri e pensieri.
Si viaggia con lei alla scoperta della propria umanità e dei suoi fondamenti, accompagnati da tanti volti: da Colette a Jackson Pollock ma anche Teresa d’Avila e Benedetto XVI. Con uno stile personale perché «il mio modo di vivere è il modo di scrivere».
Pur in un contesto di angoscia, ma tenuta in mano e fatta fruttificare come molla di un’esistenza sorridente che, senza timore, affronta il caos e lo plasma in incontri personali empatici.
Una Julia tuttavia straniera e quindi fuori posto? Collocata nel luogo sbagliato? Roland Barthes lo annotò chiaramente: «Kristeva cambia il posto delle cose». Quindi non fuori posto ma …spiazzante. Aperta e non chiusa né nell’ideologia, né nell’acquisita cultura ma desta a cogliere il fermento e, in molte circostanze e incontri, fermento ella stessa perché le prove, lette in termini di liberazione, di uscita da sé, le hanno insegnato a vivere in apertura. «Sono un’umanista che ha letto Freud e j’investis gli umani, la gente, i loro disastri e le loro riuscite mi toccano, le vedo per procura. Si trovino in Cina, in Canada, negli Stati Uniti. Delle relazioni forti, di un adesso che perdura».
Umanesimo centrato, pervaso da uno sguardo olistico, sul soggetto che anela alla speranza, non in una spiritualità, in qualche modo astratta e codificata, ma nel giocarsi tutta in sole tre parole: Je me voyage.
Strumento di osservazione, di analisi, di scavo trepido in antropologia della psicologia e un’antropologia religiosa. Si respira aria di libertà, creatività, immaginazione nell’essere straniera «che obbliga a rifarsi incessantemente, mettendosi in discussione dal di dentro, dal di fuori e se stessi».
La modernità è momento cruciale nella storia del pensiero che i suoi romanzi, scritti di notte, sfidando l’oscurità della memoria e abbattendo la vigilanza, portano alla luce.
L’asse del libro? Una piena ruscellante del vissuto che gorgogliava in Julia e attendeva di poter essere espresso, proprio in questo viaggio riflessivo e attento, mobile ma non distratto. Ben diverso dal turista contemporaneo “mordi e fuggi” che scardina la persona e la depaupera. Kristeva è un’umanista che voleva «perdere le catene».

di Cristiana Dobner

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22 agosto 2019

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