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Per cambiare
il mondo

Molti anni fa, al termine di una conferenza che avevo tenuto durante un incontro ecclesiale, mi si avvicinò un vescovo emerito per congratularsi con me dicendo: «Che sorpresa è stata per me conoscere una donna intelligente». Con grande sforzo riuscii a rispondergli: «Monsignore, la sorpresa è tutta mia nel sapere che sono la prima che conosce nella sua vita». Quell’incontro con un pastore gentile e dall’indubbia buona fede, fece nascere in me la domanda sul tipo di formazione che i sacerdoti ricevevano per avere una tale visione del mondo.

Antonio Berni «Jujuy» (1937)

L’habitus, l’interiorizzazione della logica pratica del maschilismo, si genera nel seminario, lo spazio di socializzazione dei sacerdoti: un mondo a parte, costituito solo da uomini, ad eccezione delle donne — quasi sempre religiose — che cucinano, puliscono e lavano gli abiti per loro.

Perché non considerare come abituale la presenza di donne tra i loro insegnanti, affinché i giovani seminaristi, futuri sacerdoti, possano sviluppare un rapporto normale con loro, mediato dalla fiducia, dal rispetto, dallo spirito di collaborazione in una stessa Chiesa?

In America latina la religiosità del popolo credente non è scomparsa, la Chiesa cattolica continua a godere di credibilità e fiducia, ossia di capitale simbolico, al suo interno e all’esterno. Non altrettanto di capitale interpersonale (con l’eccezione del Cile), come rivela lo studio di «Latinobarómetro» d’inizio febbraio. Se esaminiamo più a fondo le informazioni che ci fornisce, vediamo che la missione sociale della Chiesa è in crescita (in buona misura associata alla figura e al magistero di Papa Francesco), mentre la trasmissione della parola è in calo. Ciò ci porta ad affermare che il nuovo orizzonte socio-culturale privilegia i carismi vivi e l’esperienza rispetto al discorso, i testimoni rispetto ai maestri.

L’impegno sociale non è costitutivo della fede cattolica della maggior parte dei cattolici latinoamericani (Paraguay e Messico, nazioni con la maggiore percentuale di popolazione cattolica sono agli ultimi posti per impegno sociale, il che ci dovrebbe far riflettere… Uruguay, Brasile, Argentina ed El Salvador, per esempio, vengono molto prima).

Come già dimostrato dall’inchiesta «Creer en México» (Imdosoc, 2013), sono le religiose a essere le più apprezzate per il loro impegno con la gente, l’orizzontalità dei loro rapporti, la loro capacità lavorativa, il loro spirito di servizio e la loro resistenza di fronte a una struttura clericale avversa e in condizioni di lavoro precarie. Sappiamo che, con la vita consacrata, hanno assunto liberamente l’opzione di minoranza nella Chiesa e nel mondo, il che non implica né giustifica il fatto che il loro lavoro non venga valorizzato come dovuto e che spesso si renda invisibile il loro contributo alla società e alla Chiesa. Il loro impegno con apostolati di frontiera è notevole: migranti, prostitute, persone di strada, malati di Aids, diritti umani, sostegno alle famiglie delle vittime di femminicidio e ai sopravvissuti della tratta. Sono il volto migliore della Chiesa in Messico e in tutta l’America latina e, in questi tempi di crisi sociale e culturale, sono senza dubbio la risorsa migliore di cui la Chiesa dispone.

Ho intervistato una di queste straordinarie religiose sul suo posto nella Chiesa. Con tono sereno mi ha risposto: «Noi non siamo parte della struttura della Chiesa, siamo l’infrastruttura». Ho riflettuto a lungo sul significato di quelle parole. L’infrastruttura è ciò che non si vede ma che sostiene tutta la costruzione.

Seguendo una tradizione plurisecolare, nella regione la fede si trasmette in linea femminile: da madre a figlio o — a causa del cambiamento socio-demografico vissuto dalle società negli ultimi decenni — da nonna a nipote, quando la madre deve lavorare fuori per mantenere la famiglia.

Nel caso del Messico, per esempio, la trasmissione della fede da parte di sacerdoti e vescovi equivale a un 7 per cento; non mi soffermerò qui sul significato di questo dato. Qui serve solo a sottolineare il peso delle donne nella trasmissione generazionale del cattolicesimo. Tutto ciò che costituisce un bonus pastorale importante va di pari passo con una realtà presente in tutta la regione: per le donne tra i 16 e i 45 anni (periodo che corrisponde all’età fertile) ci sono elementi sufficienti per affermare che disobbediscono in massa alla Chiesa in materia di controllo della natalità. Se ci basassimo sulla dottrina presa alla lettera, dovremmo riconoscere che oltre il 50 per cento delle cattoliche vive in peccato mortale o è di fatto scomunicato.

All’interno di questa fascia d’età — più precisamente dai 25 ai 35 anni — s’inserisce la tendenza a disertare la Chiesa. In altre parole, se la trasmissione della fede avviene attraverso la donna e la madre, lo stesso vale per l’abbandono della Chiesa.

Mi sembra importante puntualizzare le ragioni che le donne danno per spiegare tale allontanamento: mancanza di riconoscimento della loro persona e del loro lavoro, spazio fisico e simbolico e spazio comunitario gradualmente negati loro a causa forse — sto cercando una spiegazione — della trasformazione della parrocchia negli ultimi decenni.

Ci si dovrebbe domandare se sono state le donne ad abbandonare la Chiesa o se è stata l’istituzione a dimenticarsi delle sue figlie.

Possiamo menzionare qui due processi storici che si sono verificati all’interno della Chiesa, parallelamente alla globalizzazione, e che hanno influito in modo importante sull’uscita delle donne dalla Chiesa in America latina. Il primo è l’appoggio deciso dato ai movimenti religiosi, al di sopra della struttura parrocchiale. Posso capire le motivazioni di tale decisione di fronte alla radicalizzazione ideologica dentro e fuori la Chiesa: i loro carismi hanno arricchito il patrimonio spirituale della Chiesa e la loro indiscussa fedeltà al magistero ha garantito la disciplina e l’ortodossia ecclesiali.

La parrocchia era diventata un’istanza che regolava l’amministrazione di sacramenti e che programmava anticipatamente le cerimonie su richiesta dei fedeli (esequie, anniversari, diplomi). Mera ritualità svuotata di senso e di significato profondo.

Una Chiesa in uscita come quella che ci propone Papa Francesco dovrebbe ripensare la parrocchia, lo spazio, gli orari, la pastorale sociale e le sue attività, l’accoglienza dei più deboli. Dovrebbe essere una casa dalle porte aperte che risani a poco a poco il cuore ferito della Chiesa.

Occorre cambiare il mondo perché così com’è non è disegno di Dio. E questo noi donne lo capiamo bene, dentro e fuori la Chiesa.

Come donne siamo chiamate — come già in altre epoche importanti della storia — a svolgere un ruolo significativo nel mondo di oggi.

La vocazione della donna non si realizza solo nella sua funzione familiare e sociale, ma anche e soprattutto nella sua funzione umanizzatrice. Il suo campo di azione non è tanto la civiltà quanto la cultura. La sua anima — dice san Macario — diviene l’occhio che cattura ed emette luce. Risiede qui la sua missione profetica, in quanto i suoi valori tradotti in vita e in cultura sono contrapposti alla civiltà attuale, al suo disamore, al suo vuoto, alla sua freddezza. La donna è integrazione vivente che si può opporre all’opera di disumanizzazione in cui questo secolo si sta impegnando.

di María Luisa   Aspe Armella

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22 agosto 2019

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