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Cambiare il futuro
con ago e filo

· Punti di resistenza ·

Sul bancone da lavoro c’è una gran confusione. Stoffe colorate e gessetti, il metro srotolato, gli spilli infilzati nel cuscino imbottito. Fa pure caldo, e non solo perché fuori ci sono i 40 gradi che nei mesi estivi caratterizzano la Calabria. Fa caldo perché il ferro da stiro è acceso e il vapore avvolge i corpi come una pellicola di cellophane. Ma su corso Telesio, a Cosenza, Riccardo Magarò mantiene la calma, insieme alla determinazione sfrontata di chi ha ventidue anni. La sua non è una storia uguale alle altre. «A diciotto anni — racconta il giovane — ho preso il diploma e anziché iscrivermi all’università sono partito per il Marocco in cerca di possibilità. Era il 2015 quando aprii un’agenzia di turismo a Marrakech, ricordo che tutti i clienti non facevano altro che chiedermi dove acquistassi i miei vestiti e quindi pensai che, se ciò che indossavo era quello che desideravano, gli sarei andato incontro».

E Riccardo gli va incontro per davvero. Davanti ai manichini vestiti in giacca e cravatta senza lamentarsi dell’afa del mattino, continua a raccontare la sua avventura. «Decido di aprire una boutique itinerante: i clienti non sarebbero dovuti venire da me, sarei andato io da loro, negli hotel del centro economico del Marocco, a proporgli abiti su misura, confezionati solamente con stoffe italiane». Nei negozi itineranti, insomma, Riccardo intercetta con ago e filo desideri e richieste. La sua passione per il ben vestire diventa un lavoro. Tra gli acquirenti figurerà Jean Claude Van Damme e persino il principe saudita Khalid Al Sa’ud.

«Il principe — spiega Riccardo — mi chiese un abito da imbastire per il suo incontro col re del Marocco Mohammed VI. Ma in quel momento mi trovavo temporaneamente in Italia e lo indirizzai verso il mio collaboratore a Marrakech di origine francese. Ricordo che dovetti prendere subito un volo per assicurargli che ero italiano e che italiane sarebbero state anche le stoffe del suo abito. Alla fine — aggiunge divertito — ha acquistato un tre pezzi, rigorosamente gessato».

Il lungo flashback di Riccardo a un certo punto si interrompe. Nella bottega cosentina c’è del lavoro da sbrigare. Perché sì, il giovane imprenditore, all’apice del successo, ha deciso di tornare in Calabria e aprire un laboratorio sartoriale, il Palazzo dei Sarti, per creare artigiani e riprendere quell’antico mestiere destinato a scomparire.

«Il mio sogno è esportare il made in Italy nel mondo; per farlo ho bisogno di persone che lavorino con me. Di sarti che possano aiutarmi. Allora perché non partire dal Sud?». Riccardo, dai maestri sarti, come Franco Servidio (forbice d’oro e membro riconosciuto dell’Accademia Internazionale dei Sartori fondata nel 1575 da papa Gregorio III) e da altri detentori dell’antica tradizione, spera che gli allievi della scuola imparino l’arte e i segreti del fatto a mano. È conscio che i lavori s’inventino e che producano altro lavoro. La sua è una storia di determinazione e coraggio che dal Marocco continua nel centro storico di Cosenza, dove sorge il teatro intitolato ad Alfonso Rendano, inventore del terzo pedale del pianoforte. E non sarà di certo un caso: è sempre un’idea a cambiare il futuro.

di Enrica Riera

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22 agosto 2019

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