Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Cambia tutto ma niente si muove

· Il graduale declino dell'Italia tradita dalla libertà ·

Una malattia dei diritti spiega il declino italiano. È un virus che ha infiltrato il discorso pubblico e bloccato ogni tentativo della politica e della società di riscattarsi. Gli ultimi sette anni di storia nazionale si raccontano come un circolo chiuso, in cui si avvitano e naufragano le migliori intenzioni. Cambia tutto e in fretta, ma niente in realtà si muove. Prima arriva Monti a salvare l’Italia, poi Monti esce di scena e l’Italia si accorge di essere indietreggiata. Subentra allora Renzi a rinnovarla una volta per tutte, ma quando Renzi cade, il processo trasformativo si sfalda e scivola sul corpo rigido del Paese. Così si scopre che la transizione è apparente, fatta di continue accelerazioni in folle, mentre la società arretra su un piano inclinato. 

Sergio Michilini, «La zattera della medusa italiana» (1981)

Con Gentiloni la ripresina muove il pil dopo gli anni bui della grande crisi, ma il Paese resta immobile. Davanti allo sportello di un ufficio pubblico disorganizzato o nell’astanteria di un pronto soccorso soffocato dalle barelle o, ancora, tra la folla dei giovani che escono dai test di ammissione all'università, l’Italia di oggi non appare diversa da quella di tre, cinque o sette anni fa. Come se certe attese fossero andate deluse, certe promesse non mantenute, certe paure non fugate. In questi luoghi è possibile riconnettersi con la società e la sua voglia di cambiamento e vedere tutti interi, oltre i freddi indicatori macroeconomici, il ritardo e le aspettative tradite.
L’Italia fa ancora fatica a spostare la responsabilità dai vecchi ai giovani, restando il Paese dove, per tutelare i primi, si ruba il futuro dei secondi. Mostra di non aver compreso e accettato che, per riavvicinare le generazioni, non serve pretendere nuove garanzie, ma bisogna mettere in discussione quelle già acquisite. Non ha ancora, a dispetto delle migliori intenzioni, un’idea di merito condivisa da tutti e regole che consentano a chiunque, poveri e immigrati compresi, di competere per accedere ai livelli più alti. Non protegge il capitale umano e non inverte il saldo dei cosiddetti cervelli, quei migliori che fuggono e che restano per il Paese una perdita secca. Ignora il valore della famiglia, amnesia di tutte le politiche pubbliche di qualunque colore. Manca di ridefinire il senso della solidarietà sociale, indirizzandola non più alle appartenenze e ai cartelli di macro e microinteressi, ma alla povertà, all'esclusione e alla fragilità effettive. Offre il fianco ai corporativismi che soffocano la libertà e l’intrapresa. Non riesce a cambiare per davvero la pubblica amministrazione e la qualità dei suoi servizi al cittadino. Persevera in una politica che allontana il Sud dal Nord. E, da ultimo, rinuncia a rinnovare il lessico del discorso pubblico, l’organizzazione e il funzionamento della democrazia e dei partiti, la qualità, l’affidabilità e l’autorevolezza della classe dirigente.
Le ragioni politiche in cui s’impegna la migliore intellighenzia non spiegano questa coazione a ripetere verso il fallimento. Perché ormai essa sta nel pensiero civile. Attraversa e infiltra tutte le culture e le stratificazioni sociali. Consiste in una ipertrofia maligna dei diritti, che si nutre, ubriacandosene, dell’innovazione con l’avidità di un bimbo al seno materno. La malattia del Paese è un matrimonio a perdere tra i diritti e la cultura tecnologica. Possibile, ma non necessario. Preventivabile, ma non preventivato. Evitabile, ma non scongiurato. Questo libro è scritto per dimostrarlo.
Il futuro di una nazione è aperto. Ma l’Italia ha da tempo imboccato una strada cieca. Un errore di calcolo, un maneggio sbagliato, un’imperizia democratica, una negligenza civile, una temerarietà sociale sono le ragioni della colpa italiana. Colpa del pensiero. Che ha piegato i diritti e la tecnica a una sorte avversa: da carburante della democrazia ne ha fatto fucili puntati contro di essa. Con pallottole speciali: la retorica politica e le pretese dei singoli e dei gruppi di una comunità divisa. Le parole che vanno dalla politica alla piazza, e dalla piazza alla politica, sono ormai la pietra d’inciampo sul cammino del riformismo italiano. Dove cadono i progetti di respiro, si frantuma una visione nazionale, si perde di vista l’Europa, e la fascinazione della democrazia diretta e del populismo resta una minaccia incombente che rimbalza tra i talk show e le urne.
La cieca sventagliata di fuoco della retorica pubblica è chiamata da qualche tempo «postverità». È il riverbero della verità quando perde il suo contatto con il reale. Verosimigliante, perciò bugiarda. Ha imbavagliato l’Italia e la tiene in ostaggio. Ma è solo un effetto, non la causa dei mali del Paese. Non serve ripararsi da essa, se non si disarma il dito sul grilletto dei diritti e della tecnica.
Spiegare come ciò sia accaduto, e come uscirne, è quanto ci proponiamo di fare nelle pagine che seguono. Per riavvolgere verso il futuro la storia del Paese e ridare al suo movimento il senso di un cambiamento consapevole. Non di un processo ineluttabile, che ricatta la società con i luoghi comuni. E in nome dei diritti e della tecnica le sottrae quel poco di libertà che le resta.

di Alessandro Barbano

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 dicembre 2018

NOTIZIE CORRELATE