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Calma piatta e spettacolo pirotecnico

· I ritorni di Yasujirō Ozu e Mad Max ·

Alla fine dell’ennesima stagione sonnolenta e per di più in un periodo desolato com’è di solito quello estivo, si presenta inaspettatamente al pubblico cinefilo un’accoppiata di piaceri a dir poco improbabile. Due appuntamenti col grande schermo che non si potrebbero immaginare più diversi. 

Da una parte il ritorno al cinema delle opere del maestro giapponese Yasujirō Ozu, in occasione del loro restauro. Dall’altra il rispolvero della saga di Mad Max a opera del suo creatore, il regista australiano George Miller.
E per far capire quanto questi lavori si trovino agli antipodi, è sufficiente osservare che nei film di Ozu raramente si vedono movimenti di macchina da presa, mentre in quello di Miller ci sono forse dieci minuti di calma in due ore di spettacolo a dir poco pirotecnico.

A partire dal 22 giugno saranno dunque nelle sale italiane sei pellicole di Ozu, fra cui due capolavori assoluti del cinema di tutti i tempi: Tarda primavera (Banshun, 1949) e Viaggio a Tokio (Tokio monogatari, 1953).
Il primo è la storia di un vedovo che si ingegna per trovare marito a una figlia non più giovanissima. Mentre nel secondo una coppia di anziani coniugi partono alla volta di Tokio per andare a trovare i figli, ricevendo però una fredda accoglienza. Quello del rapporto fra generazioni è d’altronde il tema prediletto del regista giapponese.
E se il punto di partenza delle sceneggiature, semplici ma perfette, è spesso intimista, domestico, a tratti anche piccolo borghese, il punto di arrivo è una riflessione di rara profondità sul tempo che passa, sul rischio di sprecare la propria vita, sulla ricerca di un’armonia esistenziale ottenuta dall’equilibrio fra tradizione e modernità, tema quest’ultimo che sta a cuore a Ozu soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, periodo di grandi cambiamenti un po’ dappertutto ma particolarmente evidenti nella società giapponese.
A rendere possibile questa sublimazione dal quotidiano all’universale non è un complesso lavoro drammaturgico, ma lo stile inconfondibile del regista, fatto quasi tutto di inquadrature fisse e spesso frontali rispetto agli sfondi, per rendere metafisici oggetti ed espressioni, ma anche di un montaggio vivace e particolarmente lontano da quello americano, dato che non segue tanto la narrazione quanto il dispiegarsi delle interiorità dei personaggi.
Tardo autunno (Akibiyori, 1960) e Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962) sono in parte una parafrasi di Tarda primavera, ma il secondo si distingue per la fotografia a colori, di cui nei momenti salienti Ozu fa un uso sottilmente espressionista che ricorda vagamente i melodrammi di Douglas Sirk, anche se in una versione ovviamente più soffusa. A conferma di come nel suo stile il rigore e la compostezza non coincidono affatto con il distacco o la freddezza. A completare il quadro, infine, ci saranno Fiori d’equinozio (Higanbana, 1958), film minore ma non troppo, e il più trascurabile Buon giorno (Ohayo, 1959), quasi uno scherzo con protagonisti due bambini.
Inutile aggiungere quanto la visione di film così mirati all’essenziale come quelli di Ozu sia tonificante nel panorama del cinema ipertrofico di oggi. Poche cose, d’altronde, sono noiose quanto un action-movie fracassone, per esempio. Se però un film è costituito da un’unica, interminabile sequenza d’azione — un po’ come avveniva in Duel di Spielberg, per capirci — allora può anche rivelarsi un’opera geniale. Ed è proprio il caso di Mad Max: fury road, reboot della trilogia che aveva come protagonista Mel Gibson fra il 1979 e il 1985. Firmato però, per una volta, dallo stesso autore della saga originale, l’australiano George Miller, “rinsavito” dopo essersi riciclato come autore di pellicole per famiglie quali Babe va in città o Happy feet.
Torna dunque l’universo postapocalittico creato dal regista, fatto di deserti, orde di criminali selvaggi e veicoli motorizzati esteticamente sospesi tra passato e futuro. Stavolta si parla di un regime totalitario fascistoide retto da una stirpe degenere ossessionata dal controllo selettivo delle nascite, e di un manipolo di donne dissidenti che fuggono per ricreare una nuova civiltà.
Ma non serve una sceneggiatura troppo dettagliata a un film che come questo è capace di riservare invenzioni visive a ogni fotogramma, con mille riferimenti narrativi e iconografici che suppliscono ampiamente a una trama volutamente e giustamente scarna. E che vanno dal western al folle cinema indipendente americano anni Sessanta e Settanta, fino ad arrivare ai Carpenter e Hill del decennio successivo.
Ma ci sono anche insospettabili allusioni ai kolossal storici e biblici della Hollywood anni Venti, nonché alla tragedia greca, con un “coro” di anziane coprotagoniste.
Nella sua devozione all’immaginario del b-movie, può ricordare un film del duo Tarantino-Rodriguez, ma è coraggiosamente molto meno ludico. E soprattutto, molto più bello da vedere. Un vero e proprio capolavoro del cinema postmoderno di genere.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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