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Cala il sipario sugli occhi viola di Hollywood

· La morte di Elizabeth Taylor ·

Una grande attrice divenuta troppo presto un’icona dello star system

Con Elizabeth Taylor si spegne l’unica stella che rimaneva al firmamento della vecchia Hollywood. Ma quello di «ultima diva del cinema» era un titolo che l’attrice dagli occhi viola si portava dietro da parecchio, e di cui poteva fregiarsi, non senza la fatica del peso, anche al culmine della carriera.

La sua ascesa coincise infatti con il tramonto della «fabbrica dei sogni», e dopo il momento di massimo fulgore quel senso di decadenza sembrò posarsi precocemente su una star che aveva iniziato a calcare le scene fin da bambina, e che, prostrata da una serie impressionante di problemi di salute e incidenti sul set, aveva chiesto forse troppo a se stessa. Tanto che ad appena trentuno anni riceveva, con Cleopatra (Joseph L. Mankiewicz, 1963), una celebrazione dal sapore dell’elegia, mentre il cinema che l’aveva allevata volgeva al termine trasferendosi a Cinecittà per un’ultima deriva dorata.

Poco più tardi, quindi, la sua figura sarebbe stata definitivamente cristallizzata da Warhol in una celebre opera, e quella che era stata un’ottima attrice senza che molti se ne curassero, veniva imprigionata da lì in poi nella fissità per giunta un po’ consunta dell’immagine pop.

Nata in un sobborgo di Londra nel 1932 da un padre professore di storia e una madre affermata attrice di teatro, entrambi americani, giunge negli Stati Uniti ancora bambina e comincia subito a recitare. Come fosse un segno del destino, o meglio un marchio di discendenza, anche il successo non tarda ad arrivare, con pellicole per famiglie come Torna a casa, Lassie! (Fred M. Wilcox, 1943) e Gran premio (Clarence Brown, 1944), consolidandosi poi con il ruolo di Amy in Piccole donne (Mervyn LeRoy, 1949) e quello della figlia in Il padre della sposa (Vincent Minnelli, 1950), accanto a Spencer Tracy. La consacrazione arriva invece con Un posto al sole (George Stevens, 1951), che la vede assieme all’amico fraterno Montgomery Clift.

Dopo L’ultima volta che vidi Parigi (Richard Brooks, 1954) comincia il vero momento d’oro. Da qui in avanti la star darà vita a personaggi tanto memorabili quanto problematici, su cui sembrano riflettersi sempre più intensamente la fine di un’era del cinema nonché le volubili passioni personali.

In Il gigante (George Stevens, 1956), cui approda grazie al rifiuto di Grace Kelly e al rapporto di amicizia che la lega a Rock Hudson, offre la sua prova di maturità, caricandosi sulle spalle la parabola discendente di una saga familiare. Nel minore L’albero della vita (Edward Dmytryk, 1957) impersona un altro personaggio sofferto e sottilmente inquietante che le assicura la prima nomination all’Oscar. Quindi ripercorre le orme della madre attrice di Broadway con le memorabili trasposizioni di Tennessee Williams La gatta sul tetto che scotta (Richard Brooks, 1958) e Improvvisamente l’estate scorsa (Joseph L. Mankiewicz, 1959), altre due ottime interpretazioni in ruoli molto diversi fra loro e altre due nomination, anticamera all’Oscar vinto l’anno successivo con Venere in visone (Daniel Mann, 1960).

Curiosamente, il film come l’interpretazione stavolta sono lontani dai suoi momenti migliori, e il premio — che l’attrice ritirerà sulla sedia a rotelle dopo essere stata in pericolo di vita a causa di una polmonite — suona già come un premio alla carriera.

Dopo questi anni febbrili, infatti, la sua vicenda professionale sembra aver detto quasi tutto. La decade successiva sarà rischiarata da pochi ancorché significativi lampi: la passerella di Cleopatra e soprattutto il secondo Oscar vinto per Chi ha paura di Virginia Woolf? (Mike Nichols, 1966), altra trasposizione dal palcoscenico per quella che è unanimemente considerata la sua interpretazione migliore, nei panni — non a caso — di una donna di mezza età, e accanto al grande amore della sua vita, Richard Burton.

Proprio il rapporto burrascoso con Burton, fonte di liti clamorose sui set anche quando uno dei due non era impegnato nella lavorazione del film, così come gli scandali, la ronde di matrimoni, i mille capricci, si sommeranno alla sfolgorante bellezza per sottrarle la considerazione che l’innegabile talento avrebbe invece dovuto garantirle. Gli anni Settanta e Ottanta saranno segnati da abusi e dipendenze che film ormai trascurabili non potranno eclissare, ma da cui l’intramontabile star saprà riscattarsi anche grazie all’impegno sempre più deciso nel campo della beneficenza, spesso in coppia con l’amico Michael Jackson.

Negli ultimi anni il grosso contributo alla lotta all’Aids le riserverà importanti premi e riconoscimenti, ma soprattutto una ritrovata energia.

Permettendole di essere più forte di una salute cagionevole, e dal peso di un’etichetta di leggenda vivente che da sempre le ha gravato sulle spalle.

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14 ottobre 2019

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