Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Cacciatori di imperi

· ​I francescani e l'evangelizzazione dell'Asia nel XVI e nel XVII secolo ·

Nel cielo letterario dell’opera Delle Croniche dell’Ordine de’ Frati Minori istituito dal serafico P. S. Francesco, che Barezzo Barezzi pubblica a Venezia nel 1608, la statura eminentemente imperiale del monarca giapponese che, nel 1593, accoglie i missionari francescani si staglia maestosa e paradossale fino quasi a urtare la sensibilità del lettore assorto nella fruizione di quelle amenità spirituali, di cui è speciale latore un genere squisitamente agiografico. 

«Ignazio di Loyola in abiti militari» (Scuola francese, XVI secolo)

Vi spiccano i tratti tipicamente universalistici del monarca, destinato fin dalla sua infanzia a «soggiogare questa rotondità della terra che sta sotto i cieli», del condottiero, che, inappagato dalla conquista di gran parte dell’Asia, territorio «sì dilatato nelle indie orientali e sì nominato in tutto il mondo», culla l’aspirazione a estendere il suo potere fino alla «gran China e molte altre province, sicché signoreggi il mondo tutto, che così glie l’ha promesso il Cielo». 

I suoi pronunciamenti risuonano con i toni trionfalistici, tipici di una politica globalizzante, che spazia in un’immensità senza confini nazionali; la stessa dalla quale viene scossa la sensibilità dei viaggiatori italiani, francesi e inglesi, che, nel corso del XVII secolo, si avventurano nel continente asiatico: «Ho foggiato parimente l’Isola di Laquio, ch’era fuor d’ubbidienza mia, et anche il Regno di Corea: et finalmente dall’India occidentale mi è stato mandato Ambasciatore: et desso voglio andare a vincere la gran Cina, perché il Ciel me l’ha promesso, se bene non per le mie forze».
A ricorrere alla retorica imperialistica Barezzi non rinuncia, nemmeno quando intesse il dialogo tra Taycosama – Hideyoshi e il minorita Pietro Battista, il martire di Nagasaki, indicato quale prototipo della missionarietà francescana forgiata dall’esperienza apostolica nipponica: «Quando nacqui, mi percosse il Sol nel parto, et essendo sopra di ciò consultati gl’indovini, risposero che io havevo da esser Signore dell’Oriente infino al Ponente, il che si scorge havere da essere così».
L’impero giapponese, già alla fine XVII e XVIII secolo si affermino i poteri imperiali indiano, cinese e russo, costituisce una meta missionaria del tutto ambita per i frati Minori, cresciuti nel seno dell’impero iberico che, con Filippo II e a causa della mancata sintonia con la monarchia portoghese, dà i primi segni di cedimento.
E in effetti, i Minori si dimostrano abili cacciatori di imperi già allorché Gregorio ix, propugnatore della santità dello stimmatizzato di Assisi, campione nella lotta contro la pretesa universalistica della crociata imperiale di Federico ii, li invia come suoi ambasciatori presso i sultani di Konya, di Damasco, nonché quelli del Cairo, di Bagdad e del Marocco, con l’invito a coadiuvare il successore di Pietro nella lotta contro l’erede dell’antico persecutore romano, Federico II.
La geopolitica mediterranea di Gregorio IX, che universalizza la santità e la missione di Francesco, contrapponendolo all’universalismo federiciano, si infrange nel 1241, mentre l’escatologia della missione francescana permette al suo successore, Innocenzo iv, di rimodellare l’universalismo alla luce del fenomeno mongolo, il cui epilogo si coglie ancora con sufficiente chiarezza nell’agiografia di Barezzi che, per disegnare la figura del monarca giapponese interlocutore di Pietro Battista, ricorre mediante un gioco di specchi al profilo di Tamerlano, il grande giustiziere dell’immenso impero dei Khan.
L’aspirazione universalistica, che in epoca medievale spinge i Minori fino alla Khanbalik di Giovanni da Montecorvino, giunge alle soglie della modernità inaugurata dalle nuove scoperte geografiche grazie all’anacronismo storiografico del conventuale Pietro Ridolfi da Tossignano, la cui opera precede di circa un ventennio quella di Barezzi. La sua narrazione della globalizzazione missionaria francescana, dall’Europa della lotta al protestantesimo alla Terra Santa della resistenza contro i turchi passando per il Nuovo Mondo e l’India, riserva un ruolo speciale alle missioni francescane tra i mongoli di epoca medievale.
L’avventura di Giovanni da Pian del Carpine a Karakorum chiude infatti il cerchio immaginario che Ridolfi traccia con la descrizione dell’evangelizzazione condotta dai francescani: dall’incontro di Francesco con il sultano d’Egitto all’incontro con i popoli del Nuovo Mondo. Al contrario, nella costruzione storiografica di questo nostalgico dei successi medievali, nonché difensore degli interessi della corrente conventuale, rimasta circoscritta entro i confini dell’Europa controriformistica, non c’è ancora posto per l’aspirazione alla conquista dei grandi imperi moderni. È soltanto con il De origine seraphicae religionis dell’osservante Francesco Gonzaga, edita a solo un anno di distanza dall’opera del Ridolfi, che al Cathay mongolo viene sostituita la Cina dei Ming. Storiografo perché ministro generale, Gonzaga, che concepisce la sua opera allo scopo di garantire la governance di un Ordine che si estende fino alle Indie occidentali e orientali, indossa le vesti del vero cacciatore di imperi.
Cresce infatti all’ombra della corte iberica, venendo immediatamente notato da Filippo II che gli affida missioni diplomatiche volte a favorire l’aspirazione imperialistica all’unificazione della corona spagnola con quella portoghese. Non ha difficoltà perciò a stimare vero presidio francescano in Oriente proprio la missione svolta dai suoi confratelli lusitani nell’India portoghese. Anzi, aspira a un’iniziativa missionaria congiunta di religiosi portoghesi e spagnoli con l’obiettivo di preparare l’ingresso nell’immenso territorio della Cina; ma, con sua grande sorpresa, viene dissuaso proprio da Filippo ii, quello stesso monarca che lo aveva reso fautore di un imperialismo iberico dalle ambizioni planetarie. Non intendendo tuttavia rinunciare alla conquista della Cina, moderno finis terrae, se da ministro generale ottiene l’istituzione a provincia della custodia di San Gregorio nelle Filippine (1586), da storiografo invece narra lo svolgimento dell’intero processo, soffermandosi in particolare sul commento all’iscrizione scelta per il sigillo della nuova fondazione: Sigillum provinciae s. Graegorii Philipinarum et Chinae.
Gonzaga, prima storiografo e poi ministro generale, elegge a rappresentante del suo ideale di missione planetaria il confratello Martín Ignazio di Loyola, un vero globetrotter ante litteram, che per ben tre volte compie il giro del pianeta e per altre due tenta di introdursi nel vasto territorio cinese con l’obiettivo non secondario di informare i confratelli lusitani dell’avvenuta unione delle corone spagnola e portoghese.


di Giuseppe Buffon

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE