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A caccia di parole per riempire il cestino

· ​La scrittrice statunitense di origine indiana Jhumpa Lahiri e l'amore per l'italiano ·

«Sento che sto navigando sull’orlo di uno spaventoso abisso a cui non posso sfuggire e nel quale temo che la mia fragile barchetta presto scivoli se non ricevo aiuto dall’alto».

Jhumpa Lahiri

Non sta accingendosi a una prova estrema che la metta in pericolo di vita: Jhumpa Lahiri, scrittrice statunitense di origine indiana, sta informandoci di quando ha osato scrivere un libro in italiano, dopo aver vissuto da noi relativamente poco tempo e neanche in modo continuativo. Il fatto che ci sia riuscita, e bene, non minimizza certo l’impresa, ma ne fa parlare i momenti di sconforto e di abbattimento, il senso di abbandono e di solitudine. Nel 1993 quando, ventiseienne nata in Inghilterra da genitori bengalesi ma in America dall’infanzia, decide di scrivere la sua tesi di dottorato circa l’influenza dell’architettura italiana su vari drammaturghi inglesi del xvii secolo, mentre si accinge a evidenziare quella sorta di scisma tra lingua e ambiente, accostando i primi rudimenti di italiano patisce un trauma tra uditivo e visuale, sperimenta una connessione e un distacco incalzati da desiderio ed esitazione.
Si reca quindi a Firenze: una prima volta, per rompere come si dice il ghiaccio linguistico e perfezionare gli studi portando a compimento la tesi; una seconda volta, sette anni più tardi, approdando a Venezia ormai innamorata dell’italiano, ma continuando a sperimentare un esilio verbale, un’impervia correlazione tra lingua e luogo. A quel punto Jhumpa Lahiri ha già esordito come scrittrice con una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni (1999, premio Pulitzer per la narrativa l’anno dopo), ma di un libro suo in lingua nostra non c’è nessuna traccia, né mentale né tanto meno pratica. Sarà tra il 2012 e il 2014, vivendo a Roma, che l’idea si farà struggente desiderio e concreta scrittura, in parallelo ad altri suoi libri in inglese (i romanzi L’omonimo e La moglie, 2003 e 2013, e i racconti Una nuova terra, 2008). «Perché alla fine per imparare una lingua, per sentirsi legati a essa, bisogna avere un dialogo, per quanto infantile, per quanto imperfetto». La pratica, insomma, il gettarsi in un lago (la metafora è sua, ma sarà presto sostituita con quella dell’oceano), non più costeggiandolo, ma traversandolo in linea retta.
Più che di parole, od oltre a quelle, una lingua è fatta di modi di dire, frasi fatte e luoghi comuni: locuzioni idiomatiche irriducibili a un’altra lingua se non attraverso specifici clichés creati ex novo da Paese a Paese.
A Venezia, scrivere nella nostra lingua le sembrava di attraversare i mille ponti della città come altrettanti modi di esprimersi; a Roma, rapita dalla musicalità verbale dei residenti ma sentendosi tuttavia ancora per lungo tempo una pellegrina del linguaggio, legge ininterrottamente autori italiani, da pervicace apprendista, annotando, memorizzando, ripetendo, creandosi un vocabolario privato.      

di Claudio Toscani

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18 marzo 2019

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