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Dolcissima e saggia

· Storie tardoantiche di spose bambine ·

Le unioni matrimoniali precoci in età imperiale erano pienamente legittimate dalla legislazione vigente. Il diritto romano fissava la aetas nubilis per le donne a dodici anni e per gli uomini a quattordici: in sostanza l’età minima per contrarre nozze coincideva con la fase iniziale della pubertà.

È comunque generalmente ammesso, alla luce soprattutto delle ricerche di Martin Bang condotte sulle iscrizioni pagane di Roma, che le ragazze si sposavano intorno ai quattordici anni, i ragazzi intorno ai venti: una media sostanzialmente in linea con la complessiva aspettativa di vita stimata — in età imperiale — intorno ai ventuno anni e, in termini disaggregati, a ventidue anni per gli uomini, a diciannove per le donne.

Il rituale della “dextrarum iunctio” (Museo delle Terme di Diocleziano, Roma)

Queste indicazioni di ordine generale, naturalmente solo tendenziali, si fondano sui dati biometrici trasmessi dalle iscrizioni funerarie, che in moltissimi casi forniscono informazioni — naturalmente di prima mano — relative all’età del matrimonio, alla sua durata e al connesso fenomeno della mortalità infantile. Su questa materia il comportamento dei cristiani non si distaccò dal costume e dalla cultura del tempo e gli stessi Padri della Chiesa anche per l’età nuziale indicavano come norma di riferimento quella vigente.

Ma all’interno della documentazione quantitativa che sostiene la formulazione dei flussi demografici si scoprono realtà umane e situazioni esistenziali, che attraverso la memoria funeraria escono dall’anonimato e diventano soggetti storici.

Tra le molte testimonianze disponibili, particolarmente significativa è quella di una altrimenti ignota Ilaria vissuta alla fine del iv secolo. Questo il testo della sua memoria ultima (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, ii 6049): «Alla benemerita consorte Ilaria, che visse venticinque anni; fu promessa sposa quando aveva undici anni e rimase fidanzata per sette anni. Visse con il marito per sette anni e otto mesi. Fu deposta il sedici agosto nell’anno del quarto consolato di Valentiniano Augusto e di Neoterio (anno 390)». Ilaria si era dunque sposata quando aveva diciotto anni.

La fredda sequenza dei soli dati biometrici che caratterizza l’epitaffio di Ilaria richiama, per contrasto, la memoria funeraria di una Patricia, che tramanda invece alla posterità, accanto ai dati biometrici, la sintesi di un repertorio elogistico consolidato nell’immaginario collettivo per tratteggiare l’immagine ideale della moglie: «Buona, fedele, casta, dolcissima, saggia consorte, l’innocente Patricia visse 21 anni, 6 mesi, 18 giorni. Trascorse con suo marito Cleopatro, ora rimasto solo, 4 anni, un mese e 14 giorni con totale devozione e castità» (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, v 13196). Anche per Patricia, andata a nozze a 17 anni, vita e matrimonio si rivelarono brevi.

Per le donne l’età media del matrimonio, calcolata su un campione di circa duecento iscrizioni cristiane di Roma del iv-v secolo, risulta di venti anni. Se però si considera che quasi la metà delle donne ricordate si sposarono tra i 14 i 18 anni, appare evidente come questa stima risulti eccessivamente alta. La ragione di questa asimmetria va probabilmente ricercata nel fatto che le testimonianze relative a donne sposatesi in età molto avanzata (cioè da trentacinque-quarant’anni in su), possono in realtà riferirsi a vedove risposate, anche se i Padri della Chiesa consideravano poco opportune e quindi sconsigliabili le seconde nozze. Ciò spiegherebbe il pressoché assoluto silenzio dei secondi o terzi matrimoni e di contro l’esiguità delle testimonianza che ricordano espressamente lo stato vedovile. E in questa direzione non sembra casuale che nessuna delle dodici donne sposate tra i trentasei e cinquanta anni, sia ricordata con il qualificativo virginia, impiegato frequentemente — sia in riferimento alla donna (quae virgo nupsit) sia all’uomo (qui virginem duxit) — per indicare l’integrità verginale al momento delle nozze.

In questa direzione sembra più aderente alla realtà una lettura condotta sui dati disaggregati per fasce di età, dai quali emerge che la punta massima dell’età nuziale per le donne sia circoscritta tra i quattordici e i venti anni, con un’accentuata tendenza tra i quindici e i diciotto. Non mancano comunque esempi di matrimoni molto precoci, contratti addirittura in anticipo rispetto a quanto stabilito per legge, quindi in età ancora impubere.

È il caso di Gliceria, morta nel 452 a quarantacinque anni dopo trentaquattro anni di matrimonio: si era quindi sposata a undici anni (Inscriptiones Christianae, viii 23447). Nella valutazione di questi dati si deve comunque tenere conto che nella indicazione della durata del matrimonio agisce la consuetudine — riscontrabile anche nella menzione della durata di vita — che induceva a ricordare i matrimoni molto lunghi o molto brevi, e a trascurare quelli che rientravano nella durata percepita come normale. In sostanza, come era ovvio attendersi, non risultano differenze apprezzabili tra i dati delle iscrizioni pagane e quelli delle iscrizioni di committenza cristiana.

di Carlo Carletti

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21 giugno 2018

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