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Buenos Aires
in una pozzanghera

· Grete Stern e Horacio Coppola in mostra al Moma di New York ·

La sagoma di un palazzo si riflette in una pozzanghera: «Questa è Buenos Aires!» esclama Jorge Luis Borges guardando la foto dell’amico Horacio Coppola. Sia lo scrittore che il fotografo sono all’avanguardia. La loro visione della realtà, che si tratti di racconti o di immagini, è spesso deformata o reinterpretata, modellata per narrare altro o per mostrare un punto di vista diverso. E allora anche quel semplice riflesso, ripreso nel 1931 nel quartiere di Belgrano, può diventare paradigma di un’intera città. Una metropoli che per Coppola, classe 1906, figlio di italiani emigrati in Argentina, è stata musa ispiratrice, come in quegli stessi anni furono Parigi per Brassaï, Londra per Bill Brandt e New York per Berenice Abbot.

Horacio Coppola, «Esto es Buenos Aires!» (1931) ©2015 Estate of Horacio Coppola

L’artista — che nel 1936 ricevette l’incarico prestigioso, destinato a cambiare la sua vita, di fotografare Buenos Aires per celebrare i quattrocento anni di fondazione — non ha tuttavia goduto di fama internazionale. Eppure fu uno sperimentatore vero. Al pari di altri colleghi di quel tempo intenti a raffigurare il paesaggio urbano, ritrasse la città impegnandosi al contempo nella definizione di una visione personale. Che nel suo caso risentiva tanto delle avanguardie europee — che ebbe modo di conoscere direttamente nel continente — quanto delle influenze cinematografiche (aveva fondato un cineclub nella sua città).

A quasi cent’anni dalla nascita e a due dalla morte — una vita lunga la sua, dunque — Coppola riceve oggi una sorta di risarcimento postumo, divenendo il primo fotografo argentino a esporre al Moma di New York, in una mostra che lo vede protagonista insieme alla moglie, anch’essa fotografa, conosciuta durante un lungo soggiorno a Berlino. Significativo il titolo dell’esposizione, «Dal Bauhaus a Buenos Aires: Grete Stern e Horacio Coppola», aperta fino al 4 ottobre, che cerca proprio di dar conto delle correnti artistiche e culturali che influenzarono l’opera dell’argentino e della consorte. In realtà il loro matrimonio durò appena otto anni, ma fu un periodo intenso dal punto di vista creativo, che si protrasse anche dopo la separazione.

Alla fine degli anni Venti a Buenos Aires Coppola aveva passeggiato con Borges, ascoltato le conferenze di Le Corbusier e iniziato le sue sperimentazioni fotografiche, contribuendo al dibattito sui moderni linguaggi dei media. Quasi contemporaneamente a Berlino Grete Stern (1904-1999), appartenente a una facoltosa famiglia ebrea, diveniva la prima allieva di quel Walter Peterhans che di lì a poco avrebbe assunto l’incarico di direttore degli studi di fotografia al Bauhaus. Dopo quell’esperienza, la giovane fondò con Ellen Auerbach lo studio fotografico Ringl+Pit, che univa la produzione di immagini pubblicitarie a lavori artistici d’avanguardia, nella migliore tradizione Bauhaus.

Coppola giunse nella città tedesca per la prima volta nel 1930, spinto da inquietudini artistiche e dalla ricerca dei venti di modernità che spiravano in Europa, in particolare nella Repubblica di Weimar. Non a caso vi ritornò nel 1932 proprio per studiare al Bauhaus. La passione per la fotografia lo portò a incrociare Grete, con la quale scoprì di condividere l’interesse per le novità artistiche.

Con l’avvento del nazismo i due lasciarono la Germania, passando per Londra. Stern fu la prima a giungervi, aprendo un nuovo studio fotografico. Qui si dedicò, tra l’altro, a ritrarre alcuni noti artisti tedeschi in esilio, tra cui Bertold Brecht e Karl Korsch. Coppola vi arrivò dopo aver girato altre città europee, portandosi dietro un bagaglio di novità dal punto di vista del linguaggio fotografico, alternando sollecitudine sociale e bizzarrie surrealistiche. Dopo il matrimonio, a metà degli anni Trenta i due si trasferirono in Argentina, stabilendosi nella capitale, divenendo di fatto tra le figure più importanti del modernismo in America latina. Con le loro opere riuscirono a catturare il carattere unico di Buenos Aires, lui riprendendone gli scorci più suggestivi dal centro alle periferie, lei ritraendone gli intellettuali più in vista, argentini e non, come Borges, Amparo Alvajar, Manuel Ángeles Ortiz, Maria Elena Walsh e Pablo Neruda.

Le curatrici della mostra, Roxana Marcoci e Sarah Meister, hanno impiegato tre anni per riunire le opere: circa trecento, per la maggior parte fotografie con copie originali, oltre a tre pellicole, disegni e diverse pubblicazioni. Ma il lavoro dei due artisti viene presentato separatamente, in sale alterne, con un allestimento che permette di analizzare le loro diverse caratteristiche. Insomma due mostre monografiche presentate come una sola.

di Gaetano Vallini 

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23 marzo 2019

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