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A Bruxelles un accordo senza prospettive

· Mentre al largo delle coste libiche si consuma un’altra strage di migranti ·

Cosa è rimasto dell’Unione europea (Ue) all’indomani del vertice dei capi di stato e di governo svoltosi a Bruxelles? A essere ottimisti si può affermare che l’Ue è ormai ridotta all’enunciazione di una serie di buoni propositi che difficilmente troveranno applicazione pratica. Come commentare diversamente l’intesa, raggiunta a fatica, sull’accoglienza dei migranti solo su base volontaria e che quindi nessuno vorrà davvero applicare?

La cronica incapacità dei paesi membri dell’Ue di sottoscrivere un accordo vincolante risponde a esigenze individuali e lascia comprendere come l’unione politica rischi di essere ormai solo un miraggio. E mentre a Bruxelles i leader europei dibattevano tra minacce e veti incrociati per giungere praticamente al nulla, al largo delle coste libiche si è consumata l’ennesima tragedia costata la vita a oltre cento migranti, con le ong che affermano di non potere intervenire a causa della recente stretta alle loro attività di ricerca e salvataggio.

Ma le immagini strazianti dei piccolissimi bambini annegati, che come già accaduto in passato stanno facendo il giro del mondo, non faranno cambiare atteggiamento a un’Unione il cui interesse principale è ora quello di garantirsi un futuro a breve scadenza, senza obiettivi strategici.

E in effetti l’accordo raggiunto a Bruxelles è un fragile compromesso che ha soprattutto permesso al cancelliere tedesco, Angela Merkel, di arginare gli attacchi provenienti dall’interno del suo esecutivo. Infatti, l’impegno sottoscritto dai Ventotto per limitare i cosiddetti “movimenti secondari” — lo spostamento cioè dei migranti da un paese all’altro dell’Ue — non è solo il tentativo di salvaguardare il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone, messo pesantemente in discussione dalla minacciata chiusura delle frontiere con cui molti paesi pensano di rispondere alla pressione migratoria. È prima di tutto un salvagente lanciato al governo tedesco che rischiava di sgretolarsi per le tensioni tra il cancelliere e il ministro degli interni Horst Seehofer, fautore di una politica nazionale di respingimenti al confine. E in questo momento l’Ue — che dall’inizio del prossimo anno dovrà affrontare la fine del quantitative easing della Bce — non avrebbe potuto certo permettersi una pericolosa crisi politica tedesca con la conseguente destabilizzazione della locomotiva economica dell’unione.

L’accordo di Bruxelles, quindi, dà un po’ di respiro all’Ue, ma in realtà non fa altro che rimandare un problema — quello della gestione della questione migratoria — che inevitabilmente è destinato a ripresentarsi, senza che al momento vi sia la minima parvenza di coesione. Basta vedere come le diverse delegazioni hanno interpretato il risultato ottenuto. Così se l’Italia esulta per il riferimento ai centri di accoglienza che, sempre su base volontaria, dovrebbero essere istituiti in territorio europeo, il presidente Macron, appena concluso il vertice, ribadisce che la Francia non ospiterà queste strutture, sottolineando come, in base alle leggi internazionali, i migranti salvati in mare debbano essere condotti nel paese più vicino.

Un accordo talmente vago e poco stringente che ognuno può leggere a proprio favore, consentendo a tutti di cantare vittoria. Lo ha fatto il governo di Roma di fronte all’affermazione, in verità abbastanza ovvia, che chi approda in Italia arriva in Europa. Lo hanno fatto i paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) — con Merkel gli unici ad avere guadagnato qualcosa di concreto — che hanno ottenuto la cancellazione dei ricollocamenti obbligatori. Alla fine a piangere sono rimasti solo i migranti.

Giuseppe Fiorentino

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16 novembre 2019

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