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Braccio di ferro

· ​Sedici stati federali si schierano contro il provvedimento di Trump sull’immigrazione ·

La Casa Bianca a Washington D.C.

È ancora scontro sull’immigrazione negli Stati Uniti. Sedici stati hanno presentato ieri presso la corte di appello di San Francisco un documento in cui si schierano contro l’ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump che impone la sospensione degli ingressi da sette paesi islamici (Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen e Siria). È l’ultimo atto di un lungo braccio di ferro: tre giorni fa sempre la corte di appello federale di San Francisco aveva respinto il ricorso del dipartimento di giustizia contro la sospensione del provvedimento da parte di un giudice federale di Seattle.

La corte federale di appello di San Francisco ha convocato per oggi un’udienza per affrontare la questione. Saranno ascoltati i legali del dipartimento di giustizia e quelli degli stati di Washington e del Minnesota che sono stati i primi a intentare la causa contro il divieto. L’amministrazione ha già presentato ai giudici una memoria difensiva. Il dipartimento di giustizia chiede alla corte federale di ripristinare immediatamente l’ordine perché «da esso dipende la sicurezza nazionale» si legge nella memoria inviata ai giudici. Il decreto — si sottolinea ancora — «è legale e rientra nell’esercizio dei poteri del presidente per quel che riguarda sia l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti sia l’ammissione dei rifugiati». L’ordine esecutivo stabilisce che i cittadini dei sette paesi coinvolti non potranno entrare negli Stati Uniti per una durata di novanta giorni, in attesa che l’amministrazione decida quali informazioni sia necessario raccogliere su ogni migrante prima di consentirne l’ingresso.

Contro l’ordine esecutivo si sono apertamente schierate le grandi compagnie della Silicon Valley. Da Facebook a Microsoft, da Apple a Google, i giganti della new economy hanno presentato ieri un’azione legale per opporsi al provvedimento. Una nota che definisce illegale l’ordine esecutivo di Trump è stata presentata alla corte d’appello della California ed è firmata in tutto da 97 aziende della Silicon Valley, dove circa il 37 per cento degli addetti sono stranieri.

Intanto, sul piano internazionale, non si stemperano i toni tra Washington e Teheran, dopo la lunga scia di polemiche suscitate dal test missilistico iraniano del 29 gennaio. La guida suprema iraniana, l’ayatollah Sayyed Ali Khamenei, è intervenuto oggi con parole molto dure per criticare non solo il provvedimento sull’immigrazione, ma anche le nuove sanzioni introdotte dal presidente Trump. Quest’ultimo — ha detto Khamenei — «rivela il vero volto dell’America». Sulla stessa linea il presidente iraniano, Hassan Rohani, che ha chiesto di mantenere l’intesa sul nucleare in quanto «vantaggiosa per tutti». 

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23 maggio 2018

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