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A braccia aperte

· ​Riconciliazione e santità ·

La confessione può essere considerata il sacramento della speranza cristiana: in essa, infatti, «continua ad accadere l’incontro tra la miseria di tanti peccatori, sempre tentati di deprimersi, e l’abbraccio instancabile del Padre celeste sempre nuovamente offerto». Lo ha detto monsignor Krzysztof Jozef Nykiel, reggente della Penitenzieria apostolica, intervenendo al convegno sul tema «Riscoprire la santità. Riflessioni sulla base dell’esortazione apostolica del Santo Padre Francesco Gaudete et exsultate», che si è svolto nei giorni scorsi a Colonna (Roma).

«Nella nostra debolezza, possiamo andare avanti»: è questo, ha sottolineato monsignor Nykiel, il messaggio pieno di misericordia della confessione sacramentale. La speranza, ha aggiunto, nasce «dalla fede e dall’amore» e, allo stesso tempo, come diceva Charles Péguy, «è quella bambina che si tira dietro le sue sorelle maggiori, fede e carità, perché la speranza vede e ama quello che sarà». Con la Gaudete et exsultate Papa Francesco indica a tutti i fedeli che «la loro vera meta è la santità». Con «parole chiare egli dichiara che il fine vero di una vita sinceramente cristiana è la santità e che questa è riservata a tutti». Per questo, ha aggiunto il prelato, «chi scorre i paragrafi del documento non troverà una dissertazione accademica sulla materia» ma un testo «concreto e ben ancorato alla realtà quotidiana», che ci invita «a incarnare la chiamata alla santità nel contesto attuale di ciascuno di noi, con i relativi rischi, le sfide e le opportunità».

Una «classe media della santità», dunque, secondo la definizione dello scrittore francese Joseph Malègue, «che tanto piace al nostro Pontefice», da ricercare «nella vita ordinaria e tra le persone a noi vicine, non in modelli ideali, astratti o sovrumani». A questo proposito, nell’esortazione apostolica, la penitenza sacramentale «è ricordata esplicitamente tra i mezzi di santificazione ordinariamente consigliati dalla Chiesa, insieme con la preghiera, il sacramento dell’Eucaristia, l’offerta di sacrifici, le varie forme di devozione e la direzione spirituale».

Il reggente ha richiamato poi il secondo capitolo del documento, dove Francesco mette in guardia i cristiani da due «sottili nemici della santità», due derive «contemporanee di eresie antiche, lo gnosticismo e il pelagianesimo», che tendono «a risolvere la santità in forme intellettualistiche o volontaristiche». In particolare, lo gnosticismo trasforma il cristianesimo «in un’enciclopedia di astrazioni», per cui solo «chi è in grado di comprendere la profondità di una dottrina sarebbe da considerare un vero credente». Il Papa «è molto duro a riguardo e parla di una religione “al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali”, che allontanano dalla freschezza del Vangelo». Il pelagianesimo, invece, «esalta in maniera eccessiva lo sforzo personale, come se la santità fosse frutto della volontà e non della grazia di Dio che sempre ci previene».

In questo senso, il sacramento della riconciliazione «è un valido rimedio che guarisce da queste visioni distorte della santità». Un uomo che «piega le ginocchia nel confessionale e domanda umilmente l’assoluzione», ha infatti «già sconfitto sia il neo-pelagianesimo, perché domanda l’aiuto della grazia, sia il neo-gnosticismo, perché riconosce di non potersi dare da solo la salvezza, ma che essa viene da Cristo mediante la Chiesa».

Tra le «caratteristiche della santità nel mondo attuale» indicate da Francesco vi è l’atteggiamento «di umiltà di chi non guarda con superiorità e disprezzo i difetti altrui, ma considera gli altri superiori a se stesso». È una disposizione interiore, ha osservato monsignor Nykiel, che «può raggiungere solo chi ha coscienza delle proprie colpe e dei propri limiti» e solo quando «ciascuno di noi, nel sacramento della confessione, sperimenta il dolore e l’umiliazione per i propri peccati e, subito dopo, fa festa con il Padre per il perdono ottenuto». Per far maturare l’umiltà nel proprio cuore, Papa Francesco suggerisce «la pratica delle umiliazioni», perché «senza di esse non c’è umiltà né santità». Anche «la vergogna che proviamo nell’accostarci al confessionale, che è una grazia da chiedere a Dio», è «un esempio di queste umiliazioni e ci aiuta a ridimensionare il nostro io».

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23 luglio 2019

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