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Braccato dai lupi per le vie di Buenos Aires

· L'incontro tra Bergoglio e il vescovo di La Rioja negli anni della dittatura ·

Violenze squadriste, stato d’assedio, feroce repressione del dissenso, 340 centri di detenzione illegale, torture e omicidi su scala industriale: con il golpe militare del marzo 1976, l’argentina si trasformò in un immenso campo di concentramento a cielo aperto.
Fu allora che il Colegio Máximo dei gesuiti a san Mi guel divenne – prima saltuariamente e poi stabilmente – la sede di una silenziosa rete di protezione e salvataggio dei dissidenti in fuga dal regime. A crearla, a gestirla e a dirigerla era Jorge Mario Bergoglio. Padre Enrique Martínez lo comprese poc o alla volta: «Ne avevamo il sospetto, poi ne avemmo la certezza». 

Murales di protesta contro la dittatura in Argentina

Martínez, per tutti “padre Quique”, non era ancora un prete. E non studiava da gesuita. Una cosa però la sapeva. Gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola «devono essere svolti in silenzio, senza lasciarsi distrarre né disturbare». Per dirla con i testi di spiritualità ignaziana, «sono un modo di preparare e disporre l’anima a togliere tutti gli affetti disordinati e, dopo averli rimossi, a cercare e trovare la volontà di Dio nella disposizione della propria vita, per la salvezza della propria anima». Un certo isolamento si addice a questa scalata interiore. A San Miguel vi era un’ala del Colegio Máximo destinata a questo scopo. «C’’erano molte stanze singole» ricorda padre Quique. «Venivano assegnate ai laici che affrontavano un periodo di meditazione. Durante gli esercizi non parlavano praticamente con nessuno. Di solito venivano ospitati durante i fine settimana. Poi se ne andavano e tornavano alla propria quotidianità.» A quel tempo, Bergoglio doveva occuparsi di una quindicina di case gesuitiche sparse per l’intera nazione argentina, circa duecento confratelli e meno di trenta novizi. San Miguel alle volte sembrava un porto di mare. Gesuiti di passaggio, studenti in ritiro spirituale, docenti. Il viavai era la normalità. «Perciò quel braccio dell’edificio era l’ideale per nascondere qualcuno. In apparenza non c’era niente di insolito» spiega padre Martínez.
A San Miguel, Martínez arrivò con altri due seminaristi, Miguel La Civita e Carlos González. Ad accompagnarli era il loro vescovo, Enrique Angelelli, che in quel modo volle metterli sotto la protezione di Bergoglio. All’inizio, i tre giovani non se ne resero conto. Del resto, lo stesso Angelelli non aveva svelato loro la vera ragione di quel trasferimento. «Lo capimmo solo dopo. All’inizio credevamo che monsignor Enrique lo avesse fatto per farci ultimare gli studi» ricorda La Civita, rievocando l’eroica e tragica figura dell’uomo che, insieme a Bergoglio, salvò loro la vita.

Enrique Angelelli era nato a Córdoba nel 1923. Nel 1968 era stato nominato vescovo di La Rioja e nel suo primo messaggio aveva affermato: «Non vengo per essere servito ma per servire tutti senza alcuna distinzione, né di classe sociale né di modo di pensare e di credere. Come Gesù voglio essere servitore dei nostri fratelli poveri». In fondo, un proposito perfino scontato per uno che è diventato vescovo. Eppure, agli occhiuti controllori della retta via che i militari si apprestavano a tracciare, apparve come il proclama di un vero comunista con la tonaca.
Quello fu l’inizio di una lunga ostilità tra il vescovo, esponente della teologia della liberazione, e il potere. Ostilità che, col passare degli anni e l’intensificarsi delle tensioni sociali e politiche, cominciò a sconfinare nella violenza e a coinvolgere anche l’entourage di monsignor Enrique.
Quando Angelelli cominciò a cercare un luogo dove mettere al sicuro i suoi seminaristi, furono in molti a sbattergli la porta in faccia. Invano il presule domandò a diversi collegi della capitale di prendere in carico i tre studenti: nessuno, a quanto pareva, era intenzionato ad accoglierli. Del resto, quelli di La Rioja non erano ben visti neanche all’interno dei vertici episcopali. Troppo pericolosi, troppo invisi alle forze che andavano prendendo il potere nel Paese, troppo “rossi”. Angelelli sapeva che il branco di lupi gli stava ormai addosso e si aggirava per Buenos Aires come un pastore in cerca di un riparo per le sue pecore. Finché non approdò a San Miguel.

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