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Bosco sacro

· Sul rapporto che lega uomo e natura ·

Quello del bosco è sempre stato un terreno fertile per la costruzione di miti. Fin dall’antichità, infatti, l’uomo ha colto nella natura la presenza di un qualcosa di divino, uno spirito misterioso dietro il quale si cela il segreto del mondo.

«Gli alberi — scrive Plinio il Vecchio — furono i templi degli dei, e, secondo l’antico rituale, le semplici popolazioni campestri offrono ancora oggi un albero eccelso al dio. Noi, oggi, adoriamo statue splendenti d’oro e di avorio più dei boschi e del silenzio, che vi è in essi. Le varie specie di alberi si conservano per sempre, dedicati al proprio dio, come la quercia a Giove, il lauro ad Apollo, l’olivo a Minerva, il mirto a Venere, il pioppo a Ercole».

La studiosa del mondo classico Anna Maria Sciacca nel suo ultimo libro, Alberi e Sacro. Dalla mitologia alla tradizione cristiana (Roma, Castelvecchi, 2019, pagine 160, euro 17,50), indaga il rapporto secolare che lega uomo e natura, inquadrandolo nella sua dimensione religiosa. Il volume si presenta come un vero e proprio manuale, un catalogo di alberi — organizzato in ordine alfabetico — che permette di scoprire e comprendere meglio l’origine delle tradizioni culturali e religiose di vari popoli, associate ad essi.

«Il primo e più antico luogo sacro — scrive Sciacca — non è il tempio, bensì il bosco, dove vive il dio nella sua dimensione naturale: gli alberi sono l’elemento vitale e la radura nel loro mezzo è il punto sacro, non calpestabile da piede profano, dove avviene l’incontro tra l’essere celeste e il sacerdote». Così il bosco, con le sue fitte “colonne”, diventa per l’uomo una chiave di interpretazione degli eventi inspiegabili dell’esistenza. Metafora della ciclicità che unisce la vita e la morte, gli alberi e le loro foglie sono un elemento ricorrente nella letteratura fin dall’antichità. Cantava Omero, nel IV libro dell’Iliade: «Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva fiorente le nutre al tempo di primavera; così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua».

In un meticoloso lavoro di studio delle religioni e di ricerca storica, linguistica e glottologica, l’autrice fornisce un’analisi esaustiva dei miti e delle leggende attribuiti agli alberi dalle diverse civiltà, mettendo a confronto le tradizioni di celti, germani, egizi, fino ad arrivare al popolo cristiano. Tra una curiosità e l’altra, il lettore scoprirà ad esempio che il cedro — simbolo di forza e incorruttibilità — era il materiale preferito per la realizzazione di palazzi reali e dei sarcofagi egizi, o che l’origine dei confetti per festeggiare gli sposi deriva dal culto della dea Gran Madre Cibele, molto diffuso in Anatolia, il cui frutto veniva associato alla vulva della dea, e quindi alla fecondità. Oltre alla mitologia, numerosi sono i riferimenti letterari, come le talee di tasso — la pianta sacra alle spaventose Erinni — utilizzate dalle streghe del Macbeth di Shakespeare per preparare un infuso velenoso, o i «frutti scuri, adatti al lutto» del gelso, la pianta legata alla triste storia d’amore tra Priamo e Tisbe, narrata da Ovidio.

Insomma, un libro da sfogliare come si vuole, procedendo per capitoli o per interesse, che rinnova il bisogno di recuperare il legame ancestrale che ci lega alla natura, specialmente in tempi in cui la società occidentale — come annota Angela Ales Bello nella prefazione — si è allontanata da essa. L’invito dell’autrice è, dunque, quello di abbattere le «barriere» responsabili dell’affievolirsi del legame con il divino, ricordandoci che bisogna portare rispetto per gli alberi, perché essi «sentono, vedono, sopportano, soccombono, ma sono vivi e, se quelle anime che i nostri progenitori hanno loro attribuito decidessero di ribellarsi, di fermare la follia di uomini ormai senza fede e, perciò, senza speranza, che cosa potrebbe succedere?».

di Ilaria Pennacchini

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23 febbraio 2020

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