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Bonnytoun
il carcere dei ragazzini

· Viaggio tra giovanissimi detenuti in Sud Africa ·

Furti, spaccio di droga e omicidi: per questi reati si trovano nel carcere minorile di Bonnytoun a Kraaifontein, a circa 40 minuti da Città del Capo. Sono tutti giovanissimi, dai 12 ai 18 anni, detenuti in una prigione nel bel mezzo di una landa desolata.

Ci uniamo a un gruppo di ragazzi, sono volontari della Project Abroad, una delle prime organizzazioni a livello internazionale che lavora per garantire esperienze di volontariato in Africa, America latina ed Est Europa. Da Cape Town, ogni settimana vanno a fare delle lezioni ai ragazzi su vari argomenti nel tentativo di aiutarli a inserirsi nella società una volta che saranno rilasciati.

Passiamo per una strada che costeggia la città, ettari di terreni di baracche circondano Città del Capo. Percorriamo chilometri ai cui lati nascono le Townschip: un ammasso di casupole dove vivono solo persone di colore. È la povertà assoluta. Non c’è nulla, regnano la malavita e il degrado. Milioni di persone vivono così. Non c’è più l’apartheid oggi, ma la strada per i diritti di tutti è ancora lunga.

Arriviamo all’entrata del carcere. Intorno a noi ci sono montagne e una distesa di chilometri di erba bruciata. Dall’esterno si vede una struttura grande, le mura colorate di rosso, assomiglia più a una grande casa cantoniera; del filo spinato gira intorno all’intera struttura. Controllano il nostro veicolo e ci fanno entrare. Scendiamo e ci dicono di dover lasciare tutto: cellulare, borse, registratori; non possiamo portare nulla dentro. Ci consegnano un pass e poi uno a uno ci controllano con il metaldetector.

Una volta che tutto è in regola, entriamo nella struttura principale dalla quale poi si accede a tutte le altre ale del carcere. Noi dobbiamo andare dai “gialli”: i ragazzi infatti sono stati divisi per colore a seconda dello stato della loro carcerazione. C’è chi è ancora in attesa del processo, chi sta già scontando la pena e chi tra poco uscirà. Abbiamo chiesto a quale tipo di detenzione appartenessero i “gialli” ma alla nostra domanda, nessuna guardia ci risponde.

Percorriamo un corridoio lungo, alla fine del quale ci sono ben due cancellate; a guardia delle stesse un omone che le apre per farci passare. Arrivano da lontano, ma si sentono chiare: sono voci e grida. Non si capisce cosa dicano, non è inglese, è “afrikaans”, ci è impossibile decifrare quelle parole ma dal suono sembrano allegre. Ecco infatti che davanti a noi si apre una sorta di recinzione che ha delle uscite interne che danno direttamente agli alloggi dei vari gruppi. Alcuni ragazzi hanno l’ora d’aria e sono in attesa dei volontari. Attaccati alle sbarre, salutano e gridano. Sembrano animali in gabbia, la scena è raccapricciante.

Facciamo il giro della recinzione ed entriamo nell’ala riservata ai gialli. Altro cancello, altra guardia. Ora siamo davvero dentro. Nulla ci separa da circa una ventina di ragazzi che incominciano a correrci incontro. Un gruppetto ci riempie di domande. Alcune le capiamo, sono in inglese, altre non riusciamo a comprenderle, sono in uno dei tanti dialetti africani. Mentre cerchiamo di rispondere, entriamo nel dormitorio.

Un corridoio, a destra e a sinistra nel quale ci sono le celle. Tre o cinque letti per stanza, i più fortunati hanno la rete, altrimenti i materassi sono buttati a terra. Una fila di letti in delle celle minuscole. Il penultimo locale è il bagno, in comune per tutti: uno stanzone; è senza luce, ma si intravedono le docce.

La stanza dove ci fermiamo per fare lezione ai ragazzi è l’ultimo locale: è qui che mangiano e fanno attività. Tre grandi finestre con le inferriate e una decina di tavoli di legno. Per terra è sporco, macchie, polvere e rimasugli di cibo. Il pavimento è appiccicoso.

Ma ora è il turno dei volontari: sanno bene come coinvolgere i ragazzi, cosa fare e come rivolgersi a loro. Mentre il responsabile comincia a spiegare di cosa si parlerà, tutti si mettono seduti: 20 ragazzini, tutti di colore, con addosso pantaloncini, maglietta e infradito; c’è chi ha lo sguardo strafottente, chi è attento e curioso, chi prende in giro, chi è silenzioso. Ce ne è uno che più ci colpisce. Sembra davvero piccolo, da una delle guardie veniamo a sapere che ha 12 anni. È attento e risponde divertito alle domande dei volontari: è un piccolo leader, nonostante sia basso e davvero minuto, sa coinvolgere i suoi compagni. Gli sorridiamo e lui ricambia il nostro saluto con un gesto della mano. Accanto a noi c’è uno dei responsabili della prigione: ci guarda triste e ci dice che quel bambino è in carcere perché ha ucciso un poliziotto. Spacciava e nel tentativo di fuggire alle guardie, ne ha uccisa una.

La maggior parte dei ragazzi di Bonnytoun proviene dalle Townschip dove il tasso di criminalità è altissimo. I loro genitori, quando li hanno, molto spesso spacciano o rubano. Il valore della vita umana è pari a zero. Questo imparano i figli. L’istruzione è bassissima. È per questo che i volontari hanno deciso di creare gruppi di lavoro all’interno del carcere. Senza cultura non c’è pensiero e senza pensiero non c’è libertà di scelta.

Ai ragazzi vengono distribuiti dei questionari con delle domande alle quali si discute tutti insieme. Il tema del giorno è «cosa farai quando sarai fuori dal carcere»? C’è chi scherza e risponde solo per far ridere gli altri. C’è chi risponde che andrà a scuola e poi cercherà un lavoro, c’è chi promette di non delinquere più, c’è anche chi non risponde. Anche il nostro piccolo nuovo amico ha la mano alzata: «Io per prima cosa, voglio andare dalla mia mamma». Certo, cosa vuole fare un bambino di 12 anni appena esce dal carcere? Vuole andare dalla sua mamma, ovvio. Ha ucciso, è in carcere perché ha fatto quello che gli hanno insegnato, uccidere per sopravvivere, eppure ora davanti a noi vediamo solo un bambino sfortunato che non ha avuto nessuno che gli insegnasse davvero il senso della vita, della dignità, del valore che tutti abbiamo. Pensiamo a quella che deve essere stata la sua vita finora mentre ascoltiamo la sua risposta, e ci chiediamo se davvero a lui e a tutti quelli che sono con lui, verrà data una seconda possibilità, quella che ti rende libero di scegliere e di distinguere il bene dal male. Non c’è prigione che possa educare se non c’è volontà di reintegrare nella società chi è sempre vissuto al margine. Spetta ai volontari, con competenza e attenzione riuscire in tutto questo; lavoro arduo se non è accompagnato da una struttura che a guardarla da vicino sembra più un “palazzo” abbandonato e degradato che un luogo atto a reintegrare questi minorenni.

Sono le 16 quando arriva una guardia e ci dice che dobbiamo andare via. Il prossimo incontro sarà tra una settimana. I ragazzi sembrano dispiaciuti, siamo comunque un diversivo nelle loro giornate tutte uguali. Ci accompagnano all’uscita, riuscire a camminare lungo il corridoio tutti insieme, non è facile. Sembra quasi una processione. Le due guardie che troviamo di fronte al cancello di uscita si mettono tra noi e i ragazzi impedendo loro di venirci dietro. Ci giriamo per salutarli di nuovo ed ecco che li rivediamo tutti attaccati al cancello, uno sopra l’altro; spuntano teste che si infilano tra le grate per riuscire a vederci ancora un altro poco. In basso, nell’ultima grata, riconosciamo il viso del nostro amico; è così piccolo che riesce a far passare entrambe le braccia continuandole a muovere per salutarci.

da Città del Capo Valentina Ciaccio

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22 agosto 2019

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