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In Bolivia si dimette Morales

· ​Appello del segretario generale delle Nazioni Unite a ridurre le tensioni ·

 Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha annunciato ieri pomeriggio le sue dimissioni, tre settimane dopo le elezioni del 20 ottobre che hanno scatenato nel paese un’intensa ondata di proteste.

Durante un intervento pubblico, parlando di «colpo di stato» portato avanti da «forze oscure che hanno distrutto la democrazia», Morales ha dichiarato che era stato emesso un mandato di arresto «illegale» nei suoi confronti. Poche ore prima il comandante dell’esercito boliviano, generale Williams Carlos Kaliman Romero, aveva chiesto al presidente Morales di «rinunciare al suo mandato» per «il bene della nostra Bolivia». Insieme a Morales si sono dimesse anche le altre alte cariche politiche dello stato: il vicepresidente, Álvaro García Linera, i presidenti del Senato e della Camera bassa del parlamento, diversi ministri e deputati.

Sulla situazione venutasi a creare in Bolivia si è espresso oggi anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che, in una nota emessa dal suo portavoce, si è detto «profondamente preoccupato» e ha esortato «tutte le parti coinvolte a ridurre le tensioni e a dare prova della massima moderazione». Il segretario generale dell’Onu ha poi invitato a rispettare il diritto internazionale chiedendo inoltre che tutte la parti coinvolte si impegnino in favore di una «soluzione pacifica dell’attuale crisi e per garantire elezioni trasparenti e credibili».

La notizia dell’ordine di cattura, data ieri su twitter anche da Luis Fernando Camacho, uno dei principali leader dell’opposizione insieme a Carlos Mesa, è stata poi smentita dal comandante della polizia, Vladimir Yuri Calderón. «La polizia può solo eseguire ordini di cattura. Voglio far sapere alla popolazione boliviana che non esiste alcun ordine d’arresto contro funzionari dello stato come Evo Morales e i ministri del suo governo», ha dichiarato Calderón che invece ha annunciato l’arresto dei membri del Tribunale supremo elettorale (Tse), responsabili di frodi e brogli elettorali nell’aver ufficializzato la vittoria di Morales alle recenti presidenziali.

Nelle intense e diffuse proteste degli ultimi giorni, dopo che tre persone erano morte e centinaia erano state ferite, i reparti di polizia nelle città di Santa Cruz, Cochabamba e Sucre si sono ammutinati, rifiutandosi di reprimere le mobilitazioni e dichiarando il loro sostegno ai manifestanti. Sabato il capo dell’esercito boliviano, il generale Williams Kaliman, aveva ribadito che l’esercito non avrebbe partecipato alla repressione delle proteste contro la rielezione del presidente Evo Morales. Sempre in quell’occasione Kaliman aveva esortato le parti in conflitto a «farsi guidare dai più alti interessi statali» per risolverlo, e a non rendere la situazione «irreversibile».

In un primo momento, poco prima che si esponesse l’esercito, Morales aveva annunciato nuove elezioni per «pacificare il paese» e cercare di calmare le proteste per il risultato del voto, giudicato non regolare anche dalla delegazione degli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa). L’annuncio di nuove elezioni non era bastato a riportare la calma.

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26 febbraio 2020

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